05 febbraio 2007

Gina Labriola tra lucanità e cosmopolitismo

[riflessioni -6]
I critici lucani, primo tra tutti Raffaele Nigro, insistono per ovvie ragioni campanilistiche sulla lucanità della poetessa Gina Labriola che nessuno, tanto meno lei stessa, può negare, ma è un giudizio quanto mai restrittivo e che non fa onore alla Lucania stessa. La “lucanità” consisterebbe nel pessimismo nel fatalismo e nell’umor nero, cose tutte che, se affiorano - anche spesso - nella sua produzione sono sempre superate attraverso l’ironia, e comunque combattute. Claudio Marabini parla di “arguzia”. Fattore assolutamente positivo è la trasposizione dei ricordi, dei sentimenti, delle sensazioni primigenie in un afflato universale e in ambiente cosmopolita.
Ma in che cose consiste, e dove si trova, questa “lucanità”? L’autrice come abbiamo detto, certo non la nega, ma non vuole farsene un vessillo. Nella prima produzione, quando era in Iran, la lontananza le dava certamente un rimpianto, ed è caduta nel luogo comune degli anni ‘50-‘60: le donne nere, i veli, ecc. Più era lontana e più sentiva vicina la patria lucana, che non le sembrava solo perduta, ma quasi “proibita”.
Ha confessato, in occasione di una presentazione di un suo libro, che la distanza era enorme, i viaggi costosi e le scarse vacanze erano trascorse al mare o in famiglia. Le strade per i paesi, allora erano difficili, e i suoi bambini non sopportavano il lungo viaggio e soffrivano. Soffriva lei, quindi, di “nostalgia”, “dolore per il ritorno” nella sua terra che le pareva, e forse era, quasi impossibile. Nel primo volume (Istanti) su oltre cento poesie, sono presenti solo sette o otto che fanno riferimento alla Lucania, anche se sono tra le più sentite e commosse. In Quasi una dedica c’è il suo fiume: ma somiglia proprio al Sinni, o è soltanto il “Fiume della vita”? Il fiume che attraversa Isfahàn si chiama Zayende-rud che significa appunto “fiume della vita”. Più tardi ci sarà la Senna, e i critici ossessionati dalla ricerca delle “fonti” troveranno pane per i loro denti ricordando l’Ungaretti dei Fiumi.
Reminiscenze letterarie o personali? Il tutto ovviamente si mescola. Si parla di Giovanni, e San Giovanni è il protettore di Chiaromonte: lo ritroviamo nella poesia Il santo patrono, che è proprio il Battista portato in processione. Di altri Giovanni si parlerà altrove: in Spagna, naturalmente, diventa Don Giovanni, poi ritorna a essere il Battista, e in Fantasma con flauto addirittura la situazione è capovolta;
E se per una volta, Salomè,/fossi io a farti cadere la testa?/Io, Giovanni emaciato, nutrito di locuste nel deserto/ senza più sangue nella gola, /tante volte me l’hanno tagliata, e consunta la pelle delle mani /per tanti lavacri nel Giordano. /Se una volta, io mi portassi, /avvolta nei tuoi sette veli, /induriti dal sangue e dagli aromi /nella confusione degli incensi, /la tua testa riccioluta?
C’è il ricordo del Santo protettore ma ancora una volta compare l’“Altra”, in uno scambio di ruoli. Giovanni è una lirica complessa (forse perfino un poco blasfema) in cui si fonde il mito biblico al ricordo delle feste del suo paese. Chi parla è una donna, inutilmente innamorata del Battista:
Non mi guardavi /quando ti portavo /tra le cocche del fazzoletto /il formaggio di pecora /e il pane azzimo /e la corrente / (del Sinni o del Giordano?)/ti illividiva i piedi.
Ne Il santo patrono c’è una descrizione di una festa e di una processione che certamente ricordano alla poetessa le feste e le processioni del suo paese, ma non si capisce (o forse si capisce anche troppo bene) se questo “Santo patrono” sia davvero il Santo protettore di Chiaromonte o ancora una volta un essere irraggiungibile.
Per devozione / occhi di smeraldo ti hanno fatto, /ma io sola so chi sei / e non posso guardarti negli occhi. / Hai un’aureola / che io ti ho fabbricato / con tutto quanto mi restava / non so se latta o oro, / tutta la ricchezza / nella cassa mezza vuota / ereditata da mia nonna. / Passa, / o patrono onnipotente / con tutto il tuo mistero. / Solo le campane, / poiché sono così vecchie, / possono osare / in quest’ora rossa di tramonto / gridare il loro amore / tra i cirri color sangue / forte, quanto più forte batte in petto / nella festa il battaglio del dolore.
Un accenno a Chiaromonte è nella lirica Felicità coniugale, ma è ancora una volta il tema dell’incomunicabilità coniugale e dei sogni che se ne vanno a spasso per conto loro, in un contesto che potrebbe essere qualunque piccolo centro urbano dove si enfatizzano i problemi interiori e sentimentali.
Su questo tema assai frequente, c’è una poesia inedita, citata precedentemente, che l’autrice definisce “gozzaniana”, proposta in una lettura pubblica “nelle sue contrade” ma che non ha mai pubblicato forse perché troppo (almeno apparentemente) autobiografica, o troppo “provinciale”, che fa riscontro a Felicità coniugale già citata, ma scritta molti anni dopo. Ci sono temi ricorrenti, anche se trasformati nel tempo. C’è il ricordo, evidentemente, di “fatti”, storie d’amore ascoltate nell’infanzia, storie di famiglia, ma che potrebbero essere state vissute in un qualunque luogo periferico e un po’ chiuso.
In Alveare di specchi sono pochi i riferimenti alla terra d’origine, lo struggente rimpianto è quasi solo per l’Iran, la patria perduta per sempre. La Lucania non era troppo lontana dalla Spagna, il “mito” si ravvicinava, non era più tanto porto “proibito”. Fa eccezione L’erba vento, scritta nel ’72 (anno dell’importantissimo premio Roberto Gatti), a Bologna dove si trovava in ospedale. Ci sono altre poesie datate dal Sant’Orsola di quella città. La malattia, anche se in via di guarigione, le dava la probabilmente nostalgia del suo paese: L’erba vento
Fuga di tetti d’embrici / Del mio paese / Onda di sangue pallido / Sospiri di camini /Fumo di bosco ucciso / Che sa di muschio e di fungaia / Desiderio placido / D’amplessi con le nubi / Antiche spose nel talamo del cielo / Muri grigi, o miei vecchi muri, / io non sono il fico familiare / cuore ligneo e seni di miele / che sfiora il davanzale con le grosse mani. / Non sono l’edera /Che vi penetra in petto / Con radici di ricordi / Lunghe dita / Di amanti perdute, /che nasconde lucertole / come desideri di sole./ Io sono l’erba vento / Nel vuoto tra due pietre:/ vivo d’un grumo di terriccio / dimenticato tra un amore e l’altro / in una ferita dell’intonaco / ciuffo verde senza addii, / in una frattura tra due embrici / carezza distratta del vento polveroso. / Ma tu ti sei rifatta la facciata / Cemento e asfalto come un muro di città. / Ti sei vestito a nuovo per le nozze: / non ha ancora ferite / il tuo binco intonaco /perché vi posi l’erba vento / una pausa grigia di stanchezza.
Com’è evidente, al ricordo dei suoi tetti e dei suoi muri si sovrappone la metafora dell’“erba vento”, riflesso ancora una volta del sentimento di abbandono.
In Alveare abbiamo però le tre brevi bellissime liriche più note di Gina Labriola, già citate, riprese nella Fenice, poi su seta, e riprodotte perfino in una ceramica sul muro della villa comunale a Chiaromonte: Dal lume di luna, Silenzio punteggiato di stelle, La strada al mio paese. Si può riconoscere Chiaromonte in queste liriche? O si tratta di un paese irreale nella fantasmagoria della poetessa? Si nota ancora una volta il tema della luna, che ricorre di frequente nella sua produzione poetica. Importante la poesia finale della raccolta: La vecchia che filava i sogni.
Ho incontrato la vecchia / che filava i sogni. / Dove?/ Non so se a Rotonda di Potenza / accanto alla fontana / che faceva il contrappunto / alle favole di mia nonna /sotto il suo balcone / o a Kashàn,
[1]/ sotto l’arco a ogiva / accanto al forno del nun lavàsh [2], / un buco arroventato, / la bocca di un demonio / che sputava schiacciate /sottili come idee, / profumati come pani. / La vecchia. / Filava con cento colori / che estraeva dal centro della terra, / in uno zir-zamìn di Kashàn [3] / tra ragnatele di telai / matasse fumanti / dall’odore asprigno. / Il suo occhio era giallo / come la terra di Kashàn. / Il fuso era un cipresso altissimo. / Filava / / /montagne di sogni a matasse / così alte che raggiungevano le nubi. / Anzi, erano le nubi. / Le ho portato i miei sogni / chiusi in sacchi neri di fuliggine / legati con il filo di un ricordo. /“Fammi un tappeto, le ho detto, / un tappeto di Kashàn, / con una rosa nel mezzo /gli asini di Rotonda, /la festa di Sant’Antonio, /i cammelli, / in fila tra le automobili / lungo le strade di Teheran. / Passato e futuro, tessilo insieme. / Mettici tutti i miei corvi / tutti, quelli di Vertunno / e quelli di Gholàk. [4] / “Va bene, ha detto, / ritorna tra cent’anni”. / E le passava tra le mani /la testa di un ragazzo riccioluto. : Le cadevano le ciocche tra le dita, / e lei le annodava nell’ordito / del tappeto di Kashàn. / Sul volto adolescente / lasciava senza sangue /i segni delle unghie aguzze.
Ecco, dunque, magicamente fuse le due patrie, l’Iran e la Lucania, rappresentata questa volta non dal paese natale, Chiaromonte, ma da quello della sua nonna, Rotonda, che le è ugualmente caro.
Qualche cenno ai luoghi e ai miti del suo paese si trova in In uno specchio la Fenice: Padre mio brigante, Sul ciglio dei calachi e Il farmacista di Castelluccio, ma sono allusioni assai vaghe e senza nessuna vera connotazione geografica o storica. Assente quasi del tutto è nelle raccolte poetiche successive, posteriori a In uno specchio la Fenice (Fantasma con flauto e Poesie sur soi/e), nonché nella commedia tutta sul tono surreale.
Con l’età matura e soprattutto con la nascita del primo nipotino, Manuel, Gina Labriola vuole offrire a lui e ai suoi figli, nonché ad altri ipotetici lettori, piccoli e grandi, il ricordo di una patria perduta nel tempo, non più nello spazio, ed ecco Storie della pignatta: un’infanzia tra miti, invenzioni, ricordi in un paese che conserva la realistica struttura antica, che si chiama Montedoro ma che somiglia molto a Chiaromonte, anche se, come dice nell’epigrafe, è inutile cercare questo paese nelle carte stradali. Grande parte in questa storia ha la prozia maga e il monachicchio, con il quale si identifica.
La pubblicazione del libro coincide con i suoi frequenti ritorni al paese natale. Realismo colorato di magia, realtà, ricordo e immaginazione: inesatto sarebbe comunque parlare di “realismo magico” che ha tutt’altra connotazione storica. La Lucania (Chiaromonte, Rotonda, il Sinni, il Pollino) sono “la sua Macondo”. Il riferimento è a Gabriel Garcia Marquez – personalmente conosciuto da Gina Labriola.
Importante nelle Storie del samovàr il raffronto, già citato, tra una leggenda persiana che riguarda l’Imam Rezà di Masciàd e il Beato Giovanni da Caramola, le cui reliquie si venerano a Chiaromonte: entrambi salvano degli animali innocenti dall’ingordigia di rozzi cacciatori. I bambini protagonisti del romanzo fanno i loro commenti:
- Ma io, questo fatto di cacciatori e di animali liberati dai santi, l’ho già sentito! - assicurava Alex il Fantasioso.
Era vero, la storia l’avevo già raccontata io ai miei figlioletti; l’avevo sentita tante volte, quando ero anch’io una bambina: era la leggenda di un povero eremita che viveva in una grotta, su una montagna vicino al mio paese, il beato Giovanni da Caràmola. I cacciatori lo buttarono giù, in un precipizio, perché aveva liberato due caprioli, a lui affidati, quando aveva sentito la loro mamma che li chiamava.
- Forse Giovanni conosceva l’Imàm Rezà... lo aveva incontrato da qualche parte... - suggeriva il Fantasioso, che volava con l’immaginazione fuori del tempo e dello spazio.
- Ma se stava sopra una montagna e faceva l’eremita! - osservava il Ficcanaso.
- Ma l’Imàm Rezà era santo e poteva andare dappertutto! - aggiungeva Firùz - non era niente per lui, volare fino in Italia, a cercare amici suoi! -
Erano proprio due storie simili, ma Giovanni, l’umile eremita del mio paese, non sapeva niente dell’Imàm Rezà. Non ne aveva mai sentito parlare e non conosceva neppure l’esistenza di una città chiamata Masciàd, lontano lontano, al di là delle montagne dove viveva lui. Rezà non sapeva che un suo collega, santo, sì, ma di un’altra religione, avrebbe potuto compiere le stesse buone azioni, all’altro capo del mondo. L’intenzione, però, era la stessa: salvare bestiole innocenti e dare esempio di mitezza e zoofilia.
Com’è evidente, la “lucanità”, pur nella presa di coscienza cosmopolita, non perde la sua freschezza e la sua autenticità.
Storie del pappagallo, specialmente nella seconda edizione, è tutto strutturato tra Iran e Parigi. La Lucania sembra non esserci.
L’Iran non è più quello fiabesco del tempo di Farah Diba ma è quello triste degli esuli che vivono tra rivolta e rimpianti, e questa volta non c’è posto per la sua regione, anche perché la sua patria un tempo lontana e quasi “proibita” è diventata reale, è il suo vasto nido, crogiulo di tutte le sue esperienze: il suo cat-atelier è un sogno realizzato.
A voler frugare bene, però, il pappagallo malizioso qualcosa trova dei ricordi d’infanzia, rivissuti in occasione di un buffo quanto imbarazzante incontro. La poetessa, la professoressa, ormai affermata è ormai sola nel suo rifugio parigino. Incontra per caso (è inutile volerne sapere di più sulle vicende biografiche!) un “paesano” che ha fatto fortuna, e, ricordando “l’infanzia sugli stessi sassi” le vuole offrire la sola cosa che sa di avere più di lei e che lo rende impavido fino alla sfacciataggine, tanto spudorata da sembrare solo un’ingenua rivalsa: Compagno emigrante:
Compagno emigrante, / volevi tendermi il c…, /come si tende una mano fraterna, /o una rosa. / Altro linguaggio non avevi, / O forse era ancora la solita storia: / «Io ce l’ho, e tu no!» /C’era pure la tua macchina nuova, / rutilante sotto il balcone. / Tu, bambino, al paese, /camminavi dietro un ciuco, /a piedi nudi, / ed io ero in braccio alla serva, / in una vecchia Balilla /con il fiocco in testa / (ero io, col fiocco, ma forse, pure, / la vecchia Balilla). / Era forse un’arma da scasso? / O una rivalsa? / Un’altra specie di lotta di classe, / attraverso un tubo gommoso / innocente, dopo tutto, / come sempre, del resto, /che non sa quasi niente / di vendette o di lotte di classe. / E in comune c’era solo / un grande imbarazzo, / forse una grande paura / e neppure ci rendeva fratelli / in terra straniera / il cognome registrato all’anagrafe / dello stesso paese, / l’infanzia sugli stessi sassi.../ ma tu (allora!) eri / a piedi nudi dietro un ciuco, / io in braccio a una serva / in una vecchia Balilla, / (col fiocco in testa).
Non c’è offesa nella proposta indecente del “paesano”, ma una sorta di fraternità in un paese straniero, e, da parte della poetessa, pur nel respingere ovviamente l’ardita offerta, c’è una ironica e perfino affettuosa comprensione.
L’emigrante è un “compagno” che ha fatto fortuna ma che come lei ha conosciuto gli alti e bassi del destino e certamente anche le difficoltà dello spaesamento.
Nella lirica Le tue orecchie, che dovrebbe essere una dichiarazione d’amore, la poetessa dice di amare
Le mani asciutte, calde, / come i mattoni bollenti / che al mio paese si usavano, / avvolti in un giornale o in una pezza, / per scaldarsi i piedi.
Poi, però, dichiara di preferire di lui le orecchie (le tue grandi orecchie a sventola) che sanno ascoltarla senza scacciare via le mosche pungenti delle sue parole.
Sempre nelle Storie del pappagallo c’è un piccolo accenno, solo un aggettivo (basilisco) alla lucanità, che sfugge a prima vista ma è che un indizio sintomatico, molto importante: Lamento dell’usignolo
Ma perché andate raccontando in giro / che sono triste e canto amori morti / solo perché mi piace il fresco della notte? / E perché mi accoppiate con la rosa / e inventate assurdi duetti / con quella prima donna / che conosco appena? / Voi, mi dipingete sulla rosa, / io, per me, preferisco il fresco delle frasche / Se la mia voce sembra triste, / è perché ho questo maledetto / un poco lamentoso / accento basilisco, / ma anch’io posso esser contento / come una gallina dopo l’uovo. / Anch’io posso fare amore, uova, / figli, note, poesie e svolazzi: / come farebbero altrimenti, / i poeti, e i figli dei figli dei poeti, / a raccontare che sono sempre io / quello degli amori morti / e delle uova covate dalla notte?
Gina Labriola è lucana e ama la sua terra. Prova ne siano oltre alla sua opera poetica e narrativa, i suoi lavori di diffusione e traduzione della poesia lucana in Francia (Vedi bibliografia e le pagine sul suo lavoro critico), ma non ama la lucanità come etichetta restrittiva soprattutto se è vista come un fattore di negatività, immobilità e provincialismo. In questa poesia, sempre scherzosa e apparentemente fantastica (come del resto molte altre) si legge un vero e proprio manifesto di vita e di ottimismo: “anch’io posso essere contento come la gallina dopo l’uovo”.
Due volte si parla di “uovo”, tema ricorrente nella poesia di Gina Labriola, simbolo, anche se inconscio, promessa di vita (o di creazione?).
Si può addirittura sospettare nell’intricata psicologia della nostra autrice, un complesso, un disagio: l’accento dialettale “basilisco” è “maledetto”. La poetessa ama il dialetto (o i dialetti), ma non è escluso che si sia trovata a disagio davanti a una programmatica “solarità” di altre regioni (la Campania?), colpevole di essere solo un “cardo spinoso”, originaria del paese dove Cristo non era arrivato e dove le donne continuavano a vestirsi di nero e a parlare con un accento marcatamente provinciale.
A questo proposito c’è una poesia molto “meridionale”, che fa parte della nuova edizione del Pappagallo
[5]: Orgia , ovvero mercato ortofrutticolo a Sarno
Il sole ubriaco / barcolla tra le nuvole / e senza inibizio grida / per richiamarci. / Ci siamo tutti, già ebbri. / Le solanacee in raso viola / sono congestionate, / hanno bevuto troppo. / peperoni sempre più eccitati./ Il sangue cola acido sulle foglie di lattuga. / “Peperoni, splendidi figli del sole, chi siete? / Bandiere, rosse, verdi e gialle? E di quale nazione?”/ “No! Non siamo bandiere / siamo falli in erezione!”/Ne mio cuore c’è un ciuffo / di pistilli viola / serrati in un artiglio di spine. / “Apriti, mi dice il sole, versandomi vino nella gola. / O mio cardo, se non ti decidi, / non sarai né fiore né frutto / e non avrai neanche un bruco / che ti mangi il cuore!” / Lo so. / Ma che farci? / Aspetto qualcuno che mi mangi, / ma con tutte le spine. /
Già tanti anni fa, in un’altra lirica: Ritorno da Istanti d’amore ibernati, è evidente che vuole cancellare l’immagine “nera”, negativa del suo paese e di se stessa, in una malinconica, rassegnata polemica con il suo improbabile compagno:
Perché non hai voluto / che tornassi al mio paese? / Lemuri in vesti bianche / avevano portato fiori gialli / alla stazione. / Temevi che incontrassi le mie streghe, / per filtrare erbe amare? / No. / L’ultima incantatrice, ormai, / riceve la pensione / della previdenza sociale. / Tutte le streghe hanno lasciato i boschi / abitano l’INA casa. / Tutte le prefiche sono morte. / Non c’erano altre prefiche / Al loro funerale. / Le hanno sepolte in silenzio. / Non c’è più nessuno / Che lamenti il nostro amore morto.
I lemuri, gli spiriti degli antenati, portano “fiori gialli” alla stazione. La poetessa vuole deviare, inconsciamente o no: di quale “suo” paese si tratta? A Chiaromonte non c’è la stazione!
I fiori gialli, i crochi, sono simbolo di luce e di stagioni rinnovate. Le prefiche sono morte e le streghe sono ormai borghesucce pensionate; c’è dunque una volontà ben precisa di cancellare l’immagine funebre del suo paese, anche se con un velo di malinconia, un rimpianto: è sola, lontana dal suo paese dove non può tornare, nessuno più potrà piangere con lei sul suo amore morto.
Una “lucanità” dunque, molto controversa e addirittura qualche volta rifiutata e combattuta nei suoi aspetti più evidentemente negativi e comunque sorpassati, a distanza di decenni, e certamente non in maniera programmatica. Un segreto su quanto l’autrice internazional-lucana potrà ancora offrire, se riuscirà – come lei dice – a “moltiplicare per dieci le ventiquattro ore della sua giornata”.
Promette tuttavia, soprattutto a se stessa, che tornerà in Lucania anche con la scrittura.

[1] Città a sud di Teheran.
[2] Pane sottilissimo.
[3] Zir-zamìn = sotterraneo. Stesso significato del lucano catoio.
[4] Vertunno è il nome della fattoria che la sua mamma possedeva nella campagne di Chiaromonte. Vi fa cenno più volte nelle poesie sul suo paese. Gholàk è il quartiere dove abitava, alla periferia di Teheran.
[5] La seconda edizione del Pappagallo è uscita a fine settembre 2006.
(estratto dalla tesi di Laurea "Un sogno di fili di seta - La produzione letteraria di Gina Labriola" di Rosanna Costantino, Università degli Studi di Basilicata, anno accademico 2005/06)
by Rosanna Costantino

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20 gennaio 2007

Poesia Meridiana

[riflessioni -5]
… Se l’uomo ha da morire prima d’avere il suo bene
Bisogna che i poeti siano i primi a morire.
Paul Eluard, tradotto da F. Fortini

Pomarico – Matera – Basilicata – Terra – (Forse) Universo – Da queste parti parlare di poesia significa urlare. Gridare contro. Fare poesia significa stare dalla parte della terra e rompere gli stendardi che il dio dell’impero ci mette nelle mani. Dovremmo innalzarli come vuole o frantumarli con le nostre visioni? Le nostre dannazioni?
Non abbiano nessun posto, che sia più bello degli altri, da custodire. Come vengono alcuni a dirci ogni tanto. Noi piccoli germi del sud. Testimoni di un meridione che canta e balla, senza che abbia bisogno di essere ancora immortalato. Stiamo tappezzando di colori le nostre giornate e non abbiamo nessuna intenzione di rinunciare alla bellezza delle parole. Che è bellezza dei luoghi. E dei non luoghi. Probabilmente. Qui la quotidianità insegna a scrivere e consente di leggere.
Dai nostri corpi sgorgano parole veloci e precise. Quanto le frecce del meridione che strimpella le corde dell’Italia. Dalle bocche di noi, poeti di questo tratto di sogno, scappano parole di mille dialetti. Escono dalle nostre anime termini in lingua italiana o vocaboli donatici da altri popoli. Gli altri paesi ci hanno dato culture. Oggi, di nuovo, giungono culture. Grandi quantità di sostanzioso nutrimento. L’accoglienza ci tinge e non ci permette di non amarla. Dalle nostre parti si dorme e ci si sveglia in tanti modi. E la poesia nasce alla stessa maniera.
Adesso, noi, che non siamo altro che gocce di un pezzo di sud grande quanto il mondo intero, catturiamo i ritmi delle piante e ci assuefacciamo agli odori del mare. Della montagna, delle colline che ci sollevano gli occhi. Adoriamo gli immensi spazi e le loro caratteristiche.
Il passato lo teniamo in questi occhi. Nei nostri occhi. Quello che le anziane donne scure in volto si raccontavano, e in certi dimensioni ancora si raccontano, non sono che spicchi di antica poesia. I pastori ed i contadini lavoravano cantando ed inventando creazioni liriche, in ogni istante. Intrise della loro quotidianità e del loro duro sacrificio. Scalfire il terreno era benedirlo e salutarlo. Possederlo dentro e senza diritto di proprietà, stampato sul braccio.
Ogni uomo è un poeta. Scriveva qualcuno. Ogni poeta è pure un uomo. Lo si è dovuto capire in seguito. E l’hanno dovuto capire i poeti. Almeno quelli agganciati ai movimenti della propria regione natia. Quelli scossi dalle scosse elettrificanti dei coloni, arrivati sempre a bordo di sogni gonfiati ed effimeri. Scomparsi come sono scomparse le loro tentazioni di morte e dolore.
Il dolore è la religione sono due elementi fondamentali della poesia meridiana. Evidentemente, di quella meridiana di tutti i tempi. Se possiamo provare ad indovinare.
Queste due conseguenze del passo zoppicante della società sono caratteri forti dei secoli. Nonostante oggi, della seconda vi sia rimasta solamente (e nei migliori casi) la pratica fine settimanale. Con la cancellazione del valore assoluto di essa. Della sua morale che era contro potere, perfino. Almeno a volte. Della sua importanza reale. Spesso religione e dolore hanno fatto cammini comuni. In certe occasioni, lo stesso.
Il dolore delle donne, il dolore dei poveri, il dolore dei malati. Sono da sempre motivo esistenziale dei meridionali ed hanno avuto, in diverse momenti, funzione addirittura di musa ispiratrice. Quei rumori intensi accompagnavano i meridionali ed i meridionali non potevano separarsi da essi.
La religione, essenzialmente, come pratica antica per la ricerca di una vita migliore. L’aldilà. Una speranza utile alla sopravvivenza, un ultimo ormeggio al quale chiedere aiuto prima di cedere. Aggrappandosi ad essa era praticare una via per la salvezza. Per lo spirito, in particolar modo. Poco per le membra.
E’ sin troppo facile carezzare: Orazio, Morra, Scotellaro, Trufelli. Per apportare argomentazioni sostenenti le tesi proposte. Invece, sarebbe meglio continuare a strappare immagini forti. Da questo emisfero basso basso. Che si chiama Mezzogiorno.
Soupault, anni addietro, dava consigli ai poeti: Sii come l’acqua/quella della sorgente e delle nuvole/puoi essere iridato od incolore/ma che nulla ti fermi/neanche il tempo/Non ci sono strade troppo lunghe/né mari troppo lontani/non temere né il vento /né ancora meno il caldo o il freddo/Impara a cantare/senza stancarti mai/mormora e insinuati/o strappa e travolgi/Balza o zampilla//Sii l’acqua che dorme/che corre che gioca/che purifica/l’acqua dolce e pura/perché essa è la purificazione/perché essa è la vita per i vivi/e la morte per i naufraghi. La sua lirica sa di testimonianza. Eppure, queste righe le sento patrimonio di qualcun altro. Dote di tutti i poeti meridiani. Perché in questo scorcio di sensazioni, il sud di questa piccola nazione, c’è tutto ciò che vale.
L’acqua scivola sul popolo del sud. Per lo meno in Basilicata, il bene più santo è presente in abbondanza. I lucani si accorgono di cosa vuol dire. L’acqua è, per eccellenza, l’Essenza. La prova dell’esistenza del cielo. La prova che esiste una purificazione ed un piccolo spazio incontaminato. Che sia solamente una particella o una gigantesca distesa. Ma vive.
Siamo nati per nascere e nascere ancora. Per ricordare che è necessario un uomo sociale. Un individuo che non solo mangia e beve. Un soggetto che pensa al Sogno di una cosa. Che è scordare la povertà e inondare il presente. Con battiti di anima e dolci note. La poesia è una esigenza di questo territorio. Scrivere poesia è un impegno civile. Come si diceva, bene, in passato.
La poesia meridiana ha bisogno di coltivare felicità. I poeti meridiani hanno bisogno di coltivare felicità. Si deve proporre felicità. Sorrisi come antidoti per i mali. Per tutti i mali. Non vi sono misure intermedie. La solitudine è l’unica alternativa ha questa idea. Non staremo qui ha parlarne.
In alto ormai non abbiamo che una luna puttana. Quella donna procace che circuisce le stelle. Una signora dai seni candidi, lisci; intenta a drogarci e sgualcirci. Questo dobbiamo saperlo. Prima di cominciare. Dobbiamo fare i conti con il Tutto che passa davanti e dentro di noi. Non so se siamo impreparati. Comunque, prepararsi è un’enorme gioia. Un frutto sensuale che si deve ingoiare. Per poi sospirare e rilassarci. Fino a quando i giorni saranno immensi e i desideri saranno diventati poesia e futuro. Attimi più che lunghissimi. Brillanti.
Queste riflessioni non sono dettate dalla presunzione di aver riassunto un intero concetto, in qualche riga. Sono semplicemente un primo (coraggioso forse) tentativo di porre un punto di partenza. Certamente vi saranno molte persone che avranno modo di ampliare il concetto. O confutarne interamente le argomentazioni. E’ fondamentale che lo si faccia. Bisogna aprire il più possibile il dibattito. Nella consapevolezza che dissertare a proposito della Poesia Meridiana significa parlare di qualcosa di anticamente giovane. L’immaginazione necessita la presenza assidua della realtà e della voglia di girarsi continuamente avanti ed indietro. La presente è una sfida a quanti hanno la volontà di procedere nell’intento. Sospirando sempre e spargendo sale sulle nuvole e sulle pietre dei nostri incanti.
by Nunzio Festa

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07 gennaio 2007

Tra parole, gestualità, immagini e suoni la performance di Nicola Frangione a Rionero in Vulture

[riflessioni -4]

Si è tenuta a Rionero in Vulture la performance di uno dei più noti e affermati artisti italiani e internazionali. L’evento brillantemente coordinato dalla critica d’arte Elena Schifino è stato organizzato in sinergia dalle Associazioni Skenè, La Cetra e la Lira, LucaniArt, il Teatro “La Piccola”, la Città di Rionero in Vulture.
Nicola Frangione è un artista poliedrico e sfaccettato, un performer che sperimenta sul palcoscenico la contaminazione di varie tecniche e linguaggi espressivi, dalla poesia alle immagini, dalla musica alla gestualità, tentando un superamento di quelle barriere che solitamente dividono la poesia dalle altre arti performative.
Lucano di origine, vive a Monza, dove porta avanti da decenni un personale e originale lavoro di ricerca nel campo musicale e della poesia, dando da sempre un forte contribuito all'affermazione, in Italia, di questa particolare forma d’arte.
Nella sua performance “rapporti orali e trasversalità sonore” tenutasi il 4 gennaio al Teatro “La Piccola” di Rionero in Vulture, Frangione ha posto al centro dell’attenzione il corpo, come elemento espressivo fondamentale di quella parola interiore che anima i nostri abissi più inconsci e reconditi
“Il corpo come materia pulsante, come presenza vibrate, come vertigine sensoriale, come nodo inestricabile di misteriose tensioni sa rivelare talvolta quelle voci che animano gli abissi delle infinitudini interiori, esse premono negli alveoli e percorrono gli interstizi risalendo lungo fasci di nervi, affiorano, scabre, da quelle insondabili cavità, dove il flatus si stringe all’anima e con essa si confonde” così descrive la gestualità di Frangione il poeta e performer Giovanni Fontana.
Uno spettacolo che dà “voce” alla parola, quello messo in scena giovedì sera dall’artista, alla parola che diventa azione, consapevole della sua pasta sonora, delle sue rotondità e dei suoi spigoli, alla parola riproducibile e moltiplicabile, esplorata in tutte le sue declinazioni di tono, visive e performative, nel tentativo scardinare il concetto tradizionale di poesia per legarla all’azione, al suono, attraverso la fisicità ambientale e naturale della voce. Ed è in questo processo che il corpo passa da intermediario e diviene oggetto stesso della poesia totale.

“… l’ideale formato della comunicazione sarà la poetica dell’azione
autenticità in funzione per una poesia totale”
(da Introduzione Nomade di Nicola Frangione)

Non solo voce, gestualità, ma anche immagini e musica convergono nella performance di Frangione, in un sottile gioco d’interazione tra parola, gesto e visioni, che ha l’obiettivo di coinvolgere e stimolare il processo intuitivo dello spettatore, creando con esso una circolarità empatica ed emotiva.
Le immagini e i suoni entrano in scena attraverso una videoproiezione che accompagna l’interpretazione partecipata dell’artista lucano. Si tratta di “partiture visive” che vivono in un gioco immaginario e combinatorio di azioni, immagini e narrazioni.
Gioca anche con l’elemento ludico il performer lucano e con una molteplicità di oggetti della quotidianità che si prestano a sfaccettate interpretazioni figurate e simboliche.
L’evento si è concluso con una conversazione “familiare” del pubblico con Nicola Frangione, che ha assecondato le curiosità e le domande dei tanti spettatori presenti in sala ed entusiasti della performance.

by Maria Pina Ciancio

Nicola Frangione
Direttore Artistico del Festival Internazionale di Performance
Art e poetiche interdisciplinari "ART ACTION" di Monza
web-site www.nicolafrangione.it
(foto in alto di Vittoria Pietragalla)

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12 dicembre 2006

Le letture poetiche di Paola Loreto e Stefano Raimondi al LucaniaPoesiaFestival di Rionero

[riflessioni -3]
Con gli interventi di Paola Loreto e Stafano Raimondi si sono conclusi gli appuntamenti inseriti all’ìnterno della manifestazione culturale Voci e Suoni dal Vulture (incontri del LucaniaPoesiaFestival 2006). Le letture dei due poeti si sono tenute l’ 8 e 9 dicembre al Teatro “La Piccola” di Rionero in Vulture, alla presenza di un pubblico attento ed entusiasta che si è lasciato coinvolgere dalla poesia dei due giovani artisti lombardi.
(8 dicembre 2006)
La serata dedicata alla poetessa Paola Loreto è stata introdotta da Stefano Raimondi che ne ha sottolineato la florida attività letteraria e il suo percorso evolutivo. La Loreto ha iniziato il reading leggendo alcune poesie raccolte nella sua opera prima L'acero rosso (Crocetti, 2002) simbolo di bellezza che ritornerà più volte nei suoi versi come approdo temporale e ciclico riappropriarsi del senso fiorito della vita: "Portarti all'acero/ rosso,/ disteso e largo/ nell'orto./ Lucore ardito,/ trasparente nell'aria./ Narratore onnisciente/ di ciò che c'importa". L’autrice, con voce dolce e decisa, ha poi raccontato della sua seconda opera Addio al decoro (Lietocolle, 2006) in cui tenta un’emancipazione dal pudore che avrebbe potuto rappresentare un ostacolo per il verso, per la sua portata di verità, e arriva ad impastare la poesia alla carnalità: "Non serve un inizio,/ di nuovo, perché non/ trascorre adesso. Sei/ dentro di me e sei tu/ il tempo, la luce/ che chiudo negli occhi,/ il senso che sento/ passare la carne". La serata è proseguita intervallata dalla musica dell’Acustic Sound Trio, e dalla lettura di versi inediti che comporranno l’opera “La memoria del corpo” che uscirà presso l’editore Crocetti nel 2007. Paola Loreto ha poi risposto con puntualità e naturalezza alle varie domande poste dal pubblico e ha raccontato della sua passione per la poesia di Emily Dickinson, la quale influenza è leggibile nei suoi versi puliti, verticali e densi. Una poesia di spessore quella della Loreto, che affascina e riempie di quel senso carnale e intimo del vivere, che lambisce le crepe dell’esserci riconoscendole e accettandole in un dettato appassionato e saggio, segno di un’anima evoluta che sa riproporsi appieno nella sua scrittura. Senz’altro come conseguenza di fatti biografici, l’autrice arriva a descrivere quel passaggio di rinascita, che l’accettazione del lutto provoca quando si compie in una vita, e allora chi si incrocia in un destino comune diviene un miracolato: "Li vedi quelli che disgrazia/ li coglie: hanno un solco nella/ faccia che non sanno più/ colmare e gli zigomi alti/ a pelle tesa del tamburo./ Non gli ridono gli angoli degli occhi/ e non gli vengono i secondi pensieri/ perché cercano i primi. Ma vanno sereni. Non c’è strada/ che non abbiano percorso, né meta/ che gli manchi di doppiare". Appare chiara la parola poetica della Loreto, ancor di più negli ultimi componimenti, dove volutamente fuoriesce dalla sua pasta intima e attraversa con sottile ironia il confine fra sé e il mondo, grazie anche ad interessanti nuovi elementi corporali, più volte ritornanti, quali “mani capaci” in viaggio.
(9 dicembre 2006)
E’ stato presentato da Paola Loreto Stefano Raimondi che ne ha tracciato un attento e colorito profilo bio-bibliografico, evidenziando soprattutto le tante iniziative che il poeta sostiene da sempre in modo attivo a favore della divulgazione della poesia tra la gente e i giovani, con interessanti incontri periodici in libreria, nei bar e nelle scuole. Altro aspetto su cui la Loreto si è soffermata nel corso della presentazione è stata l’importanza che la “città”, esplorata in tutti i suoi connotati reali e metafisici riveste all’interno della sua produzione letteraria a partire da Invernale la plachette poetica edita da Lietocolle nel '99, fino alla recente pubblicazione in prosa poetica "Il mare dietro la città".
La lettura di Stafano Raimondi è stata intervallata da annotazioni e riflessioni personali e da intermezzi musicali eseguiti dal gruppo Hot Jazz Trio. Il poeta milanese ha aperto la serata con una toccante e commovente lettura dei versi tratti da La città dell’orto, libro scritto durante la malattia e la perdita del padre “Così non ti ho mai abbracciato/ così sottile e nudo, così legato/ tutto rannicchiato, infastidito/ fin dentro al mio petto./ Non ti ho mai abbracciato così/ e forse tu neppure t’aspettavi tanto/ fiato rotto, tanta pietà.” Un momento magico in cui l’autore ha espresso con i versi tutta la forza, la gioia e le contraddizioni di essere figlio. Una lettura quella di Raimondi che ha sfiorato i toni alti della devozione e della preghiera. La scelta si è poi spostata su un raccontare più lieve e discorsivo, con la presentazione di stralci di prosa-poetica tratti dall’ultimo libro Il mare dietro l’autostrada, un’operetta che lo stesso Raimondi ha raccontato essere legata ai ricordi della sua adolescenza, ai primi amori e alle prime scoperte del corpo, e precisamente all’agosto del 1974 quando le famiglie Milanesi si spostavano in “comitiva” per le vacanze al mare sulla riviera Romagnola “Ci si prepara in tempo, in una notte per partire. Il viaggio sarebbe stato lungo, come tutto il respiro caricato fin sopra i portapacchi. Si parte per il mare al primo colpo di sonno. Si butta tutto dietro il sedile nero della Prinz, anche noi pieni di voglia di arrivare. E’ lì il vero mare che inizia…”. A conclusione di serata Raimondi ha omaggiato il pubblico presente della lettura dei suoi ultimi inediti. Belle e intense poesie in cui ritorna nuovamente quel tema metropolitano tanto caro all’autore, fortemente e fermamente legato alla sua Milano. Versi che il poeta stesso ha presentato come inquadrature in situazione di interni ed esterni della città, osservata e colta nelle sue diverse sfumature, nei suoi drammi e nelle sue tragedie. Versi che il pubblico lucano ha apprezzato in tutta la sua bellezza, consapevole che il linguaggio della poesia ha in sè i connotati del vero e del condiviso.
Con le letture di Paola Loreto e Stefano Raimondi si è concluso a Rionero un appuntamento ormai fortemente consolidato in Lucania e di ampia risonanza nazionale. Il Festival “Voci e suoni dal Vulture” giunto alla sua Terza Edizione è stato organizzato dall’Associazione Culturale La Cetra e la Lyra con la collaborazione con altri Enti, ma soprattutto grazie alla passione e all’entusiamo di Antonio Savella e Antonio Libutti.
(in alto Stafano Raimondi e Paola Loreto- foto by Mapi 2006)
by Maria Pina Ciancio - Maria Luigia Iannotti

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28 novembre 2006

Da Rionero la poesia di Maria Pina Ciancio incanta il Vulture

[riflessioni -2]
Si è conclusa in un’atmosfera di emozione e commozione la serata del 26 Novembre, dedicata alla poetessa Maria Pina Ciancio accompagnata dal New Music Trio, inclusa negli appuntamenti del Lucania Poesia Festival 2006 a Rionero in Vulture e che quest’anno si svolge dal 22 Novembre al 16 Dicembre.
L’iniziativa che ha riscosso successo di pubblico e di critica in questi anni, è nata nel 2003 grazie alla passione per la letteratura e la musica di un gruppo di amici, tra cui spiccano Antonio Savella e Antonio Libutti, e anche e soprattutto grazie alla loro caparbia volontà di credere nella cultura come ad un alto valore sociale da proporre, e come ad un patrimonio universale da sprovincializzare dal confine lucano, là dove la qualità lo richiede.
Così dall’istituzione dell’Associazione La Cetra e la Lyra è nato il Festival che vede ogni anno la partecipazione dei nomi più imponenti del panorama letterario italiano, tra cui Roberto Saviano, Christian Raimo, Nicola Lagioia, Laura Pariani, Luciano Erba, Paola Loreto, Giancarlo Sissa, Assunta Finiguerra, Gabriele Frasca, Roberto Silvestro e tanti altri ancora.
Nel calendario delle manifestazioni del 2006 ha partecipato anche la poetessa lucana Maria Pina Ciancio di San Severino, una scrittrice attiva da anni, che ha avuto svariati riconoscimenti in campo nazionale. Un’artista eclettica capace di utilizzare la fotografia, la narrativa per ragazzi, la saggistica, il reportage narrativo, il linguaggio del blog con una naturalezza che affascina ed è chiara manifestazione di un vero ed incontaminato talento. Un talento complesso, che da venti anni produce in silenzio e umiltà, e che si è fatto voce di luoghi e di donne nel reading di domenica sera, presso il Centro Sociale "P. Sacco" di Rionero in Vulture, in una sala gremita di gente ipnotizzata e appesa al filo della tensione poetica che l’autrice ha saputo evocare nella sua lettura con forza e intensità fino all’ultimo verso.
Una voce di donna, drammatica e autentica, contraddittoria a tratti, complessa appunto, straordinariamente umana, così l’ha definita Elena Schifino critica d’arte, altro manifesto talento apprezzato dal pubblico nel corso della serata.
Versi pieni di viaggi, di fantasmi, di storie, di donne e di “sguardi di terra annodati alla luna” sono apparsi chiaramente come la sintesi dinamica e svelata di un vissuto che accomuna le tante donne del Sud, che nella parola poetica hanno trovato conforto e coraggio, rabbia e fierezza, cruda espressione di un destino e dolcezza riscoperta di cuore.
La semplicità e l’essenzialità con cui la Ciancio ha letto i versi inediti e alcuni frammenti in prosa poetica, hanno senz’altro incoraggiato il pubblico ad incamminarsi nel lento e necessario viaggio verso se stessi, a cui solo la vera Poesia sa condurre e che l'autrice, da sempre in viaggio "verso Sud", ha sostenuto con l’altruismo, la profondità e la passione vera di donna-madre-figlia, che sa farsi umilmente verso, carezza, gemito strappato e donato alla vita.
Un’iniziativa che senz’altro incoraggia chi ama la scrittura come esperienza viva, che sta appieno in una mappa esistenziale e la determina in parte, che si fonde in essa senza confondersi con essa.
Ci piace constatare che per una volta sono i veri talenti ad avere lo spazio che meritano, e la filosofia adottata dagli organizzatori ce lo conferma, essendo tesa ad una sperimentazione costante, sintomo di crescita, e alla difesa di una scelta libera e consapevole delle persone da interpellare, che non cede dunque alle tante proposte di compromesso a cui spesso la Cultura in questa regione è sottoposta.
Le ricadute a distanza di anni sono già evidenti, il Festival è apprezzato in tutta Italia e il coinvolgimento di nomi sempre più importanti diviene sempre meno difficile per gli organizzatori, che oltretutto hanno il merito di offrire una straordinaria ospitalità agli artisti.
Uno sguardo nuovo sulla Cultura, che finalmente comincia a convincere, che rende sinergica e comunicativa la nostra arte, troppo spesso trascurata e sottovalutata in campo nazionale.
A Maria Pina Ciancio vanno i miei più sinceri auguri e i miei complimenti più vivi.
by Maria Luigia Iannotti

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12 novembre 2006

Tra luce e ombra Francesca Zito ci racconta il suo sguardo interiore sulle cose

[riflessioni -1]

" La luce ha un'anima e la fotografia è la scrittura del dialogo tra luce e ombra" (V.Storaro)
Esistono molte cose nella vita che catturano lo sguardo, tuttavia solo poche catturano i nostri cuori: quando fotografo tendo a seguire ciò che riesce a destabilizzarmi (perché diverso e altro da me) o ciò che m’ispira profonda empatia. Ho sempre pensato che ciò che vediamo delle cose non sono soltanto le “cose”, infatti se guardiamo bene, riusciamo a trovare qualcosa di bello anche nelle cose più brutte. La meraviglia è in noi, non nelle cose. Lo stupore interiore è la molla di ogni scoperta. Guardare le cose da un altro punto di vista offre sempre scenari inaspettati e la fotografia è esattamente questo per me. Anche se credo che non è tanto importante da dove si guarda, ma come si guarda. A volte nemmeno ti accorgi che le cose più belle le hai proprio lì, a portata di mano. Sono talmente vicine a nostri occhi che non le vediamo.
Fotografare è comunicare, i grandi fotografi sono in grado di raccontare agli altri, io racconto a me stessa. Una fotografia infatti per me altro non è che il prologo di un romanzo, l’incipit di una poesia, l’intro di una melodia, la prima inquadratura di un film, un mio personale racconto interiore. Con la fotografia mi racconto delle storie. Perché come scriveva Baudelaire: “L’immaginazione è la prima fonte di felicità.”
Diventa un onore riuscire a raccontare anche agli altri. Le rare volte che involontariamente ci sono riuscita mi sono commossa, perché riuscire a toccare le corde di un’anima è sempre un dono ed una profonda responsabilità.
Ho svolto svariate attività nella mia vita e mi sono persuasa che il modo migliore per indagare se stessi è confrontarsi con gli altri. Guardare, ascoltare. Attraverso la macchina fotografica questo scambio non si esaurisce mai. Perché sempre la vita ci mette davanti qualcosa di nuovo. Dietro il mirino aspetto che qualcosa o qualcuno, una voce, un profumo, una visione mi venga a cercare e mi trovi preparata per cogliere un istante.
La mia idea interiore di comunicazione fotografica e non parte dai pensieri di due grandi scrittori: Baricco e Calvino.
Sguardo meraviglioso che è vedere senza chiedersi nulla, vedere e basta. Qualcosa come due cose che si toccano - gli occhi e l'immagine - uno sguardo che non prende ma riceve, nel silenzio più assoluto della mente, l'unico sguardo che davvero ci potrebbe salvare - vergine di qualsiasi domanda, ancora non sfregiato dal vizio del sapere - sola innocenza che potrebbe prevenire le ferite delle cose quando da fuori entrano nel cerchio del nostro sentire-vedere-sentire- perché sarebbe nulla di più che un meraviglioso stare davanti, noi e le cose, e negli occhi ricevere il mondo - ricevere - senza domande, perfino senza meraviglia - ricevere - solo- ricevere - negli occhi - il mondo. (A.Baricco)
Sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. (da Lezioni americane - Italo Calvino)
[in alto a sinistra foto di Francesca Zito -VoltoGiovanissimo, Noepoli - PZ 2004]
by Francesca Zito

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