23 maggio 2007

Presentato il volume poetico “Poesie lucane: Matera nella giornata Unesco”

[riflessioni -9]
Nell’ambito della settimana Nazionale Italiana della Cultura (12-20 maggio) a Matera, mercoledì 16 maggio alle ore 17.00 è stato presentato alla numerosa platea la Prima raccolta poetica “Poesie lucane: Matera nella giornata Unesco”.
L’iniziativa è stata promossa dalla Mediateca Provinciale ”A. Ribecco” di Matera e patrocinata dalla Presidenza del Consiglio Regionale di Basilicata e la Provincia di Matera (Assessorato alla Cultura).
Il testo rappresenta l’esito del I° Concorso Poetico “Matera nella giornata Unesco”, Edizione 2006 che era riservato ai residenti in Basilicata con tema i Sassi – dichiara la Direttrice artistica del Concorso e Curatrice del testo Maria Anna Flumero, proseguendo – gli elaborati appartengono ai primi cinque classificati delle categorie “poesia in lingua Italiana per ragazzi” e “poesia in lingua italiana per adulti”, dalle loro parole che si leggono nel volume emerge l’amore per la terra natia che non è più vergogna Nazionale, ma amore fervido soprattutto per le nuove generazioni.
Per gli indirizzi di saluto erano presenti: Giuseppe Digilio (Assessore Provinciale alla Cultura) e Vincenzo Malfa (Direttore Mediateca Provinciale di Matera).
Interventi di Emanuele Giordano (Presidente della giuria del Concorso poetico) e Maria Anna Flumero. La lettura dei testi poetici dei primi classificati è stata a cura di Rita Montanaro, la conduzione di Antonella Ciervo.
Il progetto grafico e l’impaginazione del volume a cura di: “Adecom”, copertina di Pino Oliva.
I membri illustri della giuria, nell’ Edizione 2006 sono stati: Oreste Lo Pomo, Emanuele Giordano, Maria Anna Flumero, Maria Maddalena Di Tursi, Vincenzo Giocoli, Emilio Lastrucci, Vito Fedele Lenge, e Caterina Maria Petrara.
Per l’ acquisto del testo o informazioni:339-5725772

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04 aprile 2007

La poesia religiosa di Cristina di Lagopesole

[percorsi -12]
“FLOS SANCTORUM” A UN ANNO DALLA SUA PUBBLICAZIONE
“Dio abita dove lo si lascia entrare”
Voluminoso, raffinato, dorato nelle incisioni della copertina in marocchino rosso, troneggia sul mio comodino e mi fa compagnia ormai da un anno. Appena alzata, ogni mattina mi attira più che mai. Con riverente timore, sfoglio delicatamente la pregiata carta avoriata ed i miei occhi vanno ai versi sui Santi del giorno, che leggo, rileggo e contemplo.
Quanto lavoro certosino! Quante ricerche! Quanta fede!
Non è un’opera umana. Non è semplice agiografia. È ispirata dal Divino Amore.
Mi riferisco al testo monumentale, elegantemente curato nella veste tipografica, “Flos sanctorum – Peregrinatio per annum” della nota poetessa Cristina di Lagopesole, pubblicato nel 2005 dalla casa editrice Lacaita di Manduria, con il Patrocinio della Conferenza Episcopale e del Consiglio Regionale della Basilicata.
Il volume, dedicato a Papa Giovanni Paolo II, si avvale della presentazione del Cardinale José Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, e dell’Introduzione di Padre Gianfranco Grieco, giornalista dell’Osservatore Romano, con l’Imprimatur di Mons. Agostino Superbo; è stato distribuito al clero della Basilicata il 24 marzo 2005, durante la S. Messa del Sacro Crisma del Giovedì Santo.
Unico nella Storia della Chiesa Cattolica d’Occidente, è stato scritto dal 1 gennaio al 31 dicembre 2003, prima dell’alba, dalle 4 alle 7 del mattino, in ginocchio, ai piedi del Crocifisso, nel Santuario del Divin Crocifisso a Lagopesole. Il tempio, nato da un disegno di Amore, fatto erigere dalla scrittrice, consacrato il 14 settembre 2001, é stato realizzato con tecniche antichissime e materiale di recupero, su modelli paleocristiani e medioevali, basati su perfezioni numeriche, geometriche e cifre simboliche, in particolare del numero 40, misura base dell’edificio.
Il “Flos”, che ha vinto il primo premio Letterario Internazionale “Maestrale-San Marco” Sestri Levante, viene dopo altre tre opere di preghiera ”I movimenti dell’anima. Libro d’Ore”, “Il libro del pellegrino”, “Ad crucem”. Nel primo vi è la liberazione dalle passioni negative; il secondo porta verso il Golgota; il terzo è un viaggio sul corpo di Cristo, via che porta al Padre. Il “Flos” è il compimento del viaggio, la rosa dantesca. È un martirologio, per tutto l’anno liturgico, di circa 15.000 versi, divisi in distici, terzine e quartine, fino a stanze di dieci versi, distribuiti in 528 Inni (numero triangolare pitagorico divino; cerchio e triangolo: perfezione cosmica trinitaria). Il numero dei Santi presentati in un giorno del Calendario varia da uno a cinque. La tipologia delle composizioni comprende inni sacri, orazioni, cantici, laudi, salmi, panegirici, ringraziamenti, offerte di sé, canti processionali e cosmici, alternati anche da espressioni latine, con l’Incipit e l’Explicit di brevi passi biblici. La poetessa pone un’attenzione particolare verso i nostri Santi della Basilicata (Andrea Avellino di Castronuovo, Bonaventura da Potenza, Domenico Girardelli da Muro Lucano, Domentico Lentini, Gerardo Maiella). L’opera è corredata anche da 12 icone, realizzate dal monaco melchita Gustavo Costanzo, presso la città di Magdala, in Terra Santa. Si parte dalla Visio, per seguire un itinerario artistico-spirituale, che raggiunge l’estasi contemplativa.
L’ultima pagina del volume è bianca. Il Priore Generale dei Camaldolesi, Padre Emanuele Bargellini, intervenuto come relatore, il 3 giugno 2005, alla presentazione del testo presso il Comune di Potenza, si è soffermato sulla pagina bianca ed ha invitato il lettore a completare l’opera iniziata da Cristina, passando dal ruolo di fruitore del libro a quello di coautore, mettendosi in gioco con la sua intelligenza, la sua fede e la sua vita. Non potrà essere Cristina a terminare il lavoro, ma solo il Signore, perché quella raccontata è una storia di Amore. In realtà, non è un racconto, ma un incontro con gli amici di Dio. Cristina è solo una voce narrante, che condivide con il lettore la contemplazione ammirata ed intensamente pregata di un mistero, che anima la storia: il cammino di Dio in compagnia dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo. È una geografia ed una storia della fede. È universale. È una storia che non ha tempo, perché è nata in Dio, ma proprio per questo assume i contorni di ogni spazio e di ogni tempo e l’individuazione di ogni persona nella sua unicità - ha affermato con chiarezza il Priore Camaldolese. È l’avventura esistenziale di tanti uomini e donne, che ci hanno preceduto come pellegrini nella verità, richiamati e messi in movimento dalla nostalgia di quella patria originaria che non abbiamo mai visto. Nostalgia delle origini e speranza di approdo che sono in parte anche le nostre, oggi e domani.
Cristina di Lagopesole non ci propone una vicenda letteraria, ma una narrazione contemplativa nella storia di Cristo coi suoi Santi. È una misteriosa voce dello spirito, che riapre lo sguardo verso il trascendente che ci portiamo dentro. Spetta ad ognuno di noi tradurre in testimonianza di vita i messaggi dei Santi, la cui prosa dell’esistenza è stata trasformata in versi dalla grazia divina
Ringraziamo, quindi, Cristina - donna vigorosa, vibrante e virtuosa, consacrata a Gesù Crocifisso - che si distingue per il suo incedere ieratico, accentuato dal suo impeccabile saio bianco, per il viaggio spirituale che ci ha fatto intraprendere, per l’intensa meditazione teologica, per gli spiragli di luce che ci ha offerto, per gli aneliti di libertà, che in questa incertezza esistenziale ci fanno ancora sperare in un Dio misericordioso e più che mai a noi vicino.
I lettori del Sirino la ringraziano, in particolare, anche per la descrizione del paesaggio del Sirino, che ha dato i natali al Beato Domenico Lentini, il cui apostolato è stato ben evidenziato alle pagine 140/142 del Flos:
“Nell’antica Sirino, città di torrenti/tra valli ubertose e monti, /che alteri declinano verso il mare,/al canto di limpide acque zampillanti tra erbe e fiori,/in parvula dimora, frutto generoso di beata progenie,/venisti al mondo, o Beato, simile agli Angeli, povero./Tra faggi e loriche e antiche laure /crescesti santo, a imitazione di Cristo. …
“O pastore prezioso, prega per noi. /Vedi: Pellegrini veniamo alla tua soglia,/apri le nostre mani e irrorale di santità,/
guida i fanciulli alla tua porta /abbi di noi pietà, liberaci dai lacci, /sii nostro custode sulla via. /Ascoltaci, oh! Ascoltaci. Amen.”
by Teresa Armenti

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22 marzo 2007

Intervista al narratore potentino Claudio Elliott

[intervista -3]
Claudio Elliott ha cominciato a scrivere romanzi per ragazzi sei anni fa e da allora ha continuato a raccontare storie che sono state pubblicate da importanti case editrici nazionali e che hanno appasionato i giovani lettori di tutta Italia. Proprio in questi giorni è uscito un suo nuovo libro "L’ultimo canto del Faraone", il sesto romanzo della serie di Lara Bettini. Tra avventure, fantasia e viaggi nel passato eccovi un’intervista del narratore potentino in esclusiva per LucaniArt.
MPC- Quando hai cominciato scrivere libri per ragazzi e come è cresciuta nel tempo questa tua passione?
CE- Ho iniziato scrivendo un romanzo per un concorso, di cui a scuola vidi il bando. In quei giorni, sei anni fa, mia figlia stava giocando a Tomb raider, la cui eroina è Lara Croft. Fu lo spunto del testo che scrissi per il concorso che poi non ho vinto. Però ormai il romanzo (Game over) era stato scritto, e quindi lo spedii a qualche editore importante, il che era una bella presunzione. Ma ben ripagata: dopo pochi mesi ricevetti una telefonata dalla Le Monnier, che lo accettava. Anzi, l’editor mi sollecitò a scriverne un altro, così nello stesso anno – 2001 – comparvero sia Game over che Le due vite di Aya, libri iniziali della serie con protagonista Lara Bettini. Ancora oggi, a distanza di sei anni, hanno lettori affezionati in tante scuole italiane.

MPC- Sei uno scrittore molto prolifico, hai pubblicato per svariate case editrici decine di romanzi per ragazzi, da cosa traggono spunto le tue storie?
CE- Esagerati! Decine! Una decina sì. Proprio in questi giorni è uscito il sesto romanzo della successione di Lara Bettini (iniziata con Game over), il che vuol dire una media di un romanzo l’anno. Gli altri libri, tra cui Birillo, che sta avendo un certo successo nelle medie e nelle elementari, nascono sempre da piccoli episodi, idee che mi tarlano la testa per giorni, spesso mesi. La coincidenza di tempo e spazio (e quindi i collegamenti con periodi storici per me affascinanti) sono poi il collante di queste idee. Gli aztechi, Giovanna d’Arco, le streghe, Tutankhamon ecc. sono argomenti che mi assicurano lettori, e io scrivo per essere letto. Il che sembra lapalissiano. Ma conosco scrittori che scrivono solo per sé stessi.
Il fatto di avere lettori, con cui mi incontro spesso, che sono incuriositi dalle vicende e dalle trame e che chiedono un’altra avventura di Lara Bettini, e magari mi danno anche lo spunto, è un incoraggiamento.
Sono un narratore, alla fine, più che uno scrittore, per cui sto attento che la trama invischi il lettore e magari sono meno accorto alla scrittura. Se fosse il contrario, sono convinto che non avrei lettori: starei così attento alla prosa letteraria che perderei di vista la trama. Invece i ragazzi si acchiappano con quest’ultima, e piano piano diventano lettori, e passano poi ad altri libri, ad altre storie. Agli scrittori.

MPC- Quasi tutti i tuoi romanzi hanno una trama fantastico avventurosa. Come si coniuga questo aspetto con il “viaggio nel passato delle antiche civiltà” che spesso caratterizza i tuoi lavori più recenti?
CE- Parlavo prima dei periodi affascinanti della storia, quelli che da piccolo mi colpirono. Ecco: ora li utilizzo per questi viaggi di Lara Bettini nel passato o dei personaggi storici nel presente (come il recente L’ultimo canto del Faraone). Non perdo tempo a descrivere le civiltà antiche, cosa che non saprei fare e che i ragazzi non gradirebbero. Però calo i lettori in quelle epoche, li faccio camminare per le strade della Firenze dell’Inquisizione (Quattro parole dal passato), o li faccio partecipare alla caccia del brigante Michele che è alla ricerca di un tesoro, che poi verrà trovato a Lagopesole (Il tesoro dei briganti); oppure il lettore procede con Giovanna d’Arco nella enorme sala nel castello di Chinon senza sapere come sono le fattezze del Re (Giovanna d’Arco: il lupi e il vento).
Quindi è proprio la trama fantastica e avventurosa la base del viaggio in altre civiltà.

MPC- Un tuo recente libro Il barcone della speranza affronta invece una tematica sociale che è quella dell’emigrazione clandestina. Come mai questa nuova scelta?
CE-
È stata una sfida. Le edizioni Raffaello di Ancona, uno dei più diffusi in Italia specie con la collana Il mulino a vento, mi telefonarono e mi proposero di scrivere un libro per loro. Proposi un romanzo con una tematica fantastica, che stavo scrivendo in quel momento. La persona con cui parlavo mi disse che non andava bene: non sapevo scrivere altro? Magari una storia attuale, basata su una tematica sociale?
Ci pensai su per ben due secondi e mezzo; mi venne il tema e lo proposi. L’idea piacque. Ora dovevo scrivere il romanzo. Piacque anche quello. Ora è nelle librerie italiane.

MPC- I libri per ragazzi hanno sempre un valore pedagogico sotteso. Quale aspetto educativo ritorna con maggiore frequenza nei tuoi romanzi?
CE-
Nessuno. Scrivo per essere letto e basta. Valori e messaggi li lascio ad altri.

MPC- Quanto consideri importante l’aspetto ludico e giocoso della scrittura?
CE-
La scrittura è fatica. Stare ore e ore a battere i tasti del computer, dopo mesi di costruzione mentale, di ricerche in biblioteca, di appunti che spesso hanno la tendenza a nascondersi, è una gran bella fatica. Però è anche divertente (e qui sta il gioco), perché vedi che le idee sono diventate concrete, sono diventate parole, vedi che chi ti legge mentre lavori (amici, moglie, figli) si diverte a leggere quello che prima non c’era e ora c’è. Vedi i personaggi che, saltati fuori dalla tua testa, diventano reali, sono lì in carne e ossa, e ti parlano, e ti danno indicazioni.
Nei corsi di scrittura creativa, che svolgo spesso con Lorenza Colicigno, faccio notare ai ragazzi che la grammatica e la sintassi sono gabbie da cui si può uscire con la fantasia, volando sulle parole e spesso dentro le parole, e magari inventandone di nuove. E se qualcuno ha pensato a Gianni Rodari o a Piumini, beh, ecco: la strada è quella.

MPC- C’è qualcuno dei tuoi romanzi a cui sei particolarmente affezionato?
CE-
Come idea sono affezionato a Birillo, che ha un inizio (a detta di molti) clamoroso, e prosegue con continui rovesciamenti di prospettiva, ed ha uno stile leggero e svagato, apparentemente semplice. Come romanzo vero e proprio (Birillo è un libro-gioco) il mio preferito è Giovanna d’Arco: i lupi e il vento, ma anche L’ultimo canto del Faraone non mi dispiace del tutto: in ambedue questi romanzi le figure femminili sono forti e determinate, Giovanna d’Arco nel primo, la tenera moglie di Tutankhamon nel secondo.

MPC- E i tuoi prossimi progetti? Ti va di raccontarci qualcosa in anteprima?
CE- Ho da poco finito un romanzo che si svolge ai tempi di Lorenzo il Magnifico e che gira intorno a un misterioso manoscritto. I protagonisti non sono ragazzi (una volta tanto!), ma c’è un alchimista, uno studioso di grafologia, un priore, lo zar di Russia, il Papa, Lorenzo e Giuliano de’ Medici e il loro avversario Francesco Pazzi. Un romanzo che mi ha impegnato molto sia per le ricerche storiche sia per la stesura, che non è stata semplice. Ora è in mano a un importante editore.Sul piano della pura fantasia, l’anno prossimo dovrebbe vedere la luce un romanzo sulle strane vicende di un piccolo dinosauro che capita in una nostra cittadina, ai nostri tempi, e che viene trovato da un ragazzino. Torna il tema del tempo, che (ora che ci penso) sembra essere una mia ossessione. E pensare che non porto l’orologio!
by Maria Pina Ciancio

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11 marzo 2007

Le Falene poetiche di Nigro nel segno di De Martino

[percorsi -11]
Con Mosche in bottiglia, nel 1975, Leonardo Sinisgalli fissava nell'immagine della poesia-insetto un simbolo di straordinaria capacità semantica. Le sue mosche incarnavano le ambizioni della scienza e gli inganni della memoria. Le Falene (Aragno, pag. 147, euro 12) di Raffaele Nigro, che giungono in libreria esattamente dopo trent'anni dalle mosche sinisgalliane, chiudono il cerchio. Sono esseri dotati di una particolare leggerezza che li rende evanescenti come sogni e, anziché presentarsi in lingua italiana, hanno il passo cadenzato dell'idioma lucano: non quello del dialetto di Albino Pierro, in cui Gianfranco Contini intravedeva addirittura una parlata "neolatina", ma una cadenza appenninica; una parlata certo di consonanti un po' ruvide ma con le vocali che già si aprono alla pianura pugliese, proprio come i fiumi che nei romanzi di Nigro nascono dalle pendici dei monti e si volgono senza rimorso all'Adriatico. Anche le falene, come le mosche, rappresentano il riassunto di una intera esperienza letteraria (come non pensare alle "farfalle" di Montale?) e hanno i connotati degli «eroi omerici e ariosteschi», secondo un'efficace interpretazione cui fa cenno Andrea Di Consoli nella postfazione. Nigro affida alle sue farfalle notturne le ansie di un viaggio a ritroso, ironico, disincantato e struggente, che ha per protagonisti un padre, una madre e un figlio intellettuale, destinato a indossare i panni di un Ulisse dapprima fuggiasco, poi tornato nella geografia del ricordo, che è quella del paese natale, raccontato come isola felice, luogo dell'utopia, archetipo del sogno. Ma l'ipotesi del romanzo familiare non è che uno degli aspetti di questi versi in lingua lucana. Nigro non compie un solitario percorso a ritroso. Le sue farfalle si presentano puntuali a recargli in dote il nome dei compagni di avventura, perfino i poeti di altre epoche. Tutto ciò induce a ipotizzare che i versi di Falene compongano un'allegorica antologia di ritratti. Il testo si chiude con la nuova emigrazione verso il miraggio di una "città del sole", che non ha nulla a che vedere con l'utopia di Campanella, ma che viene salutato dai lucani come una patria promessa. "Era probbie n'atu munn, curu paese / d ru latt e ru mele / ca da lu novcind scappai ind u doimele". La rima miele/duemila fa da epilogo a un secolo e oltre di storia per quella che Ernesto De Martino definiva la "terra del rimorso" e che ora NIGRO fissa nella categoria di "terra stramorta", abitata da un "popolo che si squaglia".
by Giuseppe Lupo
(l'articolo è apparso su Il Mattino, 2005)

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07 marzo 2007

Isabella e le altre: un silenzio di voci sfondato dal “dominio” della parola e della poesia

[percorsi -10]
Quando all’inizio della primavera scorsa ho avuto tra le mani l’ultimo libro di Lorenza Colicigno, ho intuito subito che mi trovavo di fronte a un lavoro vasto, ma soprattutto originale e autentico, costruito secondo lo schema classico della tragedia greca (esordio, atti di recitazione dialogati, exudodus o epilogo). “Canzone lunga e terribile”, così il titolo della sua ultima raccolta datata 1997-2003, mi ha accompagnata in uno dei miei viaggi a Roma. Amo leggere viaggiando. Cinque ore di autobus dal Sinni di Isabella al Tevere, per sfogliare e attraversare mutamenti e trame di un’opera sinfonica alta e sfaccettata, giocata tutta sul recupero della memoria della giovane poetessa Isabella Morra, con cui l’autrice intesse a distanza di quattro secoli un dialogo intimo o meglio un colloquio interiore da donna a donna, intervallato dalla voce fuori campo di un coro che spiega, preannuncia, riassume, enfatizza o semplicemente accompagna “la recitazione”. “In questo quadro contemporaneo – scrive con acume Adele Cambria nella prefazione al libro- Lorenza Colicigno ha forse azzardato la sfida più audace: un dialogo tra ieri e oggi, tra due donne-poete, Isabella e lei stessa, sostenuto da un Coro che ha la funzione classica del Coro nella tragedia greca”.
E così in questo percorso di voci che si incrociano, si intrecciano e si sostengono “la tua carezza cerco che mi accompagni/ il tuo respiro che mi segua nelle pause dell’ispirazione” la voce dell’autrice insegue e accompagna la poetessa di Valsinni in un racconto che osa e va oltre il già detto.
E proprio in quel chiedere, indagare, intuire sul filo di domande e risposte condivise, l’autrice ci restituisce una figura di donna nuova, più interiore, adesa al reale e sicuramente più cosciente e consapevole di se stessa, dei fatti e dell’accadere degli eventi “... pur affamata d’abbracci… mi respinge il mio tempo/ in esili di esili versi”.
Isabella diventa così, metaforicamente, “compagna di pena” di sé stessa e di “innumerevoli voci di donne che scavano/ la loro vita in un solco di solitudine/ -consapevole- per sé e per tutte”, di cui lei come un estremo dono ne raccoglie l’eco. La raccolta richiama infatti alla memoria esperienze comuni e percorsi di storia e di vita di altre donne sottratte alla vita dalla ferocia del pregiudizio: Ester Scardaccione, Silvia Plath, Atonia Pozzi, Giuliana Brescia, Amelia Rosselli, Safiya, accomunate tutte dallo stesso tragico e infimo destino, da una frattura con la vita (estrema e prevedibile) da quella che potremmo più semplicemente definire “la morte annunciata”. Ognuna delle voci femminili è posta ad apertura delle sei stanze che compongono la struttura dell’opera e ognuna di esse assurge a simbolo di un dolore e di una sofferenza “non più taciuta al mondo”, bensì rinnovata, dilatata, condivisa in quel “tutte” che ritorna costantemente e chiude il cerchio “nella mia coscienza/ si rimargina la tua ferita, abisso di tutte,/ lentamente colmato dalle lacrime di tutte”.
Condivisione e pietas, ma non abbandono, né resa nel messaggio di Lorenza, bensì il riscatto salvifico della parola “Siamo in porto, Isabella –recita il coro in conclusione- insieme un lessico, arduo nocchiero/ della diversità, ci conduce/ nell’infinito dominio della poesia,/ dissigillata fonte,/ lì dove nessun castello,/ nessun cervello può confinarci,/ benché disperate./ E mai disperanti.” Un silenzio estremo, lungo e terribile dunque, un libro di voci magistralmente sfondato dalla forza della parola e dalla poesia.
by Maria Pina Ciancio
(l'articolo è apparso su La Gazzetta del Mezzagiorno, 2003)

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25 febbraio 2007

Il “fenomeno” blog pervade anche la Basilicata

[riflessioni -7]
La nuova frontiera della comunicazione ha un nome particolare: blog che altro non è che la contrazione di web log che, se si potesse tradurre, significa “traccia nella rete” dove la rete, ovviamente, è internet.
Come la maggior parte dei fenomeni connessi al web è nell’America che nascono i primi blog, nel 1997, per diffondersi rapidamente dappertutto.
Anche la terminologia legata ai blog si è rapidamente diffusa, oggi è normale familiarizzare con i termini “blogger” colui che gestisce il blog, “bloggare” scrivere, costruire il blog, “blogsfera” il mondo dei blog e dei blogger.
All’inizio i blog erano dei semplici diari privati in pubblica piazza, poi sono diventati interattivi, nel senso che al “post”, il messaggio testuale aperto dal “proprietario” del blog, si è potuto replicare inserendo dei commenti. La tecnologia ha fatto passi da gigante ed ai testi si sono affiancati prima le immagini e di recente i filmati rivenienti dalle telecamere digitali, una vera e propria rivoluzione che ha ulteriormente spalancato la finestra sul mondo.
Il successo vero e proprio è arrivato quando a scrivere hanno cominciato personaggi famosi del mondo del giornalismo, della politica, della cultura, dello spettacolo, dello sport.
A favorire la proliferazione dei blog ha contribuito la messa a disposizione da parte dei principali gruppi editoriali presenti sul web di uno spazio gratuito sui propri server e la semplicità con cui è possibile gestire questo spazio.
Nell’ultimo anno in Italia c’è stato un incremento notevolissimo di blog ed i navigatori hanno mostrato di gradire in maniera inaspettata e clamorosa questa nuova forma di comunicazione. La diffusione della larga banda, con un collegamento pressoché continuo dei personal computer alla rete, ha decretato il successo di questo fenomeno.
Capofila e antesignano dei blogger italiani è sicuramente Beppe Grillo, il comico genovese epurato anni fa dalla Rai ha saputo attrarre attorno al suo diario on line centinaia di migliaia di persone che interagiscono con lui lasciando un numero impressionante di commenti ai suoi post. Fenomeno nel fenomeno è la nascita dei “Meetup Group”, dei veri e propri fans club del Beppe nazionale che portano a livello locale le tematiche proposte sul blog più frequentato d’Italia. In Basilicata sono sorti alcuni “meetup group” a Potenza e a Matera.
Quasi tutte le testate giornalistiche on line hanno attivato uno o più blog sui loro siti e si sono formate delle vere e proprie comunità che discutono, ma sopratutto interagiscono, in maniera sicuramente meno formale di quanto la comunicazione tradizionale consente.
La Basilicata non poteva rimanere estranea a questo fenomeno ed ai primi battistrada del mondo dei blogger si sono affiancati, sopratutto lo scorso anno, nuovi internauti che dibattono, talvolta animatamente, di una infinità di argomenti; il fenomeno, per ora, non ha assunto le proporzioni riscontrabili nel resto d’Italia ma ci sono le condizioni per veder crescere il numero di internauti che creeranno un proprio blog.
E’ difficile quantificare esattamente quanti blog sono stati aperti da lucani, una piattaforma che consente la catalogazione per aree geografiche, Blogitalia, ne ha censiti 100, 63 in provincia di Potenza e 37 in provincia di Matera fra quelli che hanno scelto i loro server. Si può quindi tranquillamente affermare che i blogger lucani sono sicuramente alcune centinaia.
Molti sono i personaggi noti, sopratutto fra i politici, in primis l’eurodeputato Gianni Pittella, “special guest” su “Il Cannocchiale” la piattaforma blog dell’editore de “Il riformista”. Non mancano altri politici eccellenti come il segretario regionale dei DS Piero Lacorazza o il segretario dei Radicali lucani Maurizio Bolognetti.
Oltre che di politica i blogger lucani discutono anche di cultura ed in questo campo è doveroso segnalare l’impegno di Maria Pina Ciancio, più nota con lo pseudonimo di MaPi che gestisce più di uno spazio sul web (Fotoscatti, Lucaniart) e che si muove a proprio agio fra la letteratura, la poesia, la fotografia, la pittura. Una vera ambasciatrice della cultura lucana sul web.
Non mancano i blog gestiti da giovani “tecnocrati” che ben figurano nel panorama globale della rete. Esistono perfino i blog dei lucani “fuori sede”, comunità di universitari sparsi per l’Italia, ed i circoli di lucani disseminati per la penisola.
Un elemento che deve far meditare è la “mortalità” di alcuni blog che dopo pochi mesi di esistenza, per le ragioni più varie, fra le più ricorrenti le crisi esistenziali degli autori, cessano le pubblicazioni, sono scomparsi nel nulla alcuni buoni blog che trattavano argomenti anche molto seguiti, la rete riserva anche di queste stranezze.

Link a blog lucani o gestiti da lucani
http://lucania.ilcannocchiale.it/ Il blog di Maurizio Bolognetti, segretario dei radicali di Basilicata.
www.lucianopetrullo.it Gestito dall’Avv. Luciano Petrullo, esponente di Alleanza Nazionale e Consigliere comunale a Potenza
www.sergioragone.ilcannocchiale.it Il sito-blog, molto visitato, di Sergio Ragone, dirigente della Sinistra Giovanile di Basilicata.
http://giannipittella.ilcannocchiale.it/ Special guest della piattaforma “Il cannocchiale” Gianni Pittella eurodeputato.
http://www.bookcafe.net/blog/ Il blog tecnologico iper-professionale del potentino Giuseppe Granieri
http://www.luachanblog.com/ Il blog, in perenne aggiornamento, del materano
Carlo Magni.
http://fotoscatti.leonardo.it/blog e http://lucaniart.blogspot.com/ Due link in cui Maria Pina Ciancio riversa la sua sensibilità artistica.
http://ciutarije.leonardo.it/foto L’umorismo e la satira nel blog di un lucano fuori sede, Rocco Grieco.
http://www.ambientebasilicata.ilcannocchiale.it/ Qui si parla di ambiente. Il blog dell’Organizzazione Lucana Ambientalista.
http://beppegrillo.meetup.com/171/boards/ Lo spazio del meetup di Beppe Grillo di Potenza.
by Antonio Nicastro

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05 febbraio 2007

Gina Labriola tra lucanità e cosmopolitismo

[riflessioni -6]
I critici lucani, primo tra tutti Raffaele Nigro, insistono per ovvie ragioni campanilistiche sulla lucanità della poetessa Gina Labriola che nessuno, tanto meno lei stessa, può negare, ma è un giudizio quanto mai restrittivo e che non fa onore alla Lucania stessa. La “lucanità” consisterebbe nel pessimismo nel fatalismo e nell’umor nero, cose tutte che, se affiorano - anche spesso - nella sua produzione sono sempre superate attraverso l’ironia, e comunque combattute. Claudio Marabini parla di “arguzia”. Fattore assolutamente positivo è la trasposizione dei ricordi, dei sentimenti, delle sensazioni primigenie in un afflato universale e in ambiente cosmopolita.
Ma in che cose consiste, e dove si trova, questa “lucanità”? L’autrice come abbiamo detto, certo non la nega, ma non vuole farsene un vessillo. Nella prima produzione, quando era in Iran, la lontananza le dava certamente un rimpianto, ed è caduta nel luogo comune degli anni ‘50-‘60: le donne nere, i veli, ecc. Più era lontana e più sentiva vicina la patria lucana, che non le sembrava solo perduta, ma quasi “proibita”.
Ha confessato, in occasione di una presentazione di un suo libro, che la distanza era enorme, i viaggi costosi e le scarse vacanze erano trascorse al mare o in famiglia. Le strade per i paesi, allora erano difficili, e i suoi bambini non sopportavano il lungo viaggio e soffrivano. Soffriva lei, quindi, di “nostalgia”, “dolore per il ritorno” nella sua terra che le pareva, e forse era, quasi impossibile. Nel primo volume (Istanti) su oltre cento poesie, sono presenti solo sette o otto che fanno riferimento alla Lucania, anche se sono tra le più sentite e commosse. In Quasi una dedica c’è il suo fiume: ma somiglia proprio al Sinni, o è soltanto il “Fiume della vita”? Il fiume che attraversa Isfahàn si chiama Zayende-rud che significa appunto “fiume della vita”. Più tardi ci sarà la Senna, e i critici ossessionati dalla ricerca delle “fonti” troveranno pane per i loro denti ricordando l’Ungaretti dei Fiumi.
Reminiscenze letterarie o personali? Il tutto ovviamente si mescola. Si parla di Giovanni, e San Giovanni è il protettore di Chiaromonte: lo ritroviamo nella poesia Il santo patrono, che è proprio il Battista portato in processione. Di altri Giovanni si parlerà altrove: in Spagna, naturalmente, diventa Don Giovanni, poi ritorna a essere il Battista, e in Fantasma con flauto addirittura la situazione è capovolta;
E se per una volta, Salomè,/fossi io a farti cadere la testa?/Io, Giovanni emaciato, nutrito di locuste nel deserto/ senza più sangue nella gola, /tante volte me l’hanno tagliata, e consunta la pelle delle mani /per tanti lavacri nel Giordano. /Se una volta, io mi portassi, /avvolta nei tuoi sette veli, /induriti dal sangue e dagli aromi /nella confusione degli incensi, /la tua testa riccioluta?
C’è il ricordo del Santo protettore ma ancora una volta compare l’“Altra”, in uno scambio di ruoli. Giovanni è una lirica complessa (forse perfino un poco blasfema) in cui si fonde il mito biblico al ricordo delle feste del suo paese. Chi parla è una donna, inutilmente innamorata del Battista:
Non mi guardavi /quando ti portavo /tra le cocche del fazzoletto /il formaggio di pecora /e il pane azzimo /e la corrente / (del Sinni o del Giordano?)/ti illividiva i piedi.
Ne Il santo patrono c’è una descrizione di una festa e di una processione che certamente ricordano alla poetessa le feste e le processioni del suo paese, ma non si capisce (o forse si capisce anche troppo bene) se questo “Santo patrono” sia davvero il Santo protettore di Chiaromonte o ancora una volta un essere irraggiungibile.
Per devozione / occhi di smeraldo ti hanno fatto, /ma io sola so chi sei / e non posso guardarti negli occhi. / Hai un’aureola / che io ti ho fabbricato / con tutto quanto mi restava / non so se latta o oro, / tutta la ricchezza / nella cassa mezza vuota / ereditata da mia nonna. / Passa, / o patrono onnipotente / con tutto il tuo mistero. / Solo le campane, / poiché sono così vecchie, / possono osare / in quest’ora rossa di tramonto / gridare il loro amore / tra i cirri color sangue / forte, quanto più forte batte in petto / nella festa il battaglio del dolore.
Un accenno a Chiaromonte è nella lirica Felicità coniugale, ma è ancora una volta il tema dell’incomunicabilità coniugale e dei sogni che se ne vanno a spasso per conto loro, in un contesto che potrebbe essere qualunque piccolo centro urbano dove si enfatizzano i problemi interiori e sentimentali.
Su questo tema assai frequente, c’è una poesia inedita, citata precedentemente, che l’autrice definisce “gozzaniana”, proposta in una lettura pubblica “nelle sue contrade” ma che non ha mai pubblicato forse perché troppo (almeno apparentemente) autobiografica, o troppo “provinciale”, che fa riscontro a Felicità coniugale già citata, ma scritta molti anni dopo. Ci sono temi ricorrenti, anche se trasformati nel tempo. C’è il ricordo, evidentemente, di “fatti”, storie d’amore ascoltate nell’infanzia, storie di famiglia, ma che potrebbero essere state vissute in un qualunque luogo periferico e un po’ chiuso.
In Alveare di specchi sono pochi i riferimenti alla terra d’origine, lo struggente rimpianto è quasi solo per l’Iran, la patria perduta per sempre. La Lucania non era troppo lontana dalla Spagna, il “mito” si ravvicinava, non era più tanto porto “proibito”. Fa eccezione L’erba vento, scritta nel ’72 (anno dell’importantissimo premio Roberto Gatti), a Bologna dove si trovava in ospedale. Ci sono altre poesie datate dal Sant’Orsola di quella città. La malattia, anche se in via di guarigione, le dava la probabilmente nostalgia del suo paese: L’erba vento
Fuga di tetti d’embrici / Del mio paese / Onda di sangue pallido / Sospiri di camini /Fumo di bosco ucciso / Che sa di muschio e di fungaia / Desiderio placido / D’amplessi con le nubi / Antiche spose nel talamo del cielo / Muri grigi, o miei vecchi muri, / io non sono il fico familiare / cuore ligneo e seni di miele / che sfiora il davanzale con le grosse mani. / Non sono l’edera /Che vi penetra in petto / Con radici di ricordi / Lunghe dita / Di amanti perdute, /che nasconde lucertole / come desideri di sole./ Io sono l’erba vento / Nel vuoto tra due pietre:/ vivo d’un grumo di terriccio / dimenticato tra un amore e l’altro / in una ferita dell’intonaco / ciuffo verde senza addii, / in una frattura tra due embrici / carezza distratta del vento polveroso. / Ma tu ti sei rifatta la facciata / Cemento e asfalto come un muro di città. / Ti sei vestito a nuovo per le nozze: / non ha ancora ferite / il tuo binco intonaco /perché vi posi l’erba vento / una pausa grigia di stanchezza.
Com’è evidente, al ricordo dei suoi tetti e dei suoi muri si sovrappone la metafora dell’“erba vento”, riflesso ancora una volta del sentimento di abbandono.
In Alveare abbiamo però le tre brevi bellissime liriche più note di Gina Labriola, già citate, riprese nella Fenice, poi su seta, e riprodotte perfino in una ceramica sul muro della villa comunale a Chiaromonte: Dal lume di luna, Silenzio punteggiato di stelle, La strada al mio paese. Si può riconoscere Chiaromonte in queste liriche? O si tratta di un paese irreale nella fantasmagoria della poetessa? Si nota ancora una volta il tema della luna, che ricorre di frequente nella sua produzione poetica. Importante la poesia finale della raccolta: La vecchia che filava i sogni.
Ho incontrato la vecchia / che filava i sogni. / Dove?/ Non so se a Rotonda di Potenza / accanto alla fontana / che faceva il contrappunto / alle favole di mia nonna /sotto il suo balcone / o a Kashàn,
[1]/ sotto l’arco a ogiva / accanto al forno del nun lavàsh [2], / un buco arroventato, / la bocca di un demonio / che sputava schiacciate /sottili come idee, / profumati come pani. / La vecchia. / Filava con cento colori / che estraeva dal centro della terra, / in uno zir-zamìn di Kashàn [3] / tra ragnatele di telai / matasse fumanti / dall’odore asprigno. / Il suo occhio era giallo / come la terra di Kashàn. / Il fuso era un cipresso altissimo. / Filava / / /montagne di sogni a matasse / così alte che raggiungevano le nubi. / Anzi, erano le nubi. / Le ho portato i miei sogni / chiusi in sacchi neri di fuliggine / legati con il filo di un ricordo. /“Fammi un tappeto, le ho detto, / un tappeto di Kashàn, / con una rosa nel mezzo /gli asini di Rotonda, /la festa di Sant’Antonio, /i cammelli, / in fila tra le automobili / lungo le strade di Teheran. / Passato e futuro, tessilo insieme. / Mettici tutti i miei corvi / tutti, quelli di Vertunno / e quelli di Gholàk. [4] / “Va bene, ha detto, / ritorna tra cent’anni”. / E le passava tra le mani /la testa di un ragazzo riccioluto. : Le cadevano le ciocche tra le dita, / e lei le annodava nell’ordito / del tappeto di Kashàn. / Sul volto adolescente / lasciava senza sangue /i segni delle unghie aguzze.
Ecco, dunque, magicamente fuse le due patrie, l’Iran e la Lucania, rappresentata questa volta non dal paese natale, Chiaromonte, ma da quello della sua nonna, Rotonda, che le è ugualmente caro.
Qualche cenno ai luoghi e ai miti del suo paese si trova in In uno specchio la Fenice: Padre mio brigante, Sul ciglio dei calachi e Il farmacista di Castelluccio, ma sono allusioni assai vaghe e senza nessuna vera connotazione geografica o storica. Assente quasi del tutto è nelle raccolte poetiche successive, posteriori a In uno specchio la Fenice (Fantasma con flauto e Poesie sur soi/e), nonché nella commedia tutta sul tono surreale.
Con l’età matura e soprattutto con la nascita del primo nipotino, Manuel, Gina Labriola vuole offrire a lui e ai suoi figli, nonché ad altri ipotetici lettori, piccoli e grandi, il ricordo di una patria perduta nel tempo, non più nello spazio, ed ecco Storie della pignatta: un’infanzia tra miti, invenzioni, ricordi in un paese che conserva la realistica struttura antica, che si chiama Montedoro ma che somiglia molto a Chiaromonte, anche se, come dice nell’epigrafe, è inutile cercare questo paese nelle carte stradali. Grande parte in questa storia ha la prozia maga e il monachicchio, con il quale si identifica.
La pubblicazione del libro coincide con i suoi frequenti ritorni al paese natale. Realismo colorato di magia, realtà, ricordo e immaginazione: inesatto sarebbe comunque parlare di “realismo magico” che ha tutt’altra connotazione storica. La Lucania (Chiaromonte, Rotonda, il Sinni, il Pollino) sono “la sua Macondo”. Il riferimento è a Gabriel Garcia Marquez – personalmente conosciuto da Gina Labriola.
Importante nelle Storie del samovàr il raffronto, già citato, tra una leggenda persiana che riguarda l’Imam Rezà di Masciàd e il Beato Giovanni da Caramola, le cui reliquie si venerano a Chiaromonte: entrambi salvano degli animali innocenti dall’ingordigia di rozzi cacciatori. I bambini protagonisti del romanzo fanno i loro commenti:
- Ma io, questo fatto di cacciatori e di animali liberati dai santi, l’ho già sentito! - assicurava Alex il Fantasioso.
Era vero, la storia l’avevo già raccontata io ai miei figlioletti; l’avevo sentita tante volte, quando ero anch’io una bambina: era la leggenda di un povero eremita che viveva in una grotta, su una montagna vicino al mio paese, il beato Giovanni da Caràmola. I cacciatori lo buttarono giù, in un precipizio, perché aveva liberato due caprioli, a lui affidati, quando aveva sentito la loro mamma che li chiamava.
- Forse Giovanni conosceva l’Imàm Rezà... lo aveva incontrato da qualche parte... - suggeriva il Fantasioso, che volava con l’immaginazione fuori del tempo e dello spazio.
- Ma se stava sopra una montagna e faceva l’eremita! - osservava il Ficcanaso.
- Ma l’Imàm Rezà era santo e poteva andare dappertutto! - aggiungeva Firùz - non era niente per lui, volare fino in Italia, a cercare amici suoi! -
Erano proprio due storie simili, ma Giovanni, l’umile eremita del mio paese, non sapeva niente dell’Imàm Rezà. Non ne aveva mai sentito parlare e non conosceva neppure l’esistenza di una città chiamata Masciàd, lontano lontano, al di là delle montagne dove viveva lui. Rezà non sapeva che un suo collega, santo, sì, ma di un’altra religione, avrebbe potuto compiere le stesse buone azioni, all’altro capo del mondo. L’intenzione, però, era la stessa: salvare bestiole innocenti e dare esempio di mitezza e zoofilia.
Com’è evidente, la “lucanità”, pur nella presa di coscienza cosmopolita, non perde la sua freschezza e la sua autenticità.
Storie del pappagallo, specialmente nella seconda edizione, è tutto strutturato tra Iran e Parigi. La Lucania sembra non esserci.
L’Iran non è più quello fiabesco del tempo di Farah Diba ma è quello triste degli esuli che vivono tra rivolta e rimpianti, e questa volta non c’è posto per la sua regione, anche perché la sua patria un tempo lontana e quasi “proibita” è diventata reale, è il suo vasto nido, crogiulo di tutte le sue esperienze: il suo cat-atelier è un sogno realizzato.
A voler frugare bene, però, il pappagallo malizioso qualcosa trova dei ricordi d’infanzia, rivissuti in occasione di un buffo quanto imbarazzante incontro. La poetessa, la professoressa, ormai affermata è ormai sola nel suo rifugio parigino. Incontra per caso (è inutile volerne sapere di più sulle vicende biografiche!) un “paesano” che ha fatto fortuna, e, ricordando “l’infanzia sugli stessi sassi” le vuole offrire la sola cosa che sa di avere più di lei e che lo rende impavido fino alla sfacciataggine, tanto spudorata da sembrare solo un’ingenua rivalsa: Compagno emigrante:
Compagno emigrante, / volevi tendermi il c…, /come si tende una mano fraterna, /o una rosa. / Altro linguaggio non avevi, / O forse era ancora la solita storia: / «Io ce l’ho, e tu no!» /C’era pure la tua macchina nuova, / rutilante sotto il balcone. / Tu, bambino, al paese, /camminavi dietro un ciuco, /a piedi nudi, / ed io ero in braccio alla serva, / in una vecchia Balilla /con il fiocco in testa / (ero io, col fiocco, ma forse, pure, / la vecchia Balilla). / Era forse un’arma da scasso? / O una rivalsa? / Un’altra specie di lotta di classe, / attraverso un tubo gommoso / innocente, dopo tutto, / come sempre, del resto, /che non sa quasi niente / di vendette o di lotte di classe. / E in comune c’era solo / un grande imbarazzo, / forse una grande paura / e neppure ci rendeva fratelli / in terra straniera / il cognome registrato all’anagrafe / dello stesso paese, / l’infanzia sugli stessi sassi.../ ma tu (allora!) eri / a piedi nudi dietro un ciuco, / io in braccio a una serva / in una vecchia Balilla, / (col fiocco in testa).
Non c’è offesa nella proposta indecente del “paesano”, ma una sorta di fraternità in un paese straniero, e, da parte della poetessa, pur nel respingere ovviamente l’ardita offerta, c’è una ironica e perfino affettuosa comprensione.
L’emigrante è un “compagno” che ha fatto fortuna ma che come lei ha conosciuto gli alti e bassi del destino e certamente anche le difficoltà dello spaesamento.
Nella lirica Le tue orecchie, che dovrebbe essere una dichiarazione d’amore, la poetessa dice di amare
Le mani asciutte, calde, / come i mattoni bollenti / che al mio paese si usavano, / avvolti in un giornale o in una pezza, / per scaldarsi i piedi.
Poi, però, dichiara di preferire di lui le orecchie (le tue grandi orecchie a sventola) che sanno ascoltarla senza scacciare via le mosche pungenti delle sue parole.
Sempre nelle Storie del pappagallo c’è un piccolo accenno, solo un aggettivo (basilisco) alla lucanità, che sfugge a prima vista ma è che un indizio sintomatico, molto importante: Lamento dell’usignolo
Ma perché andate raccontando in giro / che sono triste e canto amori morti / solo perché mi piace il fresco della notte? / E perché mi accoppiate con la rosa / e inventate assurdi duetti / con quella prima donna / che conosco appena? / Voi, mi dipingete sulla rosa, / io, per me, preferisco il fresco delle frasche / Se la mia voce sembra triste, / è perché ho questo maledetto / un poco lamentoso / accento basilisco, / ma anch’io posso esser contento / come una gallina dopo l’uovo. / Anch’io posso fare amore, uova, / figli, note, poesie e svolazzi: / come farebbero altrimenti, / i poeti, e i figli dei figli dei poeti, / a raccontare che sono sempre io / quello degli amori morti / e delle uova covate dalla notte?
Gina Labriola è lucana e ama la sua terra. Prova ne siano oltre alla sua opera poetica e narrativa, i suoi lavori di diffusione e traduzione della poesia lucana in Francia (Vedi bibliografia e le pagine sul suo lavoro critico), ma non ama la lucanità come etichetta restrittiva soprattutto se è vista come un fattore di negatività, immobilità e provincialismo. In questa poesia, sempre scherzosa e apparentemente fantastica (come del resto molte altre) si legge un vero e proprio manifesto di vita e di ottimismo: “anch’io posso essere contento come la gallina dopo l’uovo”.
Due volte si parla di “uovo”, tema ricorrente nella poesia di Gina Labriola, simbolo, anche se inconscio, promessa di vita (o di creazione?).
Si può addirittura sospettare nell’intricata psicologia della nostra autrice, un complesso, un disagio: l’accento dialettale “basilisco” è “maledetto”. La poetessa ama il dialetto (o i dialetti), ma non è escluso che si sia trovata a disagio davanti a una programmatica “solarità” di altre regioni (la Campania?), colpevole di essere solo un “cardo spinoso”, originaria del paese dove Cristo non era arrivato e dove le donne continuavano a vestirsi di nero e a parlare con un accento marcatamente provinciale.
A questo proposito c’è una poesia molto “meridionale”, che fa parte della nuova edizione del Pappagallo
[5]: Orgia , ovvero mercato ortofrutticolo a Sarno
Il sole ubriaco / barcolla tra le nuvole / e senza inibizio grida / per richiamarci. / Ci siamo tutti, già ebbri. / Le solanacee in raso viola / sono congestionate, / hanno bevuto troppo. / peperoni sempre più eccitati./ Il sangue cola acido sulle foglie di lattuga. / “Peperoni, splendidi figli del sole, chi siete? / Bandiere, rosse, verdi e gialle? E di quale nazione?”/ “No! Non siamo bandiere / siamo falli in erezione!”/Ne mio cuore c’è un ciuffo / di pistilli viola / serrati in un artiglio di spine. / “Apriti, mi dice il sole, versandomi vino nella gola. / O mio cardo, se non ti decidi, / non sarai né fiore né frutto / e non avrai neanche un bruco / che ti mangi il cuore!” / Lo so. / Ma che farci? / Aspetto qualcuno che mi mangi, / ma con tutte le spine. /
Già tanti anni fa, in un’altra lirica: Ritorno da Istanti d’amore ibernati, è evidente che vuole cancellare l’immagine “nera”, negativa del suo paese e di se stessa, in una malinconica, rassegnata polemica con il suo improbabile compagno:
Perché non hai voluto / che tornassi al mio paese? / Lemuri in vesti bianche / avevano portato fiori gialli / alla stazione. / Temevi che incontrassi le mie streghe, / per filtrare erbe amare? / No. / L’ultima incantatrice, ormai, / riceve la pensione / della previdenza sociale. / Tutte le streghe hanno lasciato i boschi / abitano l’INA casa. / Tutte le prefiche sono morte. / Non c’erano altre prefiche / Al loro funerale. / Le hanno sepolte in silenzio. / Non c’è più nessuno / Che lamenti il nostro amore morto.
I lemuri, gli spiriti degli antenati, portano “fiori gialli” alla stazione. La poetessa vuole deviare, inconsciamente o no: di quale “suo” paese si tratta? A Chiaromonte non c’è la stazione!
I fiori gialli, i crochi, sono simbolo di luce e di stagioni rinnovate. Le prefiche sono morte e le streghe sono ormai borghesucce pensionate; c’è dunque una volontà ben precisa di cancellare l’immagine funebre del suo paese, anche se con un velo di malinconia, un rimpianto: è sola, lontana dal suo paese dove non può tornare, nessuno più potrà piangere con lei sul suo amore morto.
Una “lucanità” dunque, molto controversa e addirittura qualche volta rifiutata e combattuta nei suoi aspetti più evidentemente negativi e comunque sorpassati, a distanza di decenni, e certamente non in maniera programmatica. Un segreto su quanto l’autrice internazional-lucana potrà ancora offrire, se riuscirà – come lei dice – a “moltiplicare per dieci le ventiquattro ore della sua giornata”.
Promette tuttavia, soprattutto a se stessa, che tornerà in Lucania anche con la scrittura.

[1] Città a sud di Teheran.
[2] Pane sottilissimo.
[3] Zir-zamìn = sotterraneo. Stesso significato del lucano catoio.
[4] Vertunno è il nome della fattoria che la sua mamma possedeva nella campagne di Chiaromonte. Vi fa cenno più volte nelle poesie sul suo paese. Gholàk è il quartiere dove abitava, alla periferia di Teheran.
[5] La seconda edizione del Pappagallo è uscita a fine settembre 2006.
(estratto dalla tesi di Laurea "Un sogno di fili di seta - La produzione letteraria di Gina Labriola" di Rosanna Costantino, Università degli Studi di Basilicata, anno accademico 2005/06)
by Rosanna Costantino

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20 gennaio 2007

Poesia Meridiana

[riflessioni -5]
… Se l’uomo ha da morire prima d’avere il suo bene
Bisogna che i poeti siano i primi a morire.
Paul Eluard, tradotto da F. Fortini

Pomarico – Matera – Basilicata – Terra – (Forse) Universo – Da queste parti parlare di poesia significa urlare. Gridare contro. Fare poesia significa stare dalla parte della terra e rompere gli stendardi che il dio dell’impero ci mette nelle mani. Dovremmo innalzarli come vuole o frantumarli con le nostre visioni? Le nostre dannazioni?
Non abbiano nessun posto, che sia più bello degli altri, da custodire. Come vengono alcuni a dirci ogni tanto. Noi piccoli germi del sud. Testimoni di un meridione che canta e balla, senza che abbia bisogno di essere ancora immortalato. Stiamo tappezzando di colori le nostre giornate e non abbiamo nessuna intenzione di rinunciare alla bellezza delle parole. Che è bellezza dei luoghi. E dei non luoghi. Probabilmente. Qui la quotidianità insegna a scrivere e consente di leggere.
Dai nostri corpi sgorgano parole veloci e precise. Quanto le frecce del meridione che strimpella le corde dell’Italia. Dalle bocche di noi, poeti di questo tratto di sogno, scappano parole di mille dialetti. Escono dalle nostre anime termini in lingua italiana o vocaboli donatici da altri popoli. Gli altri paesi ci hanno dato culture. Oggi, di nuovo, giungono culture. Grandi quantità di sostanzioso nutrimento. L’accoglienza ci tinge e non ci permette di non amarla. Dalle nostre parti si dorme e ci si sveglia in tanti modi. E la poesia nasce alla stessa maniera.
Adesso, noi, che non siamo altro che gocce di un pezzo di sud grande quanto il mondo intero, catturiamo i ritmi delle piante e ci assuefacciamo agli odori del mare. Della montagna, delle colline che ci sollevano gli occhi. Adoriamo gli immensi spazi e le loro caratteristiche.
Il passato lo teniamo in questi occhi. Nei nostri occhi. Quello che le anziane donne scure in volto si raccontavano, e in certi dimensioni ancora si raccontano, non sono che spicchi di antica poesia. I pastori ed i contadini lavoravano cantando ed inventando creazioni liriche, in ogni istante. Intrise della loro quotidianità e del loro duro sacrificio. Scalfire il terreno era benedirlo e salutarlo. Possederlo dentro e senza diritto di proprietà, stampato sul braccio.
Ogni uomo è un poeta. Scriveva qualcuno. Ogni poeta è pure un uomo. Lo si è dovuto capire in seguito. E l’hanno dovuto capire i poeti. Almeno quelli agganciati ai movimenti della propria regione natia. Quelli scossi dalle scosse elettrificanti dei coloni, arrivati sempre a bordo di sogni gonfiati ed effimeri. Scomparsi come sono scomparse le loro tentazioni di morte e dolore.
Il dolore è la religione sono due elementi fondamentali della poesia meridiana. Evidentemente, di quella meridiana di tutti i tempi. Se possiamo provare ad indovinare.
Queste due conseguenze del passo zoppicante della società sono caratteri forti dei secoli. Nonostante oggi, della seconda vi sia rimasta solamente (e nei migliori casi) la pratica fine settimanale. Con la cancellazione del valore assoluto di essa. Della sua morale che era contro potere, perfino. Almeno a volte. Della sua importanza reale. Spesso religione e dolore hanno fatto cammini comuni. In certe occasioni, lo stesso.
Il dolore delle donne, il dolore dei poveri, il dolore dei malati. Sono da sempre motivo esistenziale dei meridionali ed hanno avuto, in diverse momenti, funzione addirittura di musa ispiratrice. Quei rumori intensi accompagnavano i meridionali ed i meridionali non potevano separarsi da essi.
La religione, essenzialmente, come pratica antica per la ricerca di una vita migliore. L’aldilà. Una speranza utile alla sopravvivenza, un ultimo ormeggio al quale chiedere aiuto prima di cedere. Aggrappandosi ad essa era praticare una via per la salvezza. Per lo spirito, in particolar modo. Poco per le membra.
E’ sin troppo facile carezzare: Orazio, Morra, Scotellaro, Trufelli. Per apportare argomentazioni sostenenti le tesi proposte. Invece, sarebbe meglio continuare a strappare immagini forti. Da questo emisfero basso basso. Che si chiama Mezzogiorno.
Soupault, anni addietro, dava consigli ai poeti: Sii come l’acqua/quella della sorgente e delle nuvole/puoi essere iridato od incolore/ma che nulla ti fermi/neanche il tempo/Non ci sono strade troppo lunghe/né mari troppo lontani/non temere né il vento /né ancora meno il caldo o il freddo/Impara a cantare/senza stancarti mai/mormora e insinuati/o strappa e travolgi/Balza o zampilla//Sii l’acqua che dorme/che corre che gioca/che purifica/l’acqua dolce e pura/perché essa è la purificazione/perché essa è la vita per i vivi/e la morte per i naufraghi. La sua lirica sa di testimonianza. Eppure, queste righe le sento patrimonio di qualcun altro. Dote di tutti i poeti meridiani. Perché in questo scorcio di sensazioni, il sud di questa piccola nazione, c’è tutto ciò che vale.
L’acqua scivola sul popolo del sud. Per lo meno in Basilicata, il bene più santo è presente in abbondanza. I lucani si accorgono di cosa vuol dire. L’acqua è, per eccellenza, l’Essenza. La prova dell’esistenza del cielo. La prova che esiste una purificazione ed un piccolo spazio incontaminato. Che sia solamente una particella o una gigantesca distesa. Ma vive.
Siamo nati per nascere e nascere ancora. Per ricordare che è necessario un uomo sociale. Un individuo che non solo mangia e beve. Un soggetto che pensa al Sogno di una cosa. Che è scordare la povertà e inondare il presente. Con battiti di anima e dolci note. La poesia è una esigenza di questo territorio. Scrivere poesia è un impegno civile. Come si diceva, bene, in passato.
La poesia meridiana ha bisogno di coltivare felicità. I poeti meridiani hanno bisogno di coltivare felicità. Si deve proporre felicità. Sorrisi come antidoti per i mali. Per tutti i mali. Non vi sono misure intermedie. La solitudine è l’unica alternativa ha questa idea. Non staremo qui ha parlarne.
In alto ormai non abbiamo che una luna puttana. Quella donna procace che circuisce le stelle. Una signora dai seni candidi, lisci; intenta a drogarci e sgualcirci. Questo dobbiamo saperlo. Prima di cominciare. Dobbiamo fare i conti con il Tutto che passa davanti e dentro di noi. Non so se siamo impreparati. Comunque, prepararsi è un’enorme gioia. Un frutto sensuale che si deve ingoiare. Per poi sospirare e rilassarci. Fino a quando i giorni saranno immensi e i desideri saranno diventati poesia e futuro. Attimi più che lunghissimi. Brillanti.
Queste riflessioni non sono dettate dalla presunzione di aver riassunto un intero concetto, in qualche riga. Sono semplicemente un primo (coraggioso forse) tentativo di porre un punto di partenza. Certamente vi saranno molte persone che avranno modo di ampliare il concetto. O confutarne interamente le argomentazioni. E’ fondamentale che lo si faccia. Bisogna aprire il più possibile il dibattito. Nella consapevolezza che dissertare a proposito della Poesia Meridiana significa parlare di qualcosa di anticamente giovane. L’immaginazione necessita la presenza assidua della realtà e della voglia di girarsi continuamente avanti ed indietro. La presente è una sfida a quanti hanno la volontà di procedere nell’intento. Sospirando sempre e spargendo sale sulle nuvole e sulle pietre dei nostri incanti.
by Nunzio Festa

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07 gennaio 2007

Tra parole, gestualità, immagini e suoni la performance di Nicola Frangione a Rionero in Vulture

[riflessioni -4]

Si è tenuta a Rionero in Vulture la performance di uno dei più noti e affermati artisti italiani e internazionali. L’evento brillantemente coordinato dalla critica d’arte Elena Schifino è stato organizzato in sinergia dalle Associazioni Skenè, La Cetra e la Lira, LucaniArt, il Teatro “La Piccola”, la Città di Rionero in Vulture.
Nicola Frangione è un artista poliedrico e sfaccettato, un performer che sperimenta sul palcoscenico la contaminazione di varie tecniche e linguaggi espressivi, dalla poesia alle immagini, dalla musica alla gestualità, tentando un superamento di quelle barriere che solitamente dividono la poesia dalle altre arti performative.
Lucano di origine, vive a Monza, dove porta avanti da decenni un personale e originale lavoro di ricerca nel campo musicale e della poesia, dando da sempre un forte contribuito all'affermazione, in Italia, di questa particolare forma d’arte.
Nella sua performance rapporti orali e trasversalità sonore tenutasi il 4 gennaio al Teatro “La Piccola” di Rionero in Vulture, Frangione ha posto al centro dell’attenzione il corpo, come elemento espressivo fondamentale di quella parola interiore che anima i nostri abissi più inconsci e reconditi
“Il corpo come materia pulsante, come presenza vibrate, come vertigine sensoriale, come nodo inestricabile di misteriose tensioni sa rivelare talvolta quelle voci che animano gli abissi delle infinitudini interiori, esse premono negli alveoli e percorrono gli interstizi risalendo lungo fasci di nervi, affiorano, scabre, da quelle insondabili cavità, dove il flatus si stringe all’anima e con essa si confonde” così descrive la gestualità di Frangione il poeta e performer Giovanni Fontana.
Uno spettacolo che dà “voce” alla parola, quello messo in scena giovedì sera dall’artista, alla parola che diventa azione, consapevole della sua pasta sonora, delle sue rotondità e dei suoi spigoli, alla parola riproducibile e moltiplicabile, esplorata in tutte le sue declinazioni di tono, visive e performative, nel tentativo scardinare il concetto tradizionale di poesia per legarla all’azione, al suono, attraverso la fisicità ambientale e naturale della voce. Ed è in questo processo che il corpo passa da intermediario e diviene oggetto stesso della poesia totale.

“… l’ideale formato della comunicazione sarà la poetica dell’azione
autenticità in funzione per una poesia totale”
(da Introduzione Nomade di Nicola Frangione)

Non solo voce, gestualità, ma anche immagini e musica convergono nella performance di Frangione, in un sottile gioco d’interazione tra parola, gesto e visioni, che ha l’obiettivo di coinvolgere e stimolare il processo intuitivo dello spettatore, creando con esso una circolarità empatica ed emotiva.
Le immagini e i suoni entrano in scena attraverso una videoproiezione che accompagna l’interpretazione partecipata dell’artista lucano. Si tratta di “partiture visive” che vivono in un gioco immaginario e combinatorio di azioni, immagini e narrazioni.
Gioca anche con l’elemento ludico il performer lucano e con una molteplicità di oggetti della quotidianità che si prestano a sfaccettate interpretazioni figurate e simboliche.
L’evento si è concluso con una conversazione “familiare” del pubblico con Nicola Frangione, che ha assecondato le curiosità e le domande dei tanti spettatori presenti in sala ed entusiasti della performance.

by Maria Pina Ciancio

Nicola Frangione
Direttore Artistico del Festival Internazionale di Performance
Art e poetiche interdisciplinari "ART ACTION" di Monza
web-site www.nicolafrangione.it
(foto in alto di Vittoria Pietragalla)

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20 dicembre 2006

II diavolo nel presepe: una favola lucana di Gina Labriola per il Natale

[Percorsi -9]
Un diavoletto buono finisce nel presepe, mentre un angioletto discolo imperversa all’inferno. Il diavolo nel presepe di Gina Labriola è una favola breve, di appena trenta pagine, attraversata da una divertente e leggera ironia, una visione singolare del Natale raccontata a grandi e piccini. Un lavoro davvero accattivante illustrato e curato dalla casa Ed. Interlinea di Novara. Da leggere. Un richiamo al mondo della fantasia, a quei racconti veleggianti fra veglia e sogno nelle zone più remote dell'immaginario. Una prosa vigorosa e poetica al tempo stesso che dal nostro passato recupera miti, leggende, simboli "folletti, diavoli, diavolesse, streghe, briganti", che si contaminano a quelli del presente "ricchi emiri, petrolieri, multinazionali, striscioni pubblicitari" per riproporre l'ironica parafrasi della vita racchiusa nell'irriducibile "dualismo" degli opposti: il bene e il male, il bello e il brutto, l’essere e l’apparire.
Ciò che incanta nell’angelo/diavolo e nel diavolo/angelo è la tendenza a situare il possibile al centro stesso di ciò che agli adulti “organizzatori” sembra impossibile. "Che roba è questa? Un diavolo nel presepe? Un angelo all’inferno?". C’è nel racconto, attraverso la finzione letteraria, la possibilià di invertire l’ordine delle cose, fin quando "qualcuno rimise tutto a posto o credette di aver messo tutto a posto: Albus fu riconsegnato a Rosarosae, all’angiolessa sua madre e costretto a cantar litanie, e Focus, riportato, ammanettato e imbavagliato, a mamma Rubecchia…". E così tutto viene ricondotto alla prassi ordinaria e stereotipata del reale, e la storia di Albus & Focus diventa sottile critica ad una società formale, disattenta, sprecona, rituale, dove però anche gli avvenimenti più “crudeli” si addolciscono carezzati da una lieve e serpeggiante ironia "…chi pianse di più quella notte fu il bambino nella mangiatoia per il gran pasticcio di chi ha spaccato il mondo in due come una mela, senza vedere dove scorre sangue da un mondo spaccato". E mentre tutti sono occupati nei festeggiamenti natalizi, il bambinello tutto rosa nella paglia conclude: "Insegnare dove sono davvero bene e male? Sono tutti occupati in questa bella festa! E per non essere seccati, in questa gran baldoria, va a finire che mi mettono in croce anche quest’anno". Una favola quella di Gina Labriola dai tanti messaggi e valori espliciti ed impliciti, dalle emozioni e sensazioni immediate, da leggere e gustare tutta d’un fiato e …magari da regalare per il prossimo Natale!
by Maria Pina Ciancio

8 Gina Labriola, Il diavolo nel presepe, Ed. Interlinea (Le Rane), Novara 2002, (libro vincitore del Concorso Letterario “Storia di Natale 1999”)

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15 dicembre 2006

Intervista a Massimo Pallottino

[Incontri -2]
Vi proponiamo un'intervista in esclusiva di Massimo Pallottino, esordiente lucano di Rionero in Vulture, che ha da poco pubblicato per la casa Editrice peQuod il thriller Io aspetto nel buio. Approfittando della sua cortesia, abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui parlando di libri, detective, omicidi, progetti futuri, per soddisfare la viva curiosità dei lettori di LucaniArt. MPC

MPC- Cominciamo dagli esordi. Quando e perchè hai cominciato a scrivere?
MP- Ho cominciato a scrivere con una certa intenzione verso i diciassette diciotto anni: le solite poesie di sfogo giovanile (come credo che sia successo in definitiva un po' a tutti i futuri scrittori), avviandomi alla prosa solo dopo i trent'anni. Avevo trentasei anni quando ho terminato il mio primo romanzo d'ambientazione fantastica, tutt'ora inedito.
Riguardo al perchè abbia pensato di scrivere con un certo impegno, francamente non lo so. Credo piuttosto che la risposta alla tua domanda riponga nella vocazione che divampa a un certo momento nella vita di ogni scrittore; e personalmente perché scrivere mi viene piuttosto 'naturale', questo gesto (per i più faticoso, elaborato etc. etc.) nel quale ogni volta sento di esprimere la mia natura più vera.

MPC- Da dove nasce la tua passione per il genere thriller?
MP- La mia passione per il genere thriller nasce dalle letture giovanili della letteratura harboiled americana, da autori come Hammett, Chandler, Cain, e poi dai nostri Sciascia, Scerbanenco, Gadda.

MPC- Il tuo romanzo “Io aspetto nel buio” è ambientato in una clinica fiorentina, svelaci qualcosa in più.
MP- L'ambientazione del romanzo in una clinica fiorentina non è una mossa per così dire studiata; volevo semplicemente ambientare il racconto e due delitti all'interno di un ospedale, dove il protagonista venisse a ritrovarsi dopo che ha smarrito i sensi, ed ecco il perchè di questa scelta.
MPC- Quando scrivi come crei il clima di "thrilling".
MP- Quando scrivo un thriller lavoro esclusivamente sul plot, sulla trama; il clima del romanzo credo che poi si costruisca naturalmente attorno ad essa.

MPC- Ci sono autori o modelli letterari a cui ti senti vicino particolarmente?
MP- I miei modelli letterari, ripeto, sono le mie letture giovanili e fondanti di cui ho già detto.
MPC- Chi pensi possa essere il pubblico di riferimento del tuo romanzo, soltanto appassionati di polizieschi o anche altri tipi di lettori?
MP- Credo che in questo momento storico il thriller possa rivolgersi ad un pubblico di lettori sempre più ampio, non solo agli appassionati del genere poliziesco; e ciò perché esso si configura sempre di più come uno specchio (a volte deformante, orribile etc etc, ma pur sempre terribilmente realistico) attraverso il quale riusciamo a decifrare la complessità sempre maggiore del nostro stare al mondo.

MPC- Hai altri progetti letterari per il futuro, ci puoi anticipare qualcosa?
MP- Posso solo anticipare che il thriller è un genere che mi piace, mi emoziona, e che per il momento non ho deciso di abbandonarlo affatto.
by Maria Pina Ciancio
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12 dicembre 2006

Le letture poetiche di Paola Loreto e Stefano Raimondi al LucaniaPoesiaFestival di Rionero

[riflessioni -3]
Con gli interventi di Paola Loreto e Stafano Raimondi si sono conclusi gli appuntamenti inseriti all’ìnterno della manifestazione culturale Voci e Suoni dal Vulture (incontri del LucaniaPoesiaFestival 2006). Le letture dei due poeti si sono tenute l’ 8 e 9 dicembre al Teatro “La Piccola” di Rionero in Vulture, alla presenza di un pubblico attento ed entusiasta che si è lasciato coinvolgere dalla poesia dei due giovani artisti lombardi.
(8 dicembre 2006)
La serata dedicata alla poetessa Paola Loreto è stata introdotta da Stefano Raimondi che ne ha sottolineato la florida attività letteraria e il suo percorso evolutivo. La Loreto ha iniziato il reading leggendo alcune poesie raccolte nella sua opera prima L'acero rosso (Crocetti, 2002) simbolo di bellezza che ritornerà più volte nei suoi versi come approdo temporale e ciclico riappropriarsi del senso fiorito della vita: "Portarti all'acero/ rosso,/ disteso e largo/ nell'orto./ Lucore ardito,/ trasparente nell'aria./ Narratore onnisciente/ di ciò che c'importa". L’autrice, con voce dolce e decisa, ha poi raccontato della sua seconda opera Addio al decoro (Lietocolle, 2006) in cui tenta un’emancipazione dal pudore che avrebbe potuto rappresentare un ostacolo per il verso, per la sua portata di verità, e arriva ad impastare la poesia alla carnalità: "Non serve un inizio,/ di nuovo, perché non/ trascorre adesso. Sei/ dentro di me e sei tu/ il tempo, la luce/ che chiudo negli occhi,/ il senso che sento/ passare la carne". La serata è proseguita intervallata dalla musica dell’Acustic Sound Trio, e dalla lettura di versi inediti che comporranno l’opera “La memoria del corpo” che uscirà presso l’editore Crocetti nel 2007. Paola Loreto ha poi risposto con puntualità e naturalezza alle varie domande poste dal pubblico e ha raccontato della sua passione per la poesia di Emily Dickinson, la quale influenza è leggibile nei suoi versi puliti, verticali e densi. Una poesia di spessore quella della Loreto, che affascina e riempie di quel senso carnale e intimo del vivere, che lambisce le crepe dell’esserci riconoscendole e accettandole in un dettato appassionato e saggio, segno di un’anima evoluta che sa riproporsi appieno nella sua scrittura. Senz’altro come conseguenza di fatti biografici, l’autrice arriva a descrivere quel passaggio di rinascita, che l’accettazione del lutto provoca quando si compie in una vita, e allora chi si incrocia in un destino comune diviene un miracolato: "Li vedi quelli che disgrazia/ li coglie: hanno un solco nella/ faccia che non sanno più/ colmare e gli zigomi alti/ a pelle tesa del tamburo./ Non gli ridono gli angoli degli occhi/ e non gli vengono i secondi pensieri/ perché cercano i primi. Ma vanno sereni. Non c’è strada/ che non abbiano percorso, né meta/ che gli manchi di doppiare". Appare chiara la parola poetica della Loreto, ancor di più negli ultimi componimenti, dove volutamente fuoriesce dalla sua pasta intima e attraversa con sottile ironia il confine fra sé e il mondo, grazie anche ad interessanti nuovi elementi corporali, più volte ritornanti, quali “mani capaci” in viaggio.
(9 dicembre 2006)
E’ stato presentato da Paola Loreto Stefano Raimondi che ne ha tracciato un attento e colorito profilo bio-bibliografico, evidenziando soprattutto le tante iniziative che il poeta sostiene da sempre in modo attivo a favore della divulgazione della poesia tra la gente e i giovani, con interessanti incontri periodici in libreria, nei bar e nelle scuole. Altro aspetto su cui la Loreto si è soffermata nel corso della presentazione è stata l’importanza che la “città”, esplorata in tutti i suoi connotati reali e metafisici riveste all’interno della sua produzione letteraria a partire da Invernale la plachette poetica edita da Lietocolle nel '99, fino alla recente pubblicazione in prosa poetica "Il mare dietro la città".
La lettura di Stafano Raimondi è stata intervallata da annotazioni e riflessioni personali e da intermezzi musicali eseguiti dal gruppo Hot Jazz Trio. Il poeta milanese ha aperto la serata con una toccante e commovente lettura dei versi tratti da La città dell’orto, libro scritto durante la malattia e la perdita del padre “Così non ti ho mai abbracciato/ così sottile e nudo, così legato/ tutto rannicchiato, infastidito/ fin dentro al mio petto./ Non ti ho mai abbracciato così/ e forse tu neppure t’aspettavi tanto/ fiato rotto, tanta pietà.” Un momento magico in cui l’autore ha espresso con i versi tutta la forza, la gioia e le contraddizioni di essere figlio. Una lettura quella di Raimondi che ha sfiorato i toni alti della devozione e della preghiera. La scelta si è poi spostata su un raccontare più lieve e discorsivo, con la presentazione di stralci di prosa-poetica tratti dall’ultimo libro Il mare dietro l’autostrada, un’operetta che lo stesso Raimondi ha raccontato essere legata ai ricordi della sua adolescenza, ai primi amori e alle prime scoperte del corpo, e precisamente all’agosto del 1974 quando le famiglie Milanesi si spostavano in “comitiva” per le vacanze al mare sulla riviera Romagnola “Ci si prepara in tempo, in una notte per partire. Il viaggio sarebbe stato lungo, come tutto il respiro caricato fin sopra i portapacchi. Si parte per il mare al primo colpo di sonno. Si butta tutto dietro il sedile nero della Prinz, anche noi pieni di voglia di arrivare. E’ lì il vero mare che inizia…”. A conclusione di serata Raimondi ha omaggiato il pubblico presente della lettura dei suoi ultimi inediti. Belle e intense poesie in cui ritorna nuovamente quel tema metropolitano tanto caro all’autore, fortemente e fermamente legato alla sua Milano. Versi che il poeta stesso ha presentato come inquadrature in situazione di interni ed esterni della città, osservata e colta nelle sue diverse sfumature, nei suoi drammi e nelle sue tragedie. Versi che il pubblico lucano ha apprezzato in tutta la sua bellezza, consapevole che il linguaggio della poesia ha in sè i connotati del vero e del condiviso.
Con le letture di Paola Loreto e Stefano Raimondi si è concluso a Rionero un appuntamento ormai fortemente consolidato in Lucania e di ampia risonanza nazionale. Il Festival “Voci e suoni dal Vulture” giunto alla sua Terza Edizione è stato organizzato dall’Associazione Culturale La Cetra e la Lyra con la collaborazione con altri Enti, ma soprattutto grazie alla passione e all’entusiamo di Antonio Savella e Antonio Libutti.
(in alto Stafano Raimondi e Paola Loreto- foto by Mapi 2006)
by Maria Pina Ciancio - Maria Luigia Iannotti

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07 dicembre 2006

Nel mondo fantastico e misterioso dell'infanzia di Elliott

[percorsi -8]
Chi di noi non ha desiderato, almeno per una volta nella vita, scomparire, diventare invisibile, per conoscere quello che di noi pensa la gente, magari l’amico più caro?
Ebbene, il nostro desiderio potrà essere soddisfatto dalla lettura accattivante del romanzo La poliziotta bionda e con gli occhiali di Claudio Elliott.
L’autore non ricorre ai simpatici “monachicchi”, che un tempo si divertivano a fare dispetti ed ora sono relegati nelle soffitte impolverate di castelli abbandonati; non ricorre nemmeno alle “maﻻare”, di stampo tutto lucano, che nelle notti di luna piena si ungevano di un unguento speciale e spiccavano il volo, piombando nelle case dei vicini, per vendicarsi di torti ricevuti.
Il nostro Elliott si serve di un ragazzino foruncoloso, che a scuola non eccelle, ma studia per conto suo, con vera passione, chimica organica e fisica, due materie che, unite fra loro, danno origine ad imprevedibili sorprese.
Trascorrendo il suo tempo a fare esperimenti, a provare e riprovare, Marco, il protagonista della vicenda, riesce a scoprire come rendere un organismo invisibile; utilizza questa scoperta per rapinare una banca. In tutti c’è grande sconcerto: nei banchieri, nella polizia e nelle bande che operano nel territorio. Da questo momento si susseguono a tamburo battente diversi colpi di scena e l’atmosfera diventa surreale: una pistola che spunta nell’aria, boccali di birra che si muovono da una parte all’altra del bancone, schiaffi che volano da mani invisibili e così via.
Sono scenette divertenti, che, però, lasciano di stucco chi subisce gli attacchi.
I personaggi sono simpatici, goffi e sui generis. La poliziotta bionda con gli occhiali è davvero strana e facile alla distrazione, ma ha un fiuto particolare e degli sprazzi di genialità, che le permettono di scoprire la verità, grazie all’aiuto del Capitano, di cui è segretamente innamorata. I componenti delle bande dai nomignoli buffi vengono ridicolizzati nella loro organizzazione.
Claudio Elliott riesce a tener desta l’attenzione del lettore con l’intrecciarsi degli avvenimenti e l’aria di suspence nel corso di tutto il racconto. Egli conosce bene il mondo dell’adolescenza, che è fatto di luci ed ombre, di incomprensioni e di evasioni, di affermazione dell’io in contrasto con le istituzioni. Diventa adolescente lui stesso, si diverte ad inventare situazioni strane e fa divertire gli altri. Al di là del semplice e divertente racconto, l’autore affronta anche alcune importanti tematiche, come il sentimento dell’amore, trattato con delicatezza, ed il rapporto dei ragazzi con la famiglia e con la scuola. Non sempre sono gli adolescenti dalla parte del torto, ma spesso sono gli adulti che non riescono a comprenderli e a volte commettono errori irreparabili.
Il testo, ben curato graficamente, alla fine di ogni capitolo è corredato di disegni e di schede didattiche, che ne facilitano la comprensione e l’analisi. Un glossario posto alla fine consente un approfondimento degli argomenti trattati ed una conoscenza dei termini specifici.
Può essere senz’altro adottato come testo di narrativa presso la Scuola Secondaria di primo grado per la molteplicità dei temi che tratta, per la forza magnetica che emana, per lo stile agile ed intenso, per gli spunti di riflessione che abbracciano vari campi, oltre al divertimento assicurato.

by Teresa Armenti

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