11 maggio 2008

Al di là della neve. Storie di Scampia di Rosario Esposito La Rossa

[percorsi -21]

Al di là della neve. Storie di Scampia.
Emozioni di un incontro

Questa recensione, inedita, è stata realizzata da Margherita Colangelo nel mese di dicembre 2008, dopo aver assistito alla presentazione del libro di Rosario Esposito La Rossa, Al di là della neve. Storie di Scampia, Napoli, Marotta & Cafiero, 2007, tenutasi a Potenza, presso il Teatro “Francesco Stabile” il 10 dicembre 2008. Margherita è attualmente specializzanda in Linguistica Filologia e Letteratura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Basilicata (Rosa Piro)

Quando cerchiamo di fissare in un’immagine la volontà che spezza le catene dell’indifferenza e cerca di elevarsi da quella prigione che tanta parte dell’umanità ha costruito attorno ad essa, comincia a palesarsi la figura di Rosario Esposito La Rossa.
È strano come un incontro, dettato dalla presentazione del suo primo libro Al di là della neve. Storie di Scampia, abbia sconvolto non solo la vita di quanti si accingono a varcare l’uscio della maturità, ma anche coloro che, credendo di sentirsi avvezzi a storie di degrado e vessazione, si ritrovano a riflettere su molti problemi che affliggono le generazioni presenti e quelle che verranno.
Le parole di quel ragazzo, forse maturato troppo in fretta, risuonano ancora nella mente di quanti, assorti quasi in un’atmosfera da sogno, avrebbero trovato all’uscita dal teatro le luci della città in festa che si preparava al Natale, accompagnate dal lento, ma costante, ticchettio della pioggia, che scandiva i battiti irregolari di un cuore sempre più prossimo a proiettare al suo interno una nuova configurazione della realtà.
Già, perché ogni fragile illusione di conoscenza del mondo al di là delle nostre case, delle nostre piccole comunità si è sfaldata, generando un cumulo di detriti che si presentano come un difficile puzzle da ricomporre. Eppure di tasselli mancanti ce ne sono ancora tanti, sebbene l’attenzione per certi fatti di cronaca si sia fatta più viva negli ultimi anni.
Molti sono stati gli interventi nel corso della presentazione e ognuno di essi si è rivelato utile per scoprire una parte della personalità di Rosario, apparso non come una vittima che ha accettato la propria condizione di emarginato dalla società benpensante, la quale evita con ogni mezzo il confronto con l’altra faccia della comunità, ma come un giovane che, consapevole di avere al proprio arco poche frecce in grado di scagliarsi verso i bersagli più ambiti, si prodiga affinché ogni passo del suo cammino non sia vano, intravedendo nella sua opera un tentativo per scardinare le prese di posizione di quelle persone che lo hanno relegato a priori in una posizione di secondo rilievo.
Rosario, con il suo sforzo creativo, rappresenta tutta quella gente la cui voce è sopraffatta dal peso dell’ingiustizia e dell’impossibilità alla lotta.
Una delle accuse che gli è stata mossa è quella di non avere fiducia nelle istituzioni che operano sul territorio di Scampia, quali le forze dell’ordine, viste da lui come fagocitate dal sistema malato dell’illegalità e dunque incapaci di opporre una forte resistenza all’avanzata della Camorra, che pare offrire l’illusione di una vita più agiata a molti giovani, e la Chiesa, il cui impegno in favore del quartiere perde di importanza a causa dell’inettitudine a scendere in strada ed agire concretamente affinché tutte le attività da essa promosse risultino valide per chi ogni giorno calpesta un terreno minato.
È stato proprio questo punto della discussione a generare un animato confronto fra i presenti, e alla luce di tutte le storie che emergono dal torbido della droga e della vendita delle armi, non si può puntare il dito contro qualcuno che, pienamente addentro la propria condizione esistenziale, si sente lontano dai timidi tentativi da parte delle istituzioni di riportare un ordine ormai sconvolto dal continuo rigenerarsi di forze capaci di tacere la loro presenza e il loro controllo in molti centri. Ma per Rosario questo processo non è irreversibile, in quanto una forte volontà, unita ad una pronta azione volta a sancire il dissenso verso l’operato della camorra, possono consentire a ragazzi come lui, di dare una svolta decisiva non solo alla propria vita, ma anche a quella di un intero Stato.
A Rosario, studente iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza, preme, per sua stessa ammissione conoscere i propri diritti. Questa affermazione non si può pienamente comprendere se non si è udito il modo con cui l’ ha espressa e se non si è osservato lo sguardo attraverso cui comunicava le sue aspirazioni. Evidentemente il desiderio che anima Rosario è quello di non permettere più, come è accaduto nel caso di suo cugino, che persone cadute negli agguati di Camorra, benché ne fossero estranee, non vengano restituite immediatamente alle loro famiglie con la dignità che è propria di chi con quella “istituzione” non ha nulla da spartire.
Alla domanda che durante la serata della presentazione del libro gli è stata posta: C’è una sedia vuota accanto a te. Chi vorresti che vi fosse seduto?, Rosario ha risposto che lì, accanto a lui, avrebbe voluto avere suo cugino, e non i rappresentanti di quelle istituzioni che si cimentano ogni giorno con il tentativo di mantenere l’ordine pubblico.
Il corpo di suo cugino, un ragazzo morto durante l’ennesima lotta per la supremazia fra i clan, è stato restituito ai suoi cari dopo diversi giorni dalla sua morte e la sua estraneità ai fatti è stata dimostrata dopo molto tempo. Da questa tragica scomparsa Rosario ha deciso di prendere in mano la sua vita. Ha fondato un’associazione e ha creato un sito internet a cui tutte le persone in difficoltà possono rivolgersi. Il suo libro, inoltre, offre uno spaccato drammatico della vita di molti suoi coetanei che non trovano in se stessi lo stimolo per reagire alle ingiustizie cui sono sottoposti.
Il turbamento che scaturisce dalla lettura delle storie contenute in Al di là della neve non rimane una sensazione isolata perché ci spinge a interrogarci anche sulle nostre scelte. Anche se Scampia è geograficamente lontana dalla nostra città e dalla sua piccola provincia, le esperienze narrateci possono fungere da monito a tutta la nostra attività presente e futura. Rosario riesce a infondere in chi lo ascolta una sana fiducia nel domani, nonostante le tante brutture attorno a lui rischiano di sporcargli le ali, che, rinvigorite, può spiegare per raggiungere tutti i traguardi che si è prefissato.

Rosario Esposito La Rossa è nato a Napoli il 13 settembre 1988. Ha partecipato al progetto teatrale ARREVUOTO con lo spettacolo "La Pace!" debuttando al teatro Mercadante e al teatro Argentina di Roma. Ha fondato l'associazione VO.DI.SCA (Voci di Scampia) che da qualche anno opera sul quartiere.Questo è il suo primo libro.
by Margherita Colangelo

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30 gennaio 2008

Il Sud di Andrea di Consoli

[percorsi -20]
Il romanzo che lo scrittore Di Consoli ci propone è da annoverarsi tra le belle prove di scrittura di quel filone meridionalista che va riscoprendo la forza delle radici e il dormiveglia nel quale è crollata la popolazione delle regioni del Sud Italia a causa delle cattive e facoltose abitudini sociali. Stiamo dicendo che a causa dell'eccessivo benessere la gente del Sud della penisola ha completamente dimenticato le grandi prove di scrittura che hanno caratterizzato gli anni tra la seconda guerra mondiale e la recessione industriale degli anni Ottanta. Abbiamo letto il romanzo di Carmine Abate La festa del ritorno (Mondadori, 2004) che ha molte similitudini con Il padre degli animali. In modo particoalare per quanto riguarda i riti antichi, quelli arborei, i fuochi delle stoppie nei campi, i balli, i falò e la gente intorno, le bevute insieme, il calore di un meridione che sta cambiando sotto i nostri occhi mediante i duri colpi di una politica consumistica calata dalla parte ricca della Bella Italia. Per quanto si tenti di allontanare la paura della morte, questa ritorna forte, si insinua in ogni pagina del romanzo proprio come nelle poesie del Nobel Quasimodo, quasi come un'acqua sorgiva che scaturisca dagli occhi della nostra terra calda e colma di luce solare. Gli animali. Animali senza nome che hanno lavorato ininterrottamente in Svizzera, ma sarebbero potuta essere la Germania, il Belgio o altre nazioni, alla costruzioen delle case, delle fabbriche, delle autostrade, dei negozi, della miriade di edifici delle grandi metropoli oltralpe. Animali che hanno visto i propri figli, i nipoti, morire al Sandis Park di Zurigo per overdose, o suicidarsi spingendosi dal ponte dei sospiri di Appenzell. Animali che sono tornati a casa carichi di soldi ma poverissimi di affetto. Hanno visto i propri figli e nipoti finire in malo modo proprio quando sono rientrati in paese e hanno completato la loro fuga, quella degli anni Sessanta, con un rientro privo di qualità, di riconoscenza da parte dei paesani e nella perdita dei figli incapaci di adattarsi a questo cambiamento. Tre parti di un romanzo forte e costruttivo, mai rabbioso, mai stonato, nonostante sia pervaso da un dolore cosmico che si affaccia alla fede per racimolare una piccola forza di rivincita.Il Sud raccontato dal Nostro è quello della Val d'Agri, dei pozzi petroliferi, della gente forte e buona della provincia tra Salerno e Potenza, quella terra lucana tanto cara ai giorni nostri a Leonardo Sinisgalli o a Rocco Scotellaro. Questa è anche la terra descritta da Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato a Eboli o nel romanzo Ombre sull'Ofanto di Raffaele Nigro. Un romanzo che pagina dopo pagina scopre le difficoltà del ritornare a quella che dovrebbe essere la vita delle origini: una sorta di sorgente, come quella descritta dallo scrittore, che dovrebbe dissetare e invece non può più assolvere questo compito perché tutto il passato è divenuto “fango“ che distrugge la luce dei ricordi.Raccontato attraverso la figura di un figlio, il padre assume la grandezza e la saggezza dei “padri della terra“ (se ci sentono cantare) ma il canto è un lezzo di morte che percorre le vecchie generazioni e avvisa le nuove dei cambiamenti in atto. irreparabili, insormontabili, se non nella fuga da questi luoghi e da questa gente. In sintesi, quello che sta avvenendo da sempre al sud di ogni parte del mondo e in modo ravvicinato nel sud della nostra penisola italiana. La politica, la maledetta politica che tradisce la gente onesta e svilisce quanti credono in questa figura che si “aggiusta con la mano i grandi occhiali rossi“ tanto da condurla al suicidio o ad allontanarsi per sempre dai luoghi natali dopo aver conseguito la laurea. La politica con i suoi esponenti, piccoli e grandi, ha ucciso il Sud dal dopoguerra e non smette. Chi rappresenta lo Stato o indossa una divisa non si comporta in modo migliore di fronte alle paure degli onesti e alle palesi ingiustizie dei politici.Anche i preti fanno la loro parte.In questo dramma ancestrale e collettivo, la figura del padre, immensa e silenziosa, assume l'asse nord-sud, cielo-terra, bene-male, quasi come una strada di mezzo, una via di salvezza. La figura materna è appena accennata, poche volte ricordata, quasi in forma onirica, come un'alba lontana. Stupisce la frammentazione delle vite dei personaggi che si dispongono attorno alla figura del figlio e del padre. Come il ricorso alle metafore riprese dalla quotidinità di un sud in parte scomparso o che sopravvive in gesti ristretti a piccoli gruppi superstiti. Ogni pagina di questo romanzo, collocatosi tra i vincitori del Premio Napoli 2007, trasuda verità e meraviglia, calcando le belle pagine di uno scrittore come Bontempelli o quelle asciutte di Calvino. Un raccontare che somiglia a un viaggio, sostenuto con il convincimento che i cambiamenti stanno epurando al parte ancestrale delle buone tradizioni che il suo della penisola italiana conservava. I dialoghi, tra i personaggi e il cosmico, avvengono come frammenti di una lingua passata che nascondono il calore e la violenza del dialetto calabrolucano. In questo romanzo il dialetto non si affaccia a materializzare detti e frasi consuete. Lo fanno i gesti, i monologhi, le descrizioni, il testamento che lo scrittore Di Consoli consegna alla letteratura italiana consacrando, con questa bellissima prova alle soglie del nuovo secolo, la letteratura meridionale troppe volte ignorata e che invece continua ad offrire le forze migliori non solo di braccia ma di talenti letterari.
by Vincenzo D'Alessio

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13 gennaio 2008

La dittatura di Dio di Vincenzo Capodiferro

[Saggi -1]
Sorprende ed incuriosisce sempre Vincenzo Capodiferro per i suoi scritti poliedrici, che vanno dalla poesia alla satira pungente e ritmata, all’antropologia, alla denuncia del degrado sociale e politico, alla storia. Questa volta esula dalle problematiche attuali e si tuffa in pieno periodo illuministico, esordendo con il saggio filosofico dal titolo provocatorio “La dittatura di Dio – Libertà e dispotismo in Nicolas Antoine Boulanger”, pubblicato nel mese di aprile 2006 dalla Casa Editrice Clinamen di Firenze, pp. 80.
L’autore è stato sollecitato ad interessarsi dell’ingegnere – filosofo Boulanger dal suo maestro ed amico, Antonio Motta, anche lui ingegnere e storico, scomparso di recente, che gli regalò il testo di Franco Venturi “L’antichità svelata e l’idea di progresso in N. A. Boulanger” del 1947.Venturi, in effetti, è il punto di riferimento essenziale per comprendere il pensiero di Boulanger, ma è anche quell’anello di congiunzione mancante tra l’Illuminismo e l’hegelismo liberaleggiante di Croce. Vincenzo Capodiferro, chiamato simpaticamente “il filosofo” dagli amici di Castelsaraceno, si è fatto carico di questo importante dono e l’ha restituito al suo maestro con la seguente dedica: ”Ad Antonio Motta, ingegnere stradale, mio Virgilio nel cammino infernale, dono arricchito il suo dono di Boulanger e del Diluvio Universale”. Occorre ricordare che lo storico Antonio Motta ha seguito Capodiferro nel suo interessante lavoro di storia “Una domenica di sangue – Terra e libertà nelle infime convalli lucane” del 2002. Nel saggio filosofico, corredato dalla presentazione di Antonietta Viola, laureata in Scienze politiche, e da una nota di Denis Diderot sulla vita di Boulanger, viene analizzato il pensiero sul dispotismo di Boulanger (1722-1759), un filosofo illuminista considerato di minore importanza, ma originale ed anticlericale. La sua vita fu “breve, solitaria prima, chiusa e quasi nascosta poi nel seno di un piccolo gruppo di amici”. Egli ricerca l’origine delle strutture religiose e politiche nel terrore provocato dai grandi cataclismi; infatti, fa risalire il tutto al diluvio universale, che ha sconvolto l’umanità ed i suoi effetti morali e fisici si risentono ancora nella collettività umana. La tirannide, dunque, è la prima forma di governo, scaturita dal terrore diluviano, al quale seguono le altre. Ě una concezione rivoluzionaria, questa, come anche, a livello morale, il bene e il male, sono semplici stati d’animo. Il problema che viene posto è come risolvere il dualismo uomo-Dio, che sta alla base dei paradossi che ne scaturiscono. Capodiferro ne analizza tre: 1) Se la religione e la filosofia hanno come medesimo oggetto il vero, perché la religione predica la ciclica distruzione universale, mentre la ragione il progresso infinito verso la libertà? 2) L’uomo è un essere storico che tende alla libertà, ma in quanto essere naturale è soggetto alla necessità. 3) Come conciliare l’idea del progresso infinito della ragione con la non eternità del mondo. Il Nostro, con disinvolta sicurezza, ripercorre le tappe della storia della filosofia, evidenziando le affinità e le differenze del Boulanger con S. Agostino, Vico, Hegel, Montesquieu, Croce. Mette in risalto come il Boulanger tenta di smascherare ogni forma di dittatura, riducendola ad una sorta di velata teocrazia umana. Il pensiero del filosofo illuminista, per Capodiferro, è oggi ancora valido, perché offre un metodo storico e sociologico adatto ad ogni valutazione del dispotismo. Non mancano le considerazioni critiche, rilevate alla fine del saggio, sul concetto di storia, sull’atteggiamento negativo verso la Chiesa, gli Ebrei e gli Orientali.Il merito di Capodiferro è quello di aver permesso, come ha sottolineato Antonietta Viola nella presentazione, che “il solitario Boulanger varcasse la soglia della sua solitudine umana per unirsi al coro dei saggi”, oltre a quello di essersi introdotto in un campo difficile, solo per gli eletti, ma anche entusiasmante ed intrigante, come quello della filosofia, che può portare alla seguente affermazione conclusiva: ”Dio ha creato l’uomo libero, l’ha dotato, infatti, al pari degli angeli, di libero arbitrio, non per dominare gli altri, ma per amarli. Non è giustificabile alcuna monarchia di Dio sugli uomini, ma una visione che lo proponga come Padre misericordioso più che come giudice giusto”. La lettura di questo saggio non mi ha affatto allontanato da Dio, ma mi ha fatto riflettere sulle possibili tentazioni dell’uomo che, in nome della sua presunta libertà, può sviluppare un pensiero deviante e distruttivo, che lo separa dalla sua natura. La nostra personalità, purtroppo, è divisa al suo interno.Ci sono in noi tanti “io” non collegati ad un unico centro. Ciascuno racchiude in sé tutta una serie di individui diversi: il cittadino, il professionista, il disoccupato, lo sposo, l’uomo di affari, il cristiano, l’anticlericale, l’uomo di mondo; tutte queste figure non sono ben coordinate fra loro. Ciascuna di esse vuole imporsi e prendere il sopravvento sulle altre.Non c’è unità in noi. Siamo perplessi e sballottati. Se, invece, ci lasciamo invadere dall’Amore di Dio, non possiamo considerare il nostro Creatore un despota, di cui aver timore, ma possiamo finalmente trovare unione in noi ed essere sorgente di luce e di speranza.
Vincenzo Capodiferro è nato a Lagonegro, in Provincia di Potenza, nel 1973, si è laureato in Filosofia presso la “La Sapienza” di Roma e attualmente vive a Varese.

by Teresa Armenti

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01 dicembre 2007

LucaniArt intervista la poetessa lucana Assunta Finiguerra

[incontri -6]
"LA POTENZA ESPRESSIVA DEL DIALETTO IN ASSUNTA FINIGUERRA"
Scrive in dialetto lucano Assunta Finiguerra, la poetessa di San Fele che con la forza appuntita e diretta dei suoi versi riesce a trasmettere passioni ed emozioni che toccano i fondali più reconditi dell’animo. La sua carica espressiva e la sua originalità linguistica ha suscitato notevoli riconoscimenti e apprezzamenti tra i nomi più stimati e noti della critica letteraria contemporanea. Noi l’abbiamo incontrata e intervistata per voi, sul rapporto “simbiotico” e viscerale che vive con la poesia e il dialetto lucano di san fele.

Hai sempre scritto le tue raccolte poetiche in dialetto lucano. Che cosa ti spinge a scegliere come codice espressivo quello del vernacolo?

Premetto che la mia prima raccolta poetica “Se avrò il coraggio del sole” è in lingua, poi mi sono espressa in dialetto perché è nel mio Dna, lo trovo più immediato, più efficace, più colorito della lingua italiana. Sarebbe un recupero delle tradizioni se nelle scuole si dedicasse almeno un’ora settimanale allo studio del dialetto, i giovani quasi lo ignorano, italianizzano i vocaboli e quel magma incandescente, non altro che l’humus naturale della cultura di ogni regione, nel corso degli anni si dissolve, fino a diventare italiano impuro.
Dentro il dialetto vibra il sentimento di chi parla, si trasfigura e si ricrea la materia linguistica, arricchendola d’una nota personale. L’approfondimento di questa materia nelle scuole, condurrebbe il ragazzo all’apprendimento della lingua nazionale, ci sarebbe così un ritorno d’amore verso la grande patria, attraverso il culto della piccola patria natale.

Nelle tue poesie traspare tutta la carica e la potenza primitiva ed arcaica della nostra terra. Come nasce questa simbiosi tra la tua poesia e le radici?

La simbiosi tra la poesia e le mie radici nasce da un dramma interiore, da qui emerge il rapporto uomo-mondo, uomo-Dio, le sfumature che riguardano le ingiustizie del vivere, l’amore o il disamore.
Scrivere per me vuol dire aprire le porte del Tempo, entrare nella dimensione giusta per far sì che il dolore o la gioia, le invettive o l’amore, diventino scorci di vita reale, spiragli sul mondo del sogno, dell’immaginazione e perfino dell’incubo. La bellezza del dialetto è perché scava nella propria realtà interiore e quindi è un potentissimo mezzo espressivo; non manca in questa lingua la vena sentimentale o tragica sulla miseria, sulla morte resa in tono drammatico e senza retorica.

La terra di Lucania come influenza la tua scrittura poetica al “femminile”?

Innanzi tutto non credo che ci sia una scrittura al femminile la poesia, se tale, non ha sesso. Io per esempio, a volte provo odio-amore per la mia terra, nonostante i sentimenti conflittuali di cui parlo alcuni miei versi non sono altro che un canto d’amore verso di essa: … sope a panze na nzerte de fiure janghe / de quere amata terra putendine …sul ventre un serto di fiori bianchi / della mia amata terra potentina… Solije Zone Editrice 2003 Roma.
Sono sicura che tutta la mia poesia nasca da questo terremoto interiore. Non a caso la mia poetica contempla l’amore, il sangue, il dolore, la morte: essendo essa carica di pathos, custodisce dentro il suono della vita, il grido del cuore che si distende in arcate silenziose, lo smarrimento dell’animo tra le nebbie del pensiero, il ricordo infantile sul pentagramma del passato.

Il dialetto è una lingua prevalentemente orale e musicale. Quali sono le maggiori difficoltà che incontri quando devi tradurre le tue poesie in lingua?

Tradurre è un compito molto difficile, “Franco Fortini ha scritto pagine memorabili sui rapporti tra traduzione e tempo storico, gli equivoci nel tradurre in altra lingua, l’impossibilità di far versioni di poesia, specialmente nell’affrontare quel nesso suono-emozione-significati così fondamentale nel fare poetico”. Franco Loi prefazione a Solije.
Condivido pienamente quando dice il grande poeta milanese, la poesia va gustata nella lingua originale, perché la traduzione non è altro che un semplice supporto al testo.

Nel corso del ’900 il dialetto è riuscito ad assurgere a grande dignità letteraria. Quali sono i tuoi rapporti con gli altri poeti dialettali contemporanei?

Pur riconoscendo che molti poeti hanno dato lustro alla poesia dialettale nel corso del ‘900 Pasolini, Biagio Marin, il nostro Albino Pierro ecc. io non mi ispiro a nessuno di loro, la mia è una poesia che non segue nessuna scuola ed è del tutto personale.
I miei rapporti con gli altri poeti, sia dialettali che in lingua, sono improntati sulla stima, sull’amicizia e mai ho messo a confronto la mia poetica con la loro.

Ci puoi raccontare in anteprima di qualche progetto futuro a cui stai lavorando?

Da poco ho terminato la correzione delle bozze – edizioni LietoColle – di una libera interpretazione nel mio dialetto del Pinocchio di Collodi. Se Dio vorrà ho altri progetti per il futuro, essendo lucana terragna e verace preferisco non rivelarli… un pizzico di scaramanzia non guasta mai!

Un grazie e un grande in bocca al lupo ad Assunta da parte nostra, per "Pinocchio" (che aspettiamo con ansia) la poesia e la vita.

by Maria Pina Ciancio

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11 novembre 2007

Storie di donne e di 'lupi' nel Sud tragico e arcaico di Clara Nubile

[percorsi -19]
In certi luoghi gli scrittori non servono, perché le storie –da sempre– si raccontano in cerchio, attorno al fuoco e di fronte alla propria memoria. Si chiamano cunti i racconti di cui siamo fatti, un numero infinito di storie appiccicate addosso che ci scorrono dentro «come il sangue e l’acqua, i ricordi e le insidie», e si dicono in cerchio per ascoltarli meglio, passando «da un orecchio all’altro, da un cuore all’altro». Di tanti cunti impastati nei sogni, nelle visioni e nei fantasmi è fatto questo libro dedicato a tutti quelli che gli somigliano e somigliano ad un’antica canzone salentina, citata in esergo: "Na sira passai de le padule e‘ntisi le ranoncule cantare. A una a una ieu le sentia cantareca me pariane lu rusciu de lu mare". Nunzia e Palmira a orchestrare il racconto, due donne intense come solo certi paesaggi, estreme nelle passioni e nelle emozioni, non in cerca di risposte ma di qualcosa buono a proteggere dal dolore delle parole, in certi giorni storte e «malate di terra rossa e cielo sbilenco», capaci di infilarsi nelle emozioni di coloro che amano come indossare un abito, e di scandire piano le parole perché restino addosso, per sempre. Nunzia e Palmira figlie di un Sud di maleficio che condanna le donne ad essere materne e ferine insieme e ad avere lo sguardo e l’odore del lupo. Un Sud nelle cui stanze il dolore è corpo e ci si sbatte contro facendosi male fino a sanguinare. E stanze che ondeggiano al ritmo della risacca della colpa, che il sole inonda devastando tutto ciò che incontra, che sono mondi abitati da tutte le vite che ci hanno preceduto e da tutti i legami impossibili da recidere, in cui non si entra bensì ci si immerge, con pavimenti su cui stendersi per sfuggire all’afa e far tornare il corpo alla terra mentre passano i morti. Un Sud di andamenti circolari, impregnato di sensi che sopravvivono alla modernità in cui si scopre di non essere fatti della stessa pasta dei sogni ma di vino infitisciutu, d’aceto e disincanto, dell’odore pungente dell’olio, di quello sfatto dei pomodori seccati al sole. Un Sud che è terra di colori «che tramortiscono i sensi» e che il vento risparmia mentre spazza il resto e sbiadiscono smettendo di respirare quando i fantasmi sorprendono la felicità degli uomini fermando il tempo. Un Sud che è bianco e nero di fronte ai dèmoni quando i colori non vogliono svegliarsi. E poi le mani. Mani con cui si nasce, si vive e si muore. Motore di ogni fremito, agli antipodi degli occhi – porte della bellezza e dell’inferno. Mani di sciamana che insieme alle visioni curano affondando nelle viscere, mani sentite prima di essere strette e di mettere in moto il tempo, mani di un amore anomalo e violento e di una madre matrigna, o di quella piccola felicità che è un padre nei ricordi sfilacciati di un’infanzia rimasta lutto mai elaborato. A mani nude provando a scacciare la morte e ricacciare nel corpo la vita. Con una mano a seguire anni di cicatrici sul corpo e dentro l’anima, nelle mani l’amore che fa fare le cose con il cuore. Perché le mani, alla fine, cercano di raccogliere tutto il sangue colato di stanza in stanza, anno dopo anno, storia dopo storia. Non si stringono impunemente le mani, qui. Mai. Un libro scritto al ritmo ossessivo di una indefinibile pizzica, primordiale nelle emozioni, arcaico nel suono delle parole, impregnato degli umori di una terra di cui restituisce il passo ipnotico e cadenzato. Una terra magica, di cunti, masserie e tamburelli, nella quale si parla a ritroso quando non si ha niente per riempire il presente, riappropriandosi della memoria con le unghie e con i denti, consapevoli che insieme al sangue – dentro – scorrono passioni e follia, amore e morte, terra e radici inestirpabili. Dove non sono solo i legami di sangue ma le corde recise a legare; corde vocali e corde del cuore. Corde strappate. Quando eri piccola non sognavi mai. Le tue compagne dell’asilo si raccontavano i sogni in giardino, con le suore che le spiavano dal refettorio. Le suore spiavano i sogni delle bambine, misurandone parole e profondità. Tu guardavi le altre bambine a bocca aperta. Stupita, ti chiedevi perché non ti era concesso di condividere questa gioia segreta. Allora, per non essere esclusa da quel cerchio tutto rosa, t’inventavi delle storie incredibili. Storie assurde, che non sembravano per niente sogni, ma incubi, di quelli che fanno bagnare il letto di notte. I sogni sono arrivati quando hai smesso di fare la bambina, quando hai smesso di sbarrare gli occhi nel buio in cerca di un movimento fugace nella stanza. E nei sogni c’erano sempre i boschi di betulle. Per un anno e mezzo hai fatto sempre lo stesso sogno: cerchi di fuoco, boschi di betulle e aghi di ghiaccio danzanti. Come i lupi, non sogni mai troppo. [...] Come i lupi abbiamo perso il gusto di cacciare. Siamo diventate donne per necessità.
Clara Nubile, Lupo, Fazi, Roma 2007
by Stefania Mola

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21 ottobre 2007

Ballo ad Agropinto: il romanzo corale e antropologico di Giuseppe Lupo

[percorsi -18]
“Hai mutato il mio lamento in danza,
il vestito di sacco in abito di festa”
Salmi 30,12
Solo da una periferia di mondo come Agropinto si poteva spiare un pezzo di paradiso
Giuseppe Lupo è lucano di nascita, ma vive a Milano, ed è uno di quegli scrittori che ha saputo arginare con intelligenza e coraggio il tono elegiaco o malinconico che abitualmente contraddistingue tanta letteratura del distacco e dallo sradicamento. Con giocosità rara e ironica ha costruito un libro dal ritmo narrativo vivace e godibile. Copertina rossa e un disegno coloratissimo che richiama un quadro di Peter Brugel. Si presenta così Ballo ad Agropinto, un romanzo corale e antropologico dal sottofondo favolistico e magico, ambientato di una piccola comunità dell’Appennino Meridionale nel nord della Basilicata.
“Abitavamo alla periferia di Agropinto, in un villaggio di baracche costruite dal governo fascista, dopo il terremoto del 1930, tra pioppi, mandorli, ciliegi, peri, finocchi, cespugli di canne e felci”.
Quella periferia è il Fosso del Pidocchio, un regno di personaggi strani e inverosimili: Gioacchino, Tarzan e Iano, una combriccola di filabustieri che “la notte vegliava e il giorno scialava”, di avventurieri, bevitori, acrobati, incantatori di serpenti, profeti, guaritori, amatori infaticabili, scommettitori litigiosi e screanzati.
Un romanzo più vicino all’affabulazione che al racconto, che utilizza lo spirito umoristico per affrontare il difficile passaggio epocale del dopoguerra e il dramma del "boom economico" in una terra marginale come quella di Lucania.

La storia di Giuseppe Lupo si snoda infatti nell’arco di un quindicennio, dal 1943 alla fine degli ‘50, periodo durante il quale la società contadina, attratta da sogni di facile fortuna emigrò verso il Nord. La vita dei protagonisti si intreccia alle trasformazioni imposte dal progresso e dalle lotte sociali. Attraverso questo microcosmo di vita, l’autore esplora anche i grandi eventi, che hanno segnato la storia del paese: la fine della guerra, il referendum del ’46, l’arrivo della corrente elettrica nei paesi del Sud, i lavori di ampliamento dell’aquedotto pugliese, i comizi elettorali, le lotte politiche tra democristiani e comunisti.

La struttura del romanzo è dinamica, incalzante, i personaggi vivono di “relazioni”, sembrano usciti da un quadro di Brugel e a loro modo sono tutti protagonisti, con le loro storie personali, le loro azioni, la loro arte di arrangiarsi. Tra tutti spicca la figura di Tano Ucciallì, uno stravagante inventore, consigliere, un po’ anche veggente e per questo l'uomo più autorevole del villaggio.
“In fondo allo spiazzo d’erba scorreva il Pidocchio, un ruscello d’acqua opaca e dal sapore ferroso che dava il nome a tutta la zona. Chi beveva, raccontava Tano Uccillì, tornava a berla almeno un’altra volta prima di morire”.
E proprio a lui si deve la costruzione di oggetti stranissimi e complicati, quale il ventilatore spulagrano, lo sciaraballo a pedali, una giostra mastodontica, un nettascarpe a manovella.

Ne emerge un affresco leggero e ironico, picaresco direi, per il tono burlesco e comico della narrazione, per i nomi bizzarri e strani di luoghi e personaggi.

E’ poi interessante ritrovare nella pasta del narrato gli indovinelli, le filastrocche, le tradizioni di un tempo, come ad esempio la lista dei doni nuziali che i cittadini del Pidocchio preparano per le nozze di Tarzan e Maria Incoronata in Contrada Servitore: le batterie di pentole, la caffettiera napoletana, un setaccio per la farina, un paio di corna taurine contro il malocchio, un paiolo di rame, un orciolo di creta, una lanterna ad acetilene, un pitale di metallo smaltato.

Una realtà da cui l’autore non è estraneo, ma in cui si immerge fino a coglierne l’essenza (senza mai abbandonare la narrazione in prima persona) e di cui ci restituisce un mondo fatto di estrema povertà e “emarginazione”, ma di umana bellezza e condivisione delle cose.
E anche quando alla fine del romanzo, una ruspa si arrampica al casello del boschetto, perché è arrivato il giorno della demolizione delle baracche costruite durante il terremoto, seppure tra mille delusioni, opposizioni, partenze, emerge comunque la consapevolezza unanime e solidale dei protagonisti che “solo da una periferia di mondo come Agropinto si poteva spiare un pezzo di paradiso”.
8 Giuseppe Lupo, Ballo ad Agropinto, Marsilio Editore
by Maria Pina Ciancio

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07 ottobre 2007

In giro per l'Italia con Alfredo Di Bitondo

[percorsi -17]

Il viaggio è stato spesso il tema evocativo di memorie e di romanzi di tanti scrittori. Il viaggio è anche il tema dell’originale libretto di Alfredo Di Bitonto dal titolo “In giro per l’Italia – La presero in giro”. Qui non troviamo però nessuna raccolta di foto dei vari luoghi; nessun resoconto scritto su qualche località o città; il viaggio si esprime invece attraverso nomi e schizzi istantanei (realizzati su un normale block – notes) dei paesi e delle città d’Italia, a cominciare da quelli della Basilicata. Il veicolo espressivo che Di Bitonto utilizza principalmente è proprio il “lettering”, cioè il disegno delle parole, che sembrerebbe trascurabile, ma che invece è stato sempre fondamentale, basti pensare al mondo dei fumetti, dove è utilizzato ad esempio, per dare un’immagine a suoni e rumori. L’accostamento è azzardato, ma si potrebbe pensare anche all’espressività dei caratteri nelle poesie e nei disegni del Futurismo. Di Bitonto percorre così attraverso i suoi schizzi istantanei, un’Italia con località dai nomi più svariati, mettendo in risalto, con i disegni, le immagini curiose che esse evocano immediatamente e giocando ironicamente sulle somiglianze (POI DAL GRAN SASSO SI SCORGE QUALCOSA – E’ UN’AQUILA – DOVE VA? DOVE SI DIRIGE? CHIETI, CHIETI! DOVE VAI ? – A PESCARA – RISPONDE – SI SI… A PESCARE MA DOVE – A FALCONARA – E Lì SPESSO VI RITORNA ANCONA). Il libretto è proprio un racconto di un viaggio nell’Italia dei paesi, in cui i nomi sono rappresentativi della ricchezza della sua storia e della sua cultura. L’intento è ovviamente ironico ed è espresso bene nel sottotitolo del libro: “e la presero in giro”. Questo piccolo viaggio, ci trasporta così nel mondo dei luoghi, nel rapporto con il territorio, che è il rapporto di un popolo con le sue vicende storiche e i suoi costumi…
Alfredo Di Bitonto nato a Potenza nel 1950, si è laureato all’Accademia delle Belle Arti di Napoli. Insegna Arte e immagine nella Scuola secondaria di I grado. L’autore oltre alla grafica e la pittura, ha realizzato fumetti, diari, manifesti vari, illustrato racconti, copertine, compendi. Usa tecniche miste, china, pastello, acquerello per una maggiore immediatezza nell’elaborazione delle immagini nella composizione. In seguito alterna varie tecniche tempera, olio e in particolare l’acrilico, variando nei temi e nei momenti di interpretazione ed espressione.
Dal 1970 ha partecipato a diverse mostre nel capoluogo potentino e in altre città d’Italia. E’ stato recensito su diversi quotidiani e periodici della stampa lucana.
Ha pubblicato un diario illustrato sugli anni 60-70-80-90 nella loro evoluzione e mutazione storico-sociale dal titolo “Storia dei luoghi comuni e delle apparenze” , La bottega della stampa, Potenza 2005.
Alfredo Di Bitonto, In giro per l'Italia - La presero in giro (testi e disegni di Alfredo di Bitonto) La Bottega della Stampa, Potenza 2001
by Saverio De Marco

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14 settembre 2007

LucaniArt intervista il poeta lucano Gennaro Grieco

[incontri -5]
E’ una "raccolta" delle "raccolte" Apprendimento di cose utili, il volume antologico che ripropone l’intero percorso artistico di Gennaro Grieco, poeta di origini lucane residente a Torino, dove vive e lavora. Sono sei le sillogi poetiche riproposte in versione quasi integrale dall'autore: "Il Viaggio Virtuale", "Rivus Niger e scritture bastarde", "La vocazione e le idee", "Le Trentadue Ottave", "Poesie inedite", "Carte di apprendistato", con prefazione a cura di Sandro Gros-Pietro, nota dell'autore, stralci critici di Squarotti e Spaziani. Un lungo viaggio fatto di passione, rigore, riconoscimenti e apprezzamenti letterari. Di questo nuovo libro ne parliamo con l'autore, per scoprire dalla sua voce com'è nata e come ha sviluppato questa sua ultima fatica letteraria.

Partiamo dal titolo. Lei ha una scrittura fondamentalmente ragionata, “petrosa” l’ha definita Enrico Cerquiglini, perché fondamentalmente scabra ed essenziale, talvolta cruda; come mai la scelta di un titolo per così dire “semplice” e con connotati dichiaratamente didascalici?

La genesi del titolo è quasi intuitiva. Semplice il titolo e altrettanto semplice la sua genesi, si potrebbe dire. L’idea di una raccolta complessiva rimanda a quella di “antologia”, e quindi al termine equivalente “crestomazia” (una delle fondamentali caratteristiche del lavoro poetico, si sa, sta proprio nell’andare per sinonimi, nella ricerca del termine non scontato del linguaggio comune nel significato denotativo). Ebbene, confesso che per lungo tempo, prima di darlo in stampa, il vero titolo di questo mio lavoro complessivo è stato Khrēstomátheia. Così è ancora nei files che conservo nel computer. Ma poi, proprio riflettendo sull’etimo di questa parola (dal greco antico khrēstós “utile” e manthánein “imparare”) ho pensato che fosse proprio il caso di esplicitarlo, il significato, in tutta la sua estensione: per l’appunto Apprendimento di cose utili. Anche perché questo titolo racchiude, tutto sommato, l’idea stessa che ho della poesia, ovvero un processo di apprendimento di cose utili alla crescita dell’uomo e della comunità in cui opera. Titolo didascalico? Sì. D’altra parte, uno dei mille difetti che mi riconosco sta in certo tono pedagogico (dal quale, temo, non riuscirò mai ad affrancarmi del tutto).

So che sta lavorando da qualche anno a questo progetto, ma ad opera ultimata che cosa ci può raccontare su questi suoi 30 anni di intensa attività poetica e letteraria?

Sì, è vero, Apprendimento di cose utili è il libro dei miei primi trent’anni di poesia, nel senso che i testi, tutti rigorosamente datati, coprono un arco temporale che va dal 1971 al 2001. E tuttavia occorre precisare che il mio impegno sul campo, per così dire, è ben più recente. Ho il culto del tempo (per certi versi è una schiavitù), ed allora ho una data precisa per il mio ingresso nel mondo della parola scritta, da intendere nel senso di un impegno non episodico o di tipo dopolavoristico. Era la notte fra il 31 dicembre 1989 e il 1° gennaio 1990. E quella notte, dopo un veglione mancato all’ultima ora, scrissi Sogno dell’ultimo dell’anno, la prima poesia nata con l’intento di renderla pubblica. Difficile da spiegare in una intervista come questa, perché occorrerebbero molte parole. Ma, ecco, c’è di mezzo il fascino particolare che per me, spirito profondamente laico, ha sempre rivestito un giorno come il 31 dicembre (anzi la notte, precisamente la fase di passaggio dal vecchio al nuovo, e quindi la nascita, la speranza…). Tra l’altro, non so quale significato possa avere, ma erano le prime festività di fine anno che trascorrevo a casa “mia”, a Rionero, dopo ben diciassette anni di permanenza a Torino. So che quella notte dissi: basta! Non finiva solo un anno ma un decennio, quello della definitiva affermazione della società dell’immagine, dello yuppismo, della Milano da bere, del craxismo, insomma un decennio orribile per chi come me aveva vissuto in prima persona la grande stagione di lotta e di speranza degli anni settanta. Dissi – ingenuamente – basta. Come a dire: è ora di fare qualcosa, di contribuire al tentativo di arginare la piena. E, sta qui l’ingenuità, pensavo di farlo con la parola: non sapevo il deserto nel quale mi sarei avventurato…
Ad ogni modo, che siano quindici, venti o trent’anni non cambia molto. È però vero che ho vissuto questi anni con grande intensità (tanto che mi pare un secolo). Magari, ogni tanto, con qualche salutare pausa di riflessione, ma tutto sommato con una tale partecipazione, un tale coinvolgimento che si può dire sia stata la poesia a scandire gran parte del mio calendario. Ho girato in lungo e in largo per la penisola, soprattutto per via dei premi letterari (un fenomeno, questo, che sarebbe tutto da studiare). E ne ho viste di cose. Ed ho conosciuto persone straordinarie, dal magistrato di alto rango alla casalinga, dal barone universitario all’operaio, dalla sartina all’affermato professionista, ma tutti accomunati da questa incredibile passione per la poesia. Ho già detto più volte su questo aspetto, e cioè sul fatto, degno di assoluta considerazione, delle tante, ma proprio tante persone che, magari nella provincia più remota, tentano di farsi argine alla dilagante piena di nichilismo, all’avventurismo più fatuo, in una parola alla piaga dell’autolesionismo che sembra caratterizzare l’uomo del nostro tempo. E lo fanno inopinatamente con la poesia, ovvero con la parola, una parola non disgiunta, tuttavia, il più delle volte, dal dato comportamentale, dal farsi cioè esempio quotidiano di serietà e lungimiranza: insomma un vero e proprio atto d’amore.
Ecco, oggi posso solo aggiungere che magari queste persone non faranno la storia della letteratura (una storia, peraltro, determinata da ben altri e spesso discutibili fattori, e che forse anche per questo è una storia che esula dalle loro primarie preoccupazioni), ma certamente costituiscono, a mio modo di vedere, l’asse portante del movimento poetico dei nostri giorni. Asse portante, lo ribadisco, soprattutto in una fase caratterizzata dall’incredibile paradosso di essere rappresentati al vertice da una sostanziale mediocrità. Questo, almeno nel nostro Paese, è il fatto nuovo, il fatto davvero inedito di questi ultimi lustri: a fronte di una moltitudine (che non è necessariamente un dato negativo, anzi) di nuovi votati alla nobile arte della scrittura, a fronte di una marea che ha la sua origine innanzitutto nella scolarizzazione di massa (e, in stretta connessione, in una sempre più diffusa consapevolezza dei propri diritti di cittadinanza) e che ha la sua definitiva affermazione con l’avvento di Internet, ovvero delle democratiche potenzialità del web, si assiste ad uno spaventoso restringimento dei canali di accesso ai luoghi da sempre deputati a “storicizzare” l’evento letterario. Crisi delle “istituzioni”, anche qui, vista vuoi nel senso di una sostanziale scomparsa della figura classica dell’editore che rigorosamente sceglie e dà autorevolezza, vuoi nella latitanza di una critica sempre più notarile e peraltro permeabilissima, vuoi nella pochezza di un’informazione che tale più non è, e da tempo, ma che piuttosto si caratterizza, senza dignità alcuna, come propaggine dei disegni immancabilmente politico-finanziari, ovvero di potere, di questo e quello. Decadimento dei costumi, anche qui – ed è proprio questo il deserto cui più sopra accennavo –, dove, per dire, è ormai consolidata consuetudine la pratica nella quale noi italiani davvero eccelliamo, ovvero la più becera cooptazione amicale, se non addirittura parentale. Nessuna illusione circa l’esistenza di oasi felici, per carità! Ma, insomma, anche con la poesia? Addirittura con la poesia? E per quali misteriosi interessi? Quella, la poesia, per sua natura è come una sorta di precarissima montagnola (di pasta tenera, friabile assai). Eppure, c’è chi ha visto bene di attestarsi (e atteggiarsi) sulla sommità di un simile avamposto, con l’unico sforzo di menare vigorosi calci sui denti e di ricacciare quanti a vario titolo tentino l’ascesa. Mah, vai a capire! Mi sembra, oltretutto, uno sforzo vano. Perché, non c’è dubbio, nemmeno loro passeranno alla storia.

Solitamente un lavoro antologico (o "diario poetico" come lei preferisce chiamarlo) chiude un cerchio che evidentemente non è solo di linguaggio e di esperienze letterarie. "Apprendimento di cose utili" rappresenta un po’ un punto di svolta anche di vita?

Direi di sì, alla fin fine. Più sopra parlavo di “pause di riflessione”. Ecco, quella più consistente (e dolorosa – potrebbe essere interessante, in certo qual modo istruttivo riportarne le ragioni, ma temo che non sia questa la sede adatta) l’ho avuta a cavallo dello scorso decennio, complice anche il mio trasferimento in provincia, ai piedi delle Alpi, sempre più lontano dai rumori della grande città. Al rientro (perché non si può sfuggire alla propria natura…), sul finire del 2001, mi posi come obiettivo primario proprio la pubblicazione di una raccolta di tutti i miei lavori. Mica tanto inconscia, evidentemente, l’idea di lasciarmi alle spalle, “specialmente nello spirito – scrivo in una nota di Apprendimento… – , la lunga e oltremodo altalenante giovane stagione della mia esperienza poetica”. D’altra parte, anche il fatto anagrafico ha il suo peso: superato il traguardo dei cinquanta, sono – nemmeno a dirlo – un altro uomo. A parte gli affetti familiari, ovviamente, la scrittura è tutto quello che mi resta. E magari, chissà, il bello deve ancora venire…

L’antologia raccoglie tutte le sue opere in lingua italiana, ma esclude i suoi versi in dialetto lucano. Come mai questa scelta?

Come già precisato, Apprendimento… abbraccia un arco temporale che va dal 1971 al 2001. L’esperienza dialettale, del tutto inaspettata, ha inizio solo nel 2003. Ma, a titolo di cronaca, è soprattutto su questo versante che oggi cerco di lavorare, con rinnovata passione. Avevo un fiume dentro e non lo sapevo: ora vorrei incanalarlo verso il giusto mare.

Nell’arco di trent’anni, dal 1971 al 2001, la sua poesia ha visto nascere ed evolvere diversi orientamenti e tendenze poetico-letterarie. Lei come collocherebbe la sua opera in questo scenario culturale?

Ricordo ancora quello che diversi anni fa, almeno una dozzina, ebbe a dirmi (non senza favorevole stupore) Ada De Judicibus Lisena, fine poetessa e squisita signora che opera a Molfetta, in Puglia: “Gennaro, ma tu fai una poesia europea!”. Ecco, credo che volesse significare il mio operare fuori da un certo lirismo tipicamente italiano, montaliano anzi che no. Non so… Io, tra l’altro, ho dato alle stampe questo mio lavoro complessivo, questa “prima metà del diario”, come l’ho definita, anche per tirare un po’ le somme, anche sperando che quel che resta della critica “ufficiale” potesse, sulla base di un lavoro organico, bello ordinato, offrire un qualche, attendibile ragguaglio, uno straccio di rendiconto, insomma. Ma come si fa? Immagino che sia difficile scomodarsi. Per quanto più sopra sottolineato, non avrei molto da sperare… Però aspettiamo, vediamo…
Per parte mia, posso dire che non è che sia del tutto casuale l’aver debuttato relativamente tardi (più vicino ai quaranta che ai trenta). Di certo, c’entra anche il fatto di volermi infine proporre, come dire?, già con un timbro personale, in qualche modo riconoscibile, senza scimmiottamenti di sorta (ché, di quelli, davvero non si avverte mancanza alle nostre latitudini). E posso aggiungere che ben presto ho pensato di privilegiare l’aspetto formale rispetto al contenuto, nella convinzione che proprio in questo, e cioè nello stile, stia il discrimine e, arrivo a dire, la giustificazione stessa dell’ennesima proposta. C’è una nota di Luciano Nanni, una delle prime su Apprendimento…, che giunge a proposito: “L’ampio arco di tempo permette una valutazione più completa se non definitiva. L’escursione formale dei testi è retta dallo stile, disposto sempre in funzione dei contenuti; così anche un calligramma (p. 205) è vincolato all’evento e a una sua ‘interpretazione’. Là dove la sintesi – comunque presente – acquisisce la struttura versale come significante metrico-visivo, si hanno gli esiti più alti; si veda Il palco con il folgorante incipit ‘L’occhio meccanico cerca il rito e il gesto forte. / Tu sei, tu consisti’. La voce di Grieco risulta qui inconfondibile”. Ecco, a parte la questione della “sintesi” – c’entrano qui magari i gusti personali, e per quanto mi riguarda prediligo comunque un testo ben strutturato, con uno sviluppo, una “storia” – mi fa decisamente piacere, a prescindere dall’eventuale giudizio di merito, che si sia comunque rilevata questa mia particolare attenzione al dato formale. Che poi sia la forma funzionale al contenuto, o piuttosto, rovesciando i termini, il contenuto “piegato” all’opzione stilistica, come io credo di poter dire, è questione che rischia di essere quasi oziosa. Sta, comunque, almeno finora, in questo tentativo di ingabbiare in un dettato a volte persino classicheggiante il dato contingente, l’aspetto spesso scabroso del nostro storico divenire (e quindi quanto di più difficile, se non altro per l’altissimo rischio di scadere nella retorica), il tratto distintivo della mia poesia. Dico almeno finora, e cioè per quanto sin qui pubblicato, perché in ogni caso mi reputo un autore “plurale”, mi piace sperimentare percorsi diversi, ho persino, quasi del tutto inedita, quella che reputo una sorta di scrittura parallela.
Dove collocarmi? Non credo che spetti a me stabilirlo. Auspicherei solamente uno sforzo volto al superamento delle tradizionali categorie di analisi, che la si smettesse una buona volta, in altri termini, col vezzo delle facili etichette – poesia civile, filosofica, sapenziale, politica, esistenziale e quant’altro – graduando il tasso di “impegno” di una scrittura. La poesia è sempre civile, è sempre un fatto d’impegno. Se non altro per il tempo che sottrae ad altre, meno edificanti occupazioni.

Ci piacerebbe conoscere poeti l’hanno formata e quali ancora legge?

Domanda classica, questa. E non priva di insidie per uno come me abituato a essere molto franco. Rischierei, infatti, di essere tacciato di superbia se affermassi che non ho riferimenti di sorta. E se aggiungessi che non credo poi molto a questa storia dei “padri” o dei “maestri” in letteratura. Ma d’altra parte è proprio così.
Oddio, ora che mi sovviene, il termine “maestro” l’ho usato anch’io una volta. Fu, precisamente, quasi quindici anni fa, in una corrispondenza privata con Dante Maffìa. Ricordo che rimasi molto colpito dal suo libro La castità del male (premio Montale nel 1993 a Torino, in occasione del quale per l’appunto ci conoscemmo), uno di quei libri che lo leggi e pensi: “Avrei voluto scriverlo io”. Mi resi subito conto dello spessore, poeticamente parlando, del personaggio, e proprio per questo non riuscivo a capacitarmi del fatto che un simile autore giungesse, non solo a me, quasi sconosciuto. Certo, non mi ci è voluto molto a capire come vanno le cose, a capire che la notorietà – che per la poesia è comunque sempre un fatto piuttosto relativo e circoscritto – non è necessariamente in rapporto direttamente proporzionale alla qualità della proposta, ché, anzi, forse mai come in questa fase storica, caratterizzata da una inaudita degenerazione dei costumi in ogni aspetto della vita sociale, è più che altro prerogativa di uno sparuto gruppo di introdotti a corte, ovvero di presunti consulenti editoriali che si distinguono per la pervicacia nel pubblicare esclusivamente se stessi e qualche raro accolito (vecchio vizio nostrano questo, per la verità, solo che un conto è un Sereni o un Calvino, altro conto è…). Ma, insomma, Maffìa è – ed era già allora, quindici anni fa – un grande poeta, lo è in lingua e forse ancora più in dialetto (una parlata che posso apprezzare senza soverchie mediazioni perché lui è calabrese di Roseto Capo Spulico, quasi ai confini con la mia, anzi la nostra Basilicata). O sta proprio in questa grandezza di poeta il fattore di disturbo per gli asserragliati sulla cima della precarissima montagnola? Non so come dire, ma credo che un po’ si sia capito come la penso: io tendo a parteggiare, a schierarmi. E mi schiero non necessariamente e semplicisticamente dalla parte del cosiddetto più debole, ma di chi merita (ovviamente secondo una valutazione che è certamente soggettiva, ma comunque improntata al massimo rigore). Ecco, chiamare “maestro” Maffìa, quella volta, più che una dichiarazione di figliolanza letteraria, più che una sorta di adesione progettuale, mi è sembrato un personale omaggio al merito di un autore significativo, una testimonianza quasi come atto di rivalsa. Ma, come detto, non credo nei maestri o nei padri. Anche perché, storia della letteratura alla mano, ce ne sarebbero magari così pochi che la questione non avrebbe ragione di essere. Ciò, beninteso, se con tali termini si vuole intendere chi si è distinto per luce assoluta e totale assenza di ombre. E sappiamo che, in realtà, anche la storia dei grandi è costellata di alti e bassi. Come non credo, d’altra parte, a certi rapporti di dipendenza, di quasi deterministica parentela, o ad amenità del tipo “linea lombarda” piuttosto che siciliana o cinese. Penso, piuttosto, che al di qua di una certa soglia di dignità, ovverosia nel novero di autori in qualche modo significativi, ognuno vada per la sua strada. Ognuno conduce – e il bello è proprio questo – la sua sfida: con la sua storia personale e il suo bagaglio culturale che, giova sottolinearlo, sono fattori irripetibili.
Io amo la parola e ad essa mi affido. Insomma, per essere ancora più chiaro, mi affido al testo piuttosto che al curriculum di un autore (che si può sempre costruire ad arte). Sì, va bene, con la poesia siamo nel regno del soggettivo per eccellenza, ma alla fin fine, la parola, se c’è si rivela. Altrimenti, per l’appunto, non c’è curriculum che tenga. Anche perché, come sappiamo, la storia è spesso mistificazione, è solo e semplicemente la risultante di rapporti di potere, e dunque quello che viene tramandato non è necessariamente “il meglio”. Pensiamo per esempio a chi, magari fra un secolo, si troverà a studiare la poesia di questi nostri anni: avrà fra le mani, con ogni probabilità, i materiali di certi mondadoriani senza sangue il cui tasso poetico è pari – se non inferiore – a quello di un libretto di istruzioni di un elettrodomestico.
Io amo la parola e ad essa mi affido con la più ampia apertura, senza preclusioni di sorta. E, per quanto appena detto, con un occhio orientato più al presente che al passato. È questo il mio tempo, è questo il linguaggio di cui mi nutro, è questo il mondo (di gran lunga più complesso) che vivo. Per cui, per certi versi, può intrigarmi più uno dei mille poeti di provincia dei miei giorni che un “classico” consolidato. Quest’ultimo bisogna pure che lo si legga, certo: si deve. Ma è proprio di interesse che io parlo, di piacere della lettura. Anzi, di interesse nella duplice accezione di utile e, per l’appunto, possibilmente dilettevole. Questo è un aspetto di primaria importanza ai fini del processo formativo di una persona. La nostra formazione, infatti, è solo in minima parte un percorso consapevole, ovvero quello istituzionale teso all’acquisizione di una griglia di base, dei rudimenti del “mestiere”. Per il resto si lega a una nozione di piacere, nell’accezione più ampia, che è prerequisito fondamentale, è la condizione indispensabile perché il mero dato venga assimilato: perché divenga, cioè, effettiva conoscenza e ci connoti.
Non è quindi propriamente facile discernere fra gli autori e/o le opere che più di altri possono aver contribuito alla propria formazione. Soprattutto per chi come me ha letto e legge di tutto. È sempre stato il mio pallino (o il mio limite, in un mondo sempre più teso alla specializzazione, alla parcellizzazione): abbracciare l’universo intero, sapere magari poco ma di tutto. E tra l’altro va considerato che la mia formazione istituzionale, scolastica, è sì di tipo umanistico (sociologica, per la precisione), ma non certamente letteraria (quella, d’obbligo, verrà dopo). Infine, si sarà forse capito, propendo, in virtù di una sorta di diffidenza di tipo metodologico, magari più verso i cosiddetti outsider. Fatto sta che da giovane preferivo leggere, per es., un Raffaele Carrieri o un Rocco Scotellaro piuttosto che i soliti Montale e Ungaretti. E alle ragazze regalavo le poesie d’amore di Jacques Prévert (caso a parte mia moglie, alla quale regalai per l’appunto Scotellaro suscitando una perplessità fugata solo successivamente, quando capì il “privilegio” mettendolo in relazione all’incredibile orgoglio che ho delle mie origini). Lungo, davvero lungo sarebbe l’elenco dei poeti che in qualche modo apprezzo: in parte Pasolini, un certo Quasimodo suadente, Luzi, che forse in assoluto è quello che più mi convince nel complesso dell’opera, i poeti russi e Majakovskij in particolare, quelli sudamericani come ad es. Paz, Neruda, Borges, e poi anche Louis Aragon, la Wislawa Szymborska… tanti. E poi una curiosità (che, non so, magari può anche avere una qualche valenza da un punto di vista psicoanalitico): insieme all’incipit di un mio testo del ’94, Il reportage (Ciò che mi par di capire è di tenerezze infinite. / E di scoramenti. E di distacchi mai compiuti.), col quale spesso la notte mi addormento, la poesia che forse più di ogni altra mi è tornata a mente, dall’infanzia ad oggi, è Pianto antico di Carducci. Faccio questa annotazione un po’ peregrina per sottolineare che non è che si trascurino certi nostri “classici”, anche se ai tempi della scuola dell’obbligo più che altro ce li hanno fatti ingoiare (e quindi una qualche rimozione è del tutto naturale che possa esserci stata).
Venendo all’oggi, ai nostri contemporanei, premetto che ormai nove volte su dieci mi pento, a posteriori, di aver speso i miei soldi per la lettura di ciò che offre la cosiddetta grande editoria (che poi in sostanza non è altro che la galassia mondadoriana). Una lettura che pur bisogna fare, per “dovere professionale”, ma che di questo passo finirò – e mi pare di poter dire che non sono il solo – con l’abbandonare. Questi non si rendono conto del grave danno che ormai da tempo stanno procurando all’immagine della poesia. Anzi a volte mi chiedo se certe scelte editoriali siano solo frutto della loro insipienza o addirittura rispondano ad un preciso disegno di definitivo affossamento del genere letterario più nobile. Vogliono farsi belli tenendo in catalogo un prodotto che – dicono loro – economicamente non rende, ma poi nulla fanno per presentarlo al meglio, per selezionare ciò che il movimento poetico effettivamente esprime. E poi, diciamocelo francamente, non è che se uno ha scritto, poniamo nel 1976, un buon libro, debba giocoforza restare in catalogo per tutta la vita pur non esprimendosi con gli stessi standard. Qui non si tratta di (o voler far credere di) fare i filantropi, ma semplicemente di operare delle scelte di rigore (o quantomeno attendibili), verso le quali il pubblico della poesia certamente saprebbe rispondere con favore (come del resto ha dimostrato una decina di anni fa proprio con la collana “I Miti” della Mondadori). E si tratta di prendere atto, una buona volta, del fatto che soltanto con una miope visione di comodo si può pensare oggi di ridurre tutta la poesia italiana ad una sola dozzina di nomi. Del resto, basta andare su Internet per farsi un’idea, basta navigare a caso per scoprire, pur fra tanta, inevitabile spazzatura, un incredibile tesoro di creatività, un fiorire continuo di proposte di nuovi, spesso giovani autori che, per dirla tutta, darebbero dei punti anche a certi presunti poeti laureati, se li metterebbero anzi bellamente nel taschino. Se non le decine di migliaia di (comunque lodevoli) cultori del verso, ci sono in questo paese centinaia di degnissimi autori che avrebbero tutto il diritto di essere presi in reale considerazione.
Ma tornando comunque a bomba, detto già di Maffìa (del quale ho da ultimo letto l’ottimo dialettale Papaciòmme, pubblicato da Marsilio), altri autori importanti, nell’odierno panorama, che leggo con interesse, sono senz’altro Remo Rapino (splendidi gli ultimi volumi di poesia Cominciamo dai salici, Crocetti, e La profezia di Kavafis, Mobydick, ma l’opera più recente è il sorprendente romanzo Un cortile di parole, uscito nei mesi scorsi), Paolo Sangiovanni (che ha all’attivo una ventina di plaquettes, una più bella dell’altra e tutte rigorosamente pubblicazioni-premio), Fabrizio Bianchi, Benito Galilea, Ivan Fedeli, Daniela Monreale, Fabio Franzin (dialettale di vaglia con il recentissimo Mu.scio e roe, Le Voci della Luna Poesia), Enrico Cerquiglini (felice scoperta degli ultimi tempi con i suoi Vendette azteche e Tra nebbia e fango, entrambi da Campanotto), Daniela Raimondi, Stefano Guglielmin (del quale non conosco i primi libri ma molto convincente mi pare quest’ultimo La distanza immedicata, Le Voci della Luna Poesia), la nostra conterranea Assunta Finiguerra (altra dialettale di vaglia, godibilissima), e cito infine due fra i tanti giovani molto promettenti: Elio Talon e Valentino Ronchi. Ma, davvero, potrei continuare a lungo, dicendo ad es. di altri autori (Vetromile, Luiso, Vicaretti, Caso…), onestissimi artigiani della parola, con i quali, anche, oltre a molti dei già citati, mi ritrovo spesso in giro per l’Italia in quello straordinario happening costituito dalle manifestazioni a premi (che, se non altro, sono occasioni d’incontro, hanno il grande merito di portare la poesia fra la gente, e, sia chiaro una volta per tutte, certamente contribuiscono a stabilire una – questa sì attendibile – gerarchia di valore). Per l’appunto: come già detto, in Italia oggi ci sono almeno due-trecento autori che potrebbero tranquillamente essere ospitati nelle più note collane. E a guadagnarci sarebbe innanzitutto il buon nome della poesia.

Lei è originario di Rionero in Vulture, in provincia di Potenza, ma vive da ormai oltre trent’anni a Torino. Le sue radici lucane quanto hanno influito e come si sostanziano nella sua poesia?

In effetti mi vedo come “l’uomo delle due terre” (parimenti amate). O come un albero che si distende per ben 960 Km: le radici ben salde nella fertilissima, vulcanica terra vulturina; il tronco lungo tutta la penisola, ad abbracciarla; la chioma al vento delle (pre)Alpi. Il punto è: in un albero sono più importanti le radici o vale piuttosto la chioma? Mi pare che non possano esservi dubbi. E d’altra parte, a dimostrarlo è questa vena dialettale che mi è venuta in dono negli ultimi anni: mi è venuta, cioè, nella lingua di chi mi ha generato (mentre in piemontese, per dire, dopo quasi trentacinque anni, non saprei mettere insieme una frase di tre parole). A Torino, per puro caso, senza averlo assolutamente pianificato, ci sono arrivato a vent’anni. Ero dunque già un giovane uomo, con un sistema di valori già ben delineato (anche perché accelerato da vicende familiari – leggi la morte di mio padre, io primogenito appena quindicenne – che non potevano non avere il loro peso). E io vengo da una civiltà contadina, vengo dal popolo dei vinti. Credo che più di qualsiasi risposta possa valere la lettura del mio breve poemetto Rivus Niger (ovviamente riproposto in Apprendimento…). E poi, onestamente, Scotellaro, di cui prima parlavo, non è che sia stato propriamente un grandissimo poeta (povero Rocco, doveva ancora affinarsi, non ha fatto in tempo). Ma mi è forse più caro di chiunque altro perché io da lì vengo, dal suo stesso mondo (un mondo nel quale io nasco giusto quando lui prematuramente muore, nel 1953…). Avrei finito per fare anch’io il sindaco del mio paese, forse, se non me ne fossi andato. E non è una battuta (e nemmeno un rimpianto, per carità!), perché ero sulla stessa strada, perché anch’io ho fatto, giovanissimo, le stesse battaglie politiche. Dallo stesso fronte.

In conclusione, nel farle gli auguri per questo prezioso lavoro, le chiedo di raccontarci qualcosa sui suoi progetti futuri.

Intanto, grazie per gli auguri. Quanto ai progetti, ne ho tre o quattro. Ho una raccolta in lingua pronta già da qualche anno per la pubblicazione (ma temo che la terrò inedita ancora per un bel po’). Stesso discorso per una seconda raccolta in lingua (ancora da completare, per la verità). Questa però è “particolare”: è composta da quelli che io chiamo “recitativi”, testi tutti della stessa dimensione (40 versi, perlopiù lunghi) in quella scrittura parallela di cui prima davo cenno. Vorrei però dare priorità, per farne un libro magari già all’inizio del prossimo anno, sia a un progetto narrativo nato una dozzina di anni fa e mai portato a termine, sia a quella che dovrebbe essere la mia vera prima raccolta dialettale (Lu cunt’ r’ lu frat’ è stato poco più di un gioco). Ci sarebbe pure qualche altra ideuzza, ma ho imparato con gli anni che con la scrittura non si può pianificare più di tanto. Più che la linearità di un fiume, la scrittura ha il flusso incostante di un torrente (già: proprio come me, adesso che ci penso).
by Maria Pina Ciancio

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17 agosto 2007

Assunta Finiguerra: la parola come lavacro di purificazione

[percorsi -16]
E’ una poesia in dialetto lucano sanfelese, quella di Scurije, legata al parlato, al respiro, alla cadenza della musica, filtrata dal linguaggio della visione e del mito.
La parola di Assunta Finiguerra è immediata, primordiale, ed esplode lavica dal foglio: è “il bisogno di un secchio d’acqua” , è la bestemmia a “Cristo e la Madonna”, è lo “squartare coi denti”, “ingoiare sale con l’imbuto”.
Pulsa nelle vene e nelle tempie con l’ardore che ha il fuoco sotto la cenere (“re ffuoche de l’Inferne”), soffia e sbatte dentro l’otre scuro e cavo del petto, talvolta con ferocia corale, talvolta monocorde, talvolta placandosi un po’ “sapisse che stanchezze tenghe a notte/ quante l’àvetje dòrmene sope e penziere/ e a lune sembe eterna curriére/ caresce luce da nu ciele a l’àvete (sapessi che stanchezza ho la notte/ quando gli altri dormono sui pensieri/ e la luna sempre eterna corriera/ trasporta luce da un cielo all’altro). Senza pudore, graffiando e scalfendo labirinti di solitudine, tirando fuori demoni e fantasmi che la abitano. Contaminando. Identificando. Evocando. Plath, Cvetaeva, Teskova, Rosselli “quanne venghe preparateme nu liétte / nde pozze dorme tranguille e aspette / u juorne d'u giudizzje aunite a vvuje (“Amelia e Anna, Marina e Sylvia/ quando verrò preparatemi un letto / che possa dormire tranquilla e aspetto / il giorno del giudizio insieme a voi).
Uno scavo asciutto e spietato nel furore della storia, in una selva multiforme di topos e immagini, riconosciuti e riconoscibili del nostro Sud più arcaico.
Un viaggio nei labirinti dell’oscurità (scurije) fatto di autopunizione ed espiazione “m'aggia appecà a l'albere de Giude” (mi impiccherò all’albero di Giuda), “m’hanna arse pecchè ere na mascijare” (mi hanno bruciata perché ero una strega), “me trove nda re ffuoche de l’Inferne” (mi trovo dentro il fuoco dell’inferno), “inde o cuambesande d'i dannate” (dentro il cimitero dei dannati), “m’hanna accise a sere de natale/ nda na chiazze crocefisse da i viénde” (mi hanno uccisa la sera di natale/ in una piazza crocifissa dai venti), un ritmo tamburato e teso, dove le parole stesse diventano un lavacro di purificazione “il rifugio di un guscio di noce”, “una tenda come sipario”, in cui placare la collera e la rabbia, la “frenesia che non dà pace”.
Scurije è un libro forte, dove pulsa tutta la corposità e la naturalità del dialetto lucano, la primigenia esperienza, la regressione arcaica di un dire che ha corpo, sangue e nervi, in cui tutto è diretto e frontale “o vita guardami in faccia”, “ho il vizio della vita come i gatti”.
Una poesia lavica e viscerale “una estrema dichiarazione di vita alle porte della morte” –scrive la poetessa di San Fele sul senso della poesia–“conforto al mio cuore in guerra per non avergli saputo dare il mondo”.
Assunta Finiguerra, Scurije, Collana Il Graal, Edizioni Lieto Colle, 2005

Assunta Finiguerra di San Fele ha pubblicato le raccolte Se avrò il coraggio del sole (Basiliskos 1995) in lingua, Puozzė Arrabbią (La Vallisa 1999) Rėsciddė (Zone editrice 2001) in dialetto sanfelese, Solije (Zona editrice 2003), Scurije (Lieto Colle 2005), ottenendo diversi riconoscimenti letterari, tra cui il primo posto al concorso «Giuseppe Jovine», Premio Nazionale di Poesia Dialettale Giacomo Floriani, il premio «Lanciano», di cui è stata finalista, e il «Città di Trento», con una menzione speciale.
Suoi testi poetici sono apparsi su Pagine, Periferie, Poesia, Lo Specchio, L'Area di Broca, Capoverso, Ciemme, Gazzetta Ufficiale Dialetti e in diverse antologie tra le quali: Nuovi Poeti Italiani a cura di Franco Loi, Einaudi Editore.
E’ stata recensita su Il sole 24 ore, Nuova Antologia, La Vallisa, Nuova Tribuna Letteraria, Incroci, Vernice, Il Segnalė, Il Cristallo, Capoverso, Atelier, Poiesis, Lunarionuovo, Gradiva, Polimnia, l'Altrareggio, Bari Sera, Sìlarus, L'Immaginazione, Forum Italicum... Nel 2006, all'Università la Sapienza di Roma, Alessia Santamaria ha discusso una tesi sulla sua poesia, relatore Ugo Vignuzzi.
by Maria Pina Ciancio

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06 agosto 2007

L'intervista di LucaniArt alla scrittrice Berarda del Vecchio

[intervista -4]
Abbiamo intervistato Berarda Del Vecchio, giovane scrittrice di origine lucana, il suo ultimo lavoro Sdraiami edito da Castelvecchi è ormai un vero successo. Conosco l’autrice da diversi anni. L’ironia, la freschezza e l’intelligenza viva che vengono fuori dalle pagine di “Sdraiami” sono caratteristiche che appartengono alla sua persona. Con disponibilità, e soprattutto con rara gratitudine Berarda ha risposto ad alcune domande, attraverso le quali vorremmo fare un po’ di chiarezza su un libro che ormai è sulle bocche di tutti. Mi auguro che in questa opera di lettura, passi innanzitutto la sana presa in giro e la leggerezza con cui si vuole affrontare un tema molto discusso: la crisi dell’identità maschile.

Allora Berarda, felice di questo straordinario successo? La gente ti riconosce per strada? Raccontaci…

No, no, ancora no…bhè tranne alcuni conoscenti con cui ho lavorato in un bar a Roma che quando sono tornata lì a prendere un aperitivo mi hanno detto di avermi vista in televisione al programma di Bonolis o alle Falde del Kilimangiaro. Strano davvero. Per me anche un po’ imbarazzante!

Nel tuo lavoro si snocciolano diverse storie, molte delle quali raccontate da persone amiche, altre lievemente appartenenti alla tua biografia, perché hai sentito il bisogno di scriverle?

Forse perché stavo messa davvero male… Il libro è nato un po’ per scherzo parlando di storie andate storte con Elisa Passacantilli, vice direttore editoriale alla Castelvecchi. Poi l’idea è piaciuta all’editore…ed ecco il libro. Quando l’ho visto “in carne e ossa” o meglio in pagine e bandelle mi sono sentita liberata come avessi attraversato una catarsi tutta personale!

Usi molto l’ironia nella narrazione, ma so che alcune delle storie raccontate le hai vissute da donna. E’ stato terapeutico risolvere molte delusioni con una sana presa in giro dell’uomo contemporaneo, sempre alle prese con lugubrazioni, con la precarietà dell’esserci e soprattutto con l’ansia di non essere abbastanza?

Oltre che liberatorio, come ho detto prima, è stato molto gustoso! Durante la scrittura di alcune pagine mi sentivo così felice e soddisfatta che avrei continuato per ore a digitare nuove storie sullo schermo del computer!

Soffermiamoci ora sull’aspetto più identitario e sociologico: ritieni più responsabile, per lo sfaldamento degli assetti della coppia, il maschio perchè non più all’altezza di dare risposte esaurienti alle nuove richieste della donna emancipata o la donna divenuta troppo aggressiva ed esigente per il ruolo più evoluto che ricopre socialmente?

Sicuramente la colpa, se proprio di colpa si deve parlare, va ripartita a entrambi gli universi, quello maschile e quello femminile; funziona un pò come in tutte le “classiche” storie andate male, la colpa non è mai solo da una parte. Qui l’unica differenza è che le donne avevano e hanno tuttora il diritto di rivendicare i propri diritti, troppo spesso ancora negati, e per questo diventano più aggressive. In fondo quando mai una donna dolce e affettuosa viene presa in considerazione lavorativamente? Perciò la colpa ricade in percentuale maggiore sugli uomini che non si sono saputi/voluti adeguare ai nuovi cambiamenti delle loro compagne. Il femminismo mica lo si è fatto per far regredire e rimbecillire l’uomo, no?

Il tuo libro strappa un sorriso a tutti, e solo per questo dovremmo ringraziarti, parli anche delle prime esperienze adolescenziali nel paese di Trecchina, in Lucania, cosa ha rappresentato per te questo luogo? Se dovessi ritracciare brevemente il tuo percorso esistenziale, quanto ritieni abbia centrato con il piacere della scoperta la vacanza estiva in provincia?

Trecchina la adoro. E’ il mio “posto delle fragole” dove un paio d’anni fa sono riuscita a rimettermi in piedi dopo un periodo davvero difficile.
Il paese è stato un luogo perfetto per i primi baci e le prime scoperte. Si stava in vacanza, tutti erano più rilassati, e lo spirito vacanziero concedeva anche più libertà a noi adolescenti. Rispetto a una grande città come Roma qui si potevano passare serate romantiche a guardare le stelle alla Forraina o facendo lunghe passeggiate fino al Castello…L’unico problema era che poi, come in tutti i piccoli centri, c’erano le male lingue…

E’ il secondo libro che dedichi agli amici di Trecchina, quali sono i cinque valori più importanti della tua vita e quanto conta quello dell’amicizia?

Per rispondere a quanto conta per me l’amicizia basta dire che la metto al primo posto. Poi direi l’amore, che per fortuna in questo periodo va alla grande! Il terzo posto se lo prende la sincerità, a seguire il rispetto, e infine la stima per se stessi che troppo spesso trascuriamo.

Che cos’è la femminilità per te?

Domandone… le pin-up degli anni ’50. Le adoro follemente.

A quale delle storie raccontate sei più affezionata? Quale, invece, ti sembra abbia più appassionato i lettori?

Ovviamente sono più affezionata alle storie della mia adolescenza. Quando poi ho scritto del mio primo bacio mi stavo anche commuovendo.
Ai lettori credo, invece, che piacciano di più quelle disastrose dell’ultimo periodo. Fanno sicuramente molto più ridere…soprattutto quella con il mio sfogo al ristorante, in cui urlo “sdraiami!!!”.

So che hai finalmente incontrato una persona speciale, che ti ha dato la serenità che cercavi e probabilmente anche la forza per buttare un occhio distaccato su tutto il resto, su quella tipologia di uomo che effettivamente ha perso la voglia di conquistare e di corteggiare. Il tuo ragazzo è svedese, se dovessi dare un consiglio ai nostri uomini italiani, quale ti sentiresti di dare come assolutamente prioritario?

Siate talmente sinceri da sembrare quasi sfacciati! Se una ragazza vi piace e capite che c’è dell’interesse anche dall’altra parte smettetela di farvi le pippe mentali e di giocare a mandare i soliti sms del caso, siate più diretti e baciatela sotto casa. Vi assicuro che fa sempre molto piacere!!!

Concludo facendoti gli auguri per una felice estate, e per un successo sempre in crescita, che meriti interamente. Ti va di lasciare un saluto ai lettori di LucaniArt?

Ma certo! Magari qualcuno di loro lo incontrerò anche il 6 agosto a Maratea per la presentazione del libro… Per tutti gli altri un bacio e un grazie per esservi interessati anche ai miei libri.
by Maria Luigia Iannotti

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23 luglio 2007

A Cassano delle Murge, versi ad alta voce

[riflessioni -3]
Leggere un poema è ascoltarlo con gli occhi;
ascoltare è vederlo con le orecchie
Octavio Paz
Se "il destino della poesia è la voce", credo che manifestazioni come quella di Cassano delle Murge non possano che essere di stimolo e incoraggiamento ad iniziative in cui la poesia ritorni nelle strade e nelle Piazze, tra la gente insomma, con la semplicità e l’umiltà della creazione.
Nella cittadina pugliese, tra gli antichi palazzi, le case in calce bianca, le chiese, gli archi, le piazzette medievali, per tre sere consecutive “la parola” dei poeti è stata recitata, letta, interpretata, cantata.
Numerosi gli artisti che hanno partecipato anche quest’anno alla V edizione del Festival con le loro letture e le loro performance, in un confronto serrato tra diversi modi di scrivere e intendere la poesia, partendo da quella tradizionale, per arrivare agli sperimentalismi di chi la poesia la fa assieme alla musica.
Per l’edizione di quest’anno, la cittadina delle Murge ha accolto poeti con la chitarra, giovani esordienti e maestri affernati, che hanno declamato i loro versi in una lettura simultanea da tre piazzette diverse del pittoresco centro storico cassanese.

E non solo poeti pugliesi, lucani o italiani, ma anche una voce internazionale. La novità di quest’anno, infatti, è stata la presenza di Adnan Al Sayegh (1955), tra i maggiori intellettuali dissidenti iracheni, poeta tradotto in undici lingue, ma non ancora in italiano. Tra i suoi titoli più noti Gli uccelli non amano i proiettili, Nuvole di colla, Cullando il mio esilio. In iraq, gli uomini del regime di Saddam Hussein gli avevano sequestrato due libri, lo avevano condannato a morte e nell’aprile scorso, durante una lettura pubblica nel suo paese, lo avevano minacciato di tagliargliela quella lingua che costruisce versi di libertà. “Ma io non ho mai messo la mia penna nel cassetto e continuerò a scrivere- ha dichiarato in una recente intervista, uscita in questi giorni su La gazzetta del Mezzogiorno - la scrittura è la mia stessa Vita”.

Everty time a dictator falls
From the throne of history, embellished with our tears
I clap my hands until they glow red
But back home when I
Turn on the television
Another dictator flows
From the mouths of the people, from a screen glowing with cheers
I die with laughter
at my naive self
Tears burn my eyes until they glow red
(Naive - Translated by Ko Koomon – Nederland)

Un’altra suadente e ammaliante voce ha attraversato con i suoi toni e le sue vibranti modulazioni tonali, le piazzette del centro storico cassanese, quella della poetessa perugina Anna Maria Farabbi (1959), dalla scrittura caratterizzata da una forte identità femminile e improntata, così come lei stessa ha raccontato all’umiltà, alla profondità e alla levità. La scrittrice ha presentato a un pubblico attento ed entusiata, versi tratti della raccolta inedita “La magnifica bestia” in corso di pubblicazione e poesie e piccole prose contenute nelle sillogi Fioritura notturna del tuorlo, Il Segno della Femmina, La tela di Penelope, Adlujè (da cui estrapolo i versi che seguono):

Madre della luce scoperchiami gli occhi:
falli concavi
come un palmo.
Voglio che siano sosta per gli uccelli
affinché possano pernottare in me
sotto la mia fronte
raccogliendo l'atterraggio, il frullo, l'alzata in
volo
e la brace quasi spenta del giorno. Voglio
tuffare la faccia nel colore
impazzire le vene fino al bulbo buio
e poi franare giù nel foglio
pregna:
io giallo verde blu in persona
con la bocca rosso
arancio,
il foglio,
come un letto zuccherino per fare l'amore.
(da Preghiera: introduzione al colore – A. M. Farabbi)

Uno spazio importante all’interno della rassegna è stato riservato alla rivista culturale la Vallisa, diretta dal Professore Daniele Giancane e alla poesia dialettale barese.

Non sono mancati poi i momenti in cui la poesia e la musica si sono contaminate, grazie alle performances di artisti come Vincenzo Mastropirro con le sue intersezioni sonore e a Maria Moramarco accompagnata dal gruppo degli Uaragniaun.

Uno spazio importante è stato dedicato anche alla poesia lucana della terra e delle radici con i reading di Maria Pina Ciancio e Maria Luigia Iannotti.
Non sono mancate infine le letture e le recitazioni dei classici: da Dante alla Dickinson, da Shakespeare a Neruda.

La manifestazione poetica Notti di Poesie che si è tenuta dal 13 al 15 luglio è stata organizzata dalla pro Loco La Murgianella in collaborazione con i Presidi del Libro e con le Istituzioni Locali. Lo scopo del Festival, come dichiara l’organizzatore e Presidente della Pro Loco Giovanni Brunelli, è quello di avvicinare il pubblico alla “parola” per scoprire quale arcano e magico potere può avere la poesia sulle nostre vite.
by Maria Pina Ciancio

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16 luglio 2007

Terra nera di Giuse Alemanno

[percosri -15]
Terra Nera non è di Giuse Alemanno. Terra Nera non è neppure di Nino, di Annina né di Bruttacapa, di Zio Peppe. E’ terra nera di un giorno che non conosce tregua, di una canicola gialla e verde, luce perpetua che non si abbuia mai. Luce di fungo atomico, quella che crocifigge a fantasma muscoli e ossa contadine. “L’alba è una luce che lievita. Gonfia, gonfia fino a che non esce il sole. Il nostro sole è un martello che spezza l’osso frontale del cranio. Il nostro sole è fatto d’acciaio”.
Brulica di voci e pani di sangue la luce di terra nera: il sangue di Annina, copioso e d’inchiostro d’ormone, che fiuta il caldo percorso da casa alla fontana dei secchi; quello di don Aldo Fucciano, sventrato in sacrificio come maiale che dia linfa all’ira tracimante di Nino; poi ancora il sangue di Mimino, malarico capro espiatorio di un Sud che non chiede riscatto ma rivolta. Le voci appartengono a chi apparentemente decide o contesta le sorti: ai proprietari terrieri, ai notabili, agli anarchici, alle forze dell’ordine.Invece non hanno parole coloro che muovono la storia, microcosmo tra due zolle, e perciò la modificano, perché Nino e sua madre non dicono. La vergogna contadina del silenzio analfabeta, che del Novecento è stata periodo incidentale tra patti agrari e occupazione delle terre e che negli anni Sessanta diventava motivo ispiratore nel Mugello di una alfabetizzazione linguistica e psicologica, qui si tramuta in rigo rosso marchiato sui corpi, corpi aperti da lame affilate o barattati come pegni per l’amore che soggioga.Non conosciamo Annina bambina, nulla ci vien detto dei suoi giochi tra le mura bianche della casa familiare. E’ davanti a noi subito come centro focale di una terra grassa dalla esplosiva carica sessuale, preadolescente che rovescia il rito inibitorio dei genitori per perpetuare non più onore e pudicizia, ma denudare le pulsioni che alimentano l’artificio della magia, codice di elaborazione culturale e regolatore dei rapporti sociali nel mondo contadino. Vero e proprio magnete sessuale, Annina esercita una fascinazione potente sui maschi che avvicina e, diventata sposa e madre, gestirà con patriarcale cognizione i cupi tremiti degli uomini che sceglierà.E’ una terra nera che dorme apparentemente sotto polvere antica. Chi non l’abbandona la detesta.La preserva dal mutamento, la ricalca nel male. Ma il male ha davvero dimora esclusiva in Nino? Nino…che non ha bisogno delle cinque lire per prendersi un’istruzione, come nelle campagne della Capitanata agli inizi del secolo scorso. Gliela elargisce il Professore, grazie agli accorti movimenti della madre Annina, ma non si scatenerà una redenzione culturale che possa rovesciare i ruoli di classe, la distanza tra l’allievo e il maestro si rivelerà incolmabile. Nino, che è bracciante, stalliere, soprastante. Matteo Salvatore ha musicato i soprastanti in ballate secche e poetiche, Giuse Alemanno fa annusare l’odore dei loro comandi sferzanti sui cafoni, della loro paura e sottomissione ai padroni.Nino, che sa qual è l’origine del suo incubo, il suo perno d’amore totemico, morso fascinatore e distruttivo, quando cerca la madre in una casa vuota di suoni e di calore e di presenze:” E c’era, stesa sul letto pieno solo da una parte, a dormire. Il volto perfettamente rilassato. La bocca leggermente aperta. La sottoveste appena tirata sul polpaccio. Mai tanto mi turbò. Mi riempii un bicchiere di vino fino a versarlo sul tavolo (…). Fissai il muro bianco. Bevvi il vino e piansi tutte le mie lacrime di dolore e di vergogna”. Nino, “nutrito dal dolore”, che nidifica nelle sue vene senza pace, senza lacrime, in autarchia emozionale e trova sfogo nella smania di controllare proprietà, destini, giochi esistenziali. Zio Peppe è figura ammaliante, sporco di imbroglio e di animalesco disprezzo, demiurgo dell’intera vicenda, avvolto da un’aura semisacrale, capovolge e impiega a suo vantaggio ogni possibile forma di ottusa usurpazione. Terra Nera è lingua di creta, con cui Giuse Alemanno plasma le forme opulente di Annina, il dito famelico del ginecologo, lo sputo roboante di Zio Peppe, le mani sole e rapaci di Nino.L’architettura dei brevi e ritmati periodi, armoniosa, soffia su un lessico corale scarno e carsico, s’addentra per gravine e si lascia poroso penetrare da un vento gutturale che suona una nenia stordente. E’ un ordito sonoro uniforme, scandito dagli sputi di Zio Peppe, veri e propri fonemi di un alfabeto di regolamento e rapina del mondo, rintocchi di spietata supremazia e prossemica definizione dei rapporti di forza. Questi cafoni annullano le distanze dal mito, si ribellano al determinismo di ottocentesca memoria e chiudono varchi a distorte idealizzazioni. Un romanzo di formazione, in cui la violenza arsa si lascia piegare infine da una goccia perfetta di amore, vagheggiato da Nino e non ricambiato, alla quale ci aggrappiamo insieme a lui, nella convinzione che il suo apprendistato nasconda una preghiera di libertà e un non domato istinto di governo del male.“ Così stette un gran pezzo pensando a tante cose, guardando il paese nero, e ascoltando il mare che gli brontolava là sotto. E ci stette fin quando cominciarono ad udirsi certi rumori ch’ei conosceva, e delle voci che si chiamavano dietri gli usci, e sbatter d’imposte, e dei passi per le strade buie. (…) Allora tornò a chinare il capo sul petto, a pensare a tutta la sua storia.” (Giovanni Verga –‘ I Malavoglia’).

8Terra nera, di Giuse Alemanno, Edizioni Stampa Alternativa.
by Erminia Daeder

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09 giugno 2007

"Vito ballava con le streghe" un racconto di Mimmo Sammartino

[percorsi -14]
Copertina color carta di zucchero con un piccolo acquerello di Aldo Pecorino al centro. Si presenta così il libretto di Mimmo Sammartino pubblicato da Sellerio nella collana Il divano. Vito ballava con le streghe racconta storie di pietra lunghe 2000 anni, con sentimento di fedeltà alla terra e alle radici, in una efficace sintesi espressiva di “immagine” e “parola”.
L’autore, anziché lasciarle sperdere nel solco di vaghe memorie le ha riproposte in questo agile scritto di appena sessanta pagine. Si tratta di 18 brevi capitoletti –frammenti li chiama l’autore- in cui prosa e poesia si cedono il posto l’un l’altra, in cui realtà e sogno si frammischiano e si confondono in una formula magica in cui interagiscono “eros”, “pàthos” e “tànatos”.
Sono le storie delle “masciare”, racconti popolari che vengono da lontano, tramandati dalla memoria orale e ascoltate dalla nonna Caterina. Donne che conoscevano l’arte della magia e della fascinazione, il mistero delle parole e dei segni che “si ungevano con l’olio fatato raccolto dalla cavità di un albero d’ulivo, e custodito in una pignatta di terracotta. Poi attraversavano in volo la notte sulla groppa di cavalli bianchi”.
"Vito ballava con le streghe" è il racconto di un contadino del sud che preso da una fattura d’amore, in seguito a un delirio notturno, ballava con le streghe. Una storia tutta giocata sulla struttura delle priorità essenziali, dove tenerezza e ferocia si alternano e convivono e configgono come il giorno e la notte, le stagioni, la giovinezza e la vecchiaia. Commovente e magica. Impastata di acqua, di terra, di voci e di altri incanti, in cui la formula affabulatoria è espressione diretta di quella terra da cui nasce e di cui si parla: di quelle facce, albe e tramonti, soli e lune “le impronte dei suoi passi segnano un cammino antico, fra sorgenti di acque sincere, dove ogni scroscio porta la voce degli antenati e il loro canto rende più lieve il ricordo (…) E’ qui che l’immaginario è scolpito nell’arenaria graffiata dalla furia dei venti. E il contadino lo strappa con ruvide dita, come un figlio, dall’oscurità della terra”. Ed è proprio la terra, che nel suo essere madre, lo ri-accoglie non come ospite, ma come parte di se stessa “da quella notte, Vito il contadino fu visto vagare senza meta per i boschi. Fu sentito ululare con i lupi. Le cime inchiodate al cielo, hanno udito il suo pianto. Il suo sangue gorgogliava di sorgenti. La sua carne era impastata di terra. Li lacerava lo stesso dolore”.
Poesia dentro la poesia. A conclusione della storia i bei versi del grande poeta beat di origine lucana John Giorno. Un poema lungo 5 pagine ispirato alla storia di Vito e dedicato alle streghe e al paesaggio delle Dolomiti lucane “porgi il tuo orecchio alla pietra/ e apri il tuo cuore al cielo” canta l’autore statunitense di "Per risplendere devi bruciare".
Originalità e congenialità nell’impianto narrativo di questa favola che nasce all’origine per il teatro per trovare sviluppo successivamente in un altro progetto; spiega l’autore nella prefazione “essa avrà come palcoscenico un antico camminamento lungo due chilometri che Castelmezzano e Pietrapertosa”. La storia di Vito insomma sarà rappresentata sulle pietre in un percorso guidato tra scenografiche rocce che irrompono dal paesaggio primitivo e selvaggio delle Dolomiti Lucane.
Mimmo Sammartino "Vito ballava con le streghe" Sellerio, 2004
by Maria Pina Ciancio
(pubblicato su L'Eco di Basilicata, in Cultura, lunedì 10 agosto 2005)

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23 maggio 2007

Presentato il volume poetico “Poesie lucane: Matera nella giornata Unesco”

[riflessioni -9]
Nell’ambito della settimana Nazionale Italiana della Cultura (12-20 maggio) a Matera, mercoledì 16 maggio alle ore 17.00 è stato presentato alla numerosa platea la Prima raccolta poetica “Poesie lucane: Matera nella giornata Unesco”.
L’iniziativa è stata promossa dalla Mediateca Provinciale ”A. Ribecco” di Matera e patrocinata dalla Presidenza del Consiglio Regionale di Basilicata e la Provincia di Matera (Assessorato alla Cultura).
Il testo rappresenta l’esito del I° Concorso Poetico “Matera nella giornata Unesco”, Edizione 2006 che era riservato ai residenti in Basilicata con tema i Sassi – dichiara la Direttrice artistica del Concorso e Curatrice del testo Maria Anna Flumero, proseguendo – gli elaborati appartengono ai primi cinque classificati delle categorie “poesia in lingua Italiana per ragazzi” e “poesia in lingua italiana per adulti”, dalle loro parole che si leggono nel volume emerge l’amore per la terra natia che non è più vergogna Nazionale, ma amore fervido soprattutto per le nuove generazioni.
Per gli indirizzi di saluto erano presenti: Giuseppe Digilio (Assessore Provinciale alla Cultura) e Vincenzo Malfa (Direttore Mediateca Provinciale di Matera).
Interventi di Emanuele Giordano (Presidente della giuria del Concorso poetico) e Maria Anna Flumero. La lettura dei testi poetici dei primi classificati è stata a cura di Rita Montanaro, la conduzione di Antonella Ciervo.
Il progetto grafico e l’impaginazione del volume a cura di: “Adecom”, copertina di Pino Oliva.
I membri illustri della giuria, nell’ Edizione 2006 sono stati: Oreste Lo Pomo, Emanuele Giordano, Maria Anna Flumero, Maria Maddalena Di Tursi, Vincenzo Giocoli, Emilio Lastrucci, Vito Fedele Lenge, e Caterina Maria Petrara.
Per l’ acquisto del testo o informazioni:339-5725772

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06 maggio 2007

Leonardo Sinisgalli e la prosa autobiografica dei gesti persi e mai più ritrovati

[percorsi -14]
Matematico, poeta, narratore, Leonardo Sinisgalli fu uomo sfaccettato e poliedrico che diede alle stampe oltre che numerosi libri di poesia, anche diversi scritti in prosa. Alcune delle sue pagine più belle, tratte da Belliboschi, Un disegno di Scipione e altri racconti, Fiori pari, fiori dispari, sono state raccolte, dopo la sua scomparsa, in questo prezioso e agile volumetto edito da Osanna Venosa dal titolo L’Albero bianco. Si tratta di 19 racconti che risalgono agli anni ’70 in cui l’autore affronta un’opera di scavo “alla ricerca del tempo perduto” nel tentativo di recupero della memoria, dell’infanzia, degli affetti familiari, di quella Lucania arcaica da cui si allontanò fanciullo per intraprendere gli studi di formazione fuori regione.
“Con le tasche piene di confetti (avevo atteso un anno quel viaggio, era stato il mio incubo e dovevo crescere, convincere mia madre che poteva lasciarmi solo per un tempo che, in carrozza quella mattina, sentivo sarebbe durato tutta la vita: non ero andato più a scuola, avevo perduto i miei compagni che s’erano sparsi per i campi e nelle fornaci, più grandi e con la sorte già così chiara, mentre io, io…) partimmo, attraversammo il fiume, ci allontanammo dal confine della provincia".
Sono pagine di una bellezza mozzafiato per la loro semplicità e autenticità. “Uno sguardo alle origini” le definisce Vincenzo Sinisgalli, fratello del poeta montemurrese, nella prefazione al libro. Una scrittura diaristica e autobiografica, dal taglio introspettivo e di scavo psicologico che si intreccia a uno spaccato di vita reale e a piccoli gesti della quotidianità. Pagine da cui emergono i sentimenti, i sogni e le attese di quand’era ragazzo, i silenzi già dolorosi della vita, i gesti persi e mai più ritrovati.
"Io dico qualche volta per celia che sono morto a nove anni, dico a voi amici che il ponte sull’Agri crollò un’ora dopo il nostro transito; mi convinco sempre più che tutto quanto mi è accaduto dopo di allora non mi appartiene, io sento di non aderire che con indifferenza al mio destino, alla spinta del vento, al verde al rosso. Io so che la morte arriva all’ora prescritta; non è un’ingiuria, non è un sopruso: io so di essere stato tradito per tutta la vita uscendo fuori dalle mie dolci mura, io che ero innamorato di carte e di stampe, ch’era nato senza appetiti, senza fiamme nella testa e volevo semplicemente perire dentro la mia aria. Forse siamo pochi a lamentarci di non saper più trovare una patria fuori dalle nostre colline".
Una prosa limpida, lineare e al tempo stessa incisiva quella sinisgalliana, che punta decisamente oltre l’apparenza delle cose, per rivelarne e disvelarne quella sostanziale e spesso irrisolta, oscura ambiguità.
8 Leonardo Sinisgalli, L'albero bianco (a cura di Rosetta Maglione e Antonio Vaccaro) Edizioni Osanna Venosa, 1999
by Maria Pina Ciancio

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19 aprile 2007

Con l'intervento di Maria Pina Ciancio si è conclusa a Potenza la rassegna “Mani di donna”

[riflessioni -8]
Si è conclusa martedì sera 10 aprile, presso la Pinacoteca Provinciale di Potenza, con la poesia di Maria Pina Ciancio la rassegna “Mani di Donna”, un progetto artistico-culturale ideato e coordinato da Lorenza Colicigno. Il tema della serata “Dal silenzio alla parola” è stato subito introdotto dalle riflessioni della poetessa e saggista Lorenza Colicigno, che ha evidenziato come la scrittura femminile si sia andata nei secoli connotando come una trasgressione e una ribellione nei confronti di un silenzio condizionato o scelto. I testi contenuti nella nuova raccolta “Il gatto e la falena” della poetessa di San Severino Lucano, sono stati riconosciuti efficaci e di supporto al tema della serata, e la qualità degli stessi avevano già procurato all’autrice il Premio Parola di Donna 2003, mentre il libro ha visto luce proprio in occasione dell’incontro di martedì sera. “Testi carichi del sentire e del pensare al femminile, dove la parola appare miracolosamente ripescata dall’abisso della memoria e si colloca sulla pagina quasi come un oracolo della Sibilla” ha sottolineato la Colicigno, soffermandosi poi sul ruolo e la funzione che la parola delle donne ha avuto nella storia e nella letteratura. I versi sono stati poi recitati con naturale intensità dalla voce di Isabella Urbano, mentre gli intermezzi musicali che hanno allietato la serata sono stati eseguiti dalla violinista Emanuela Sabatiello. La Ciancio ha poi tracciato brevemente la sua storia poetica, evidenziando come il “silenzio” sia un fattore insopprimibile per la scrittura, e la sua stessa consistenza all’interno di un’esperienza creativa acquista un valore quasi “sacrale”. Si è poi soffermata sull’opera vincitrice “Il gatto e la falena”, spiegando le contraddizioni che l’attraversano, il dinamismo che sottende e la tensione che vivono i versi della raccolta, composti dal 1996 al 1999, tesi verso il superamento del frammento come espressione stilistica tra le più prossime alla condizione di silenzio. La serata si è poi conclusa con interventi da parte del pubblico affezionato alla poesia di Maria Pina Ciancio, che ha accolto l’invito della Colicigno, siglato anche nella prefazione, che ha definito il testo doloroso ma estremamente colloquiale e quindi “un libretto che conviene portare con sè per riflettersi con coraggio e onestà, riconoscendo all’arte e alla poesia femminile di aver adempiuto al suo principio ispiratore divenendo altruista e ideale, incantatrice e vera, coraggiosa e rara”. La rassegna culturale è stata patrocinata dal Comune e dalla Provincia di Potenza e si è svolta presso la Pinacoteca Provinciale dal 12 marzo al 15 aprile 2007.
by Maria Luigia Iannotti

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18 aprile 2007

Racconti, fiabe, favole e leggende Lucane per sognare e ricordare

[percorsi -13]
UN'ANTOLOGIA CURATA DA FRANCESCA AMENDOLA
E’ una selezione di fiabe della tradizione lucana quella curata da Francesca Amendola per le Edizioni Mario Adda di Bari nella collana Mirabilia diretta da Raffaele Nigro.
Un paziente e rigoroso lavoro di raccolta e riscrittura che ha tenuto impegnata la curatrice in una ricerca durata più di trent’anni. Francesca Amendola come Calvino se ne è andata in giro per campagne e paesi a cercare le donne più anziane da cui farsi raccontare le favole che raccontavano ai loro bambini. Storie “cuntate” in dialetto intorno al focolare, quelle che avevano ascoltato dalle loro mamme che a loro voltA avevano imparato dalle loro nonne e così fino alla notte dei tempi.
Sono più di cento le fiaabe, i miti e le leggende tramandate dalla voce degli anziani e messe insieme dall’autrice in questo volumetto antologico dal titolo Le fiabe lucane. Alcune più note, altre meno note, altre provenienti dal patrimonio favolistico mondiale le ritroviamo nelle raccolte di Basile, Calvino e in altri lavori antologici: Mugolino il brigante, Il monacello, Petrosinella, Zì Minurchie, Crai Crai, Cecericchio, Zio Orco. Sono racconti peculiari di circa 20 paesi lucani, localizzati soprattutto a nord della regione e trascritti, così come afferma la stessa autrice, secondo alcune caratteristiche del racconto orale “la semplicità linguistica, la prevalenza della narrazione dei fatti sulle descrizioni, il ritmo incalzante, i paesaggi lucani trasfigurati dal magico”. Streghe, maghi, spiritelli e monacicchi, donne astute e coraggiose, animali parlanti, briganti, santi, sono i protagonisti di storie insolite e affascinanti che riflettono tutta la ricchezza di una tradizione orale millenaria, tenace e fedele alla propria eredità culturale. Un patrimonio della memoria che in pochi si sono cimentati a raccogliere, le nostre raccolte fiabistiche, infatti, prima di questo lavoro antologico, sono ferme come scrive Raffaele Nigro nella presentazione AL LIBRO “a Michele Gerardo Pasquarelli, Sergio De Pilato, Ernesto De Martino, Giambattista Bronzini e Carlo Rutigliano. Veramente poca roba”.
Naturalmente in ogni narrazione emerge la vita quotidiana, le speranze e le sconfitte, il vissuto individuale e collettivo della gente di Lucania esaltato dallA fantasiA e dall’elemento magico “Ogni mattina Mastro Minco il contadino, per recarsi al suo orticello, attraversava una stradina che costeggiava la Gravina, nella quale scorreva un torrente, e affacciatosi sull’orlo del dirupo…”;Battista era e un boscaiolo, che tagliava la legna con la ronca sul monte Vulture, per questo tutti lo conoscevano come Ronca Battista…”; “Divennero ricchi e comprarono vigne e oliveti. Il monacello gli andò tante volte in sogno e cercava di riprendersi il cappello, ma il contadino lo teneva ben custodito”. Dai nomi dei luoghi e delle persone, dagli umili lavori nei campi, ma anche dalla stessa ambientazione e dalla morfologia del territorio descritto è rintracciabile e riconoscibile un patrimonio culturale di eccezionale valore. Un mondo di fantasia che affonda le radici nella storia e nelle tradizioni del sud. Un libro “di vecchia memoria”, anello di congiunzione tra generazioni, passato e presente. Un prezioso documento della nostra terra di cui riappropriarsi, specialmente oggi –quando non esistono più momenti di raccoglimento intorno al focolare e la televisione invade il nostro tempo libero.
Insomma fiabe da leggere, da raccontare e da ascoltare, perché come dice una canzone siberiana “un popolo che non racconta più fiabe è destinato a morire di freddo”.
Francesca Amendola, Fiabe Lucane (collana diretta da Raffaele Nigro) Ed. Mario Adda, Mirabilia Bari 2003
by Maria Pina Ciancio

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04 aprile 2007

La poesia religiosa di Cristina di Lagopesole

[percorsi -12]
“FLOS SANCTORUM” A UN ANNO DALLA SUA PUBBLICAZIONE
“Dio abita dove lo si lascia entrare”
Voluminoso, raffinato, dorato nelle incisioni della copertina in marocchino rosso, troneggia sul mio comodino e mi fa compagnia ormai da un anno. Appena alzata, ogni mattina mi attira più che mai. Con riverente timore, sfoglio delicatamente la pregiata carta avoriata ed i miei occhi vanno ai versi sui Santi del giorno, che leggo, rileggo e contemplo.
Quanto lavoro certosino! Quante ricerche! Quanta fede!
Non è un’opera umana. Non è semplice agiografia. È ispirata dal Divino Amore.
Mi riferisco al testo monumentale, elegantemente curato nella veste tipografica, “Flos sanctorum – Peregrinatio per annum” della nota poetessa Cristina di Lagopesole, pubblicato nel 2005 dalla casa editrice Lacaita di Manduria, con il Patrocinio della Conferenza Episcopale e del Consiglio Regionale della Basilicata.
Il volume, dedicato a Papa Giovanni Paolo II, si avvale della presentazione del Cardinale José Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, e dell’Introduzione di Padre Gianfranco Grieco, giornalista dell’Osservatore Romano, con l’Imprimatur di Mons. Agostino Superbo; è stato distribuito al clero della Basilicata il 24 marzo 2005, durante la S. Messa del Sacro Crisma del Giovedì Santo.
Unico nella Storia della Chiesa Cattolica d’Occidente, è stato scritto dal 1 gennaio al 31 dicembre 2003, prima dell’alba, dalle 4 alle 7 del mattino, in ginocchio, ai piedi del Crocifisso, nel Santuario del Divin Crocifisso a Lagopesole. Il tempio, nato da un disegno di Amore, fatto erigere dalla scrittrice, consacrato il 14 settembre 2001, é stato realizzato con tecniche antichissime e materiale di recupero, su modelli paleocristiani e medioevali, basati su perfezioni numeriche, geometriche e cifre simboliche, in particolare del numero 40, misura base dell’edificio.
Il “Flos”, che ha vinto il primo premio Letterario Internazionale “Maestrale-San Marco” Sestri Levante, viene dopo altre tre opere di preghiera ”I movimenti dell’anima. Libro d’Ore”, “Il libro del pellegrino”, “Ad crucem”. Nel primo vi è la liberazione dalle passioni negative; il secondo porta verso il Golgota; il terzo è un viaggio sul corpo di Cristo, via che porta al Padre. Il “Flos” è il compimento del viaggio, la rosa dantesca. È un martirologio, per tutto l’anno liturgico, di circa 15.000 versi, divisi in distici, terzine e quartine, fino a stanze di dieci versi, distribuiti in 528 Inni (numero triangolare pitagorico divino; cerchio e triangolo: perfezione cosmica trinitaria). Il numero dei Santi presentati in un giorno del Calendario varia da uno a cinque. La tipologia delle composizioni comprende inni sacri, orazioni, cantici, laudi, salmi, panegirici, ringraziamenti, offerte di sé, canti processionali e cosmici, alternati anche da espressioni latine, con l’Incipit e l’Explicit di brevi passi biblici. La poetessa pone un’attenzione particolare verso i nostri Santi della Basilicata (Andrea Avellino di Castronuovo, Bonaventura da Potenza, Domenico Girardelli da Muro Lucano, Domentico Lentini, Gerardo Maiella). L’opera è corredata anche da 12 icone, realizzate dal monaco melchita Gustavo Costanzo, presso la città di Magdala, in Terra Santa. Si parte dalla Visio, per seguire un itinerario artistico-spirituale, che raggiunge l’estasi contemplativa.
L’ultima pagina del volume è bianca. Il Priore Generale dei Camaldolesi, Padre Emanuele Bargellini, intervenuto come relatore, il 3 giugno 2005, alla presentazione del testo presso il Comune di Potenza, si è soffermato sulla pagina bianca ed ha invitato il lettore a completare l’opera iniziata da Cristina, passando dal ruolo di fruitore del libro a quello di coautore, mettendosi in gioco con la sua intelligenza, la sua fede e la sua vita. Non potrà essere Cristina a terminare il lavoro, ma solo il Signore, perché quella raccontata è una storia di Amore. In realtà, non è un racconto, ma un incontro con gli amici di Dio. Cristina è solo una voce narrante, che condivide con il lettore la contemplazione ammirata ed intensamente pregata di un mistero, che anima la storia: il cammino di Dio in compagnia dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo. È una geografia ed una storia della fede. È universale. È una storia che non ha tempo, perché è nata in Dio, ma proprio per questo assume i contorni di ogni spazio e di ogni tempo e l’individuazione di ogni persona nella sua unicità - ha affermato con chiarezza il Priore Camaldolese. È l’avventura esistenziale di tanti uomini e donne, che ci hanno preceduto come pellegrini nella verità, richiamati e messi in movimento dalla nostalgia di quella patria originaria che non abbiamo mai visto. Nostalgia delle origini e speranza di approdo che sono in parte anche le nostre, oggi e domani.
Cristina di Lagopesole non ci propone una vicenda letteraria, ma una narrazione contemplativa nella storia di Cristo coi suoi Santi. È una misteriosa voce dello spirito, che riapre lo sguardo verso il trascendente che ci portiamo dentro. Spetta ad ognuno di noi tradurre in testimonianza di vita i messaggi dei Santi, la cui prosa dell’esistenza è stata trasformata in versi dalla grazia divina
Ringraziamo, quindi, Cristina - donna vigorosa, vibrante e virtuosa, consacrata a Gesù Crocifisso - che si distingue per il suo incedere ieratico, accentuato dal suo impeccabile saio bianco, per il viaggio spirituale che ci ha fatto intraprendere, per l’intensa meditazione teologica, per gli spiragli di luce che ci ha offerto, per gli aneliti di libertà, che in questa incertezza esistenziale ci fanno ancora sperare in un Dio misericordioso e più che mai a noi vicino.
I lettori del Sirino la ringraziano, in particolare, anche per la descrizione del paesaggio del Sirino, che ha dato i natali al Beato Domenico Lentini, il cui apostolato è stato ben evidenziato alle pagine 140/142 del Flos:
“Nell’antica Sirino, città di torrenti/tra valli ubertose e monti, /che alteri declinano verso il mare,/al canto di limpide acque zampillanti tra erbe e fiori,/in parvula dimora, frutto generoso di beata progenie,/venisti al mondo, o Beato, simile agli Angeli, povero./Tra faggi e loriche e antiche laure /crescesti santo, a imitazione di Cristo. …
“O pastore prezioso, prega per noi. /Vedi: Pellegrini veniamo alla tua soglia,/apri le nostre mani e irrorale di santità,/
guida i fanciulli alla tua porta /abbi di noi pietà, liberaci dai lacci, /sii nostro custode sulla via. /Ascoltaci, oh! Ascoltaci. Amen.”
by Teresa Armenti

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22 marzo 2007

Intervista al narratore potentino Claudio Elliott

[intervista -3]
Claudio Elliott ha cominciato a scrivere romanzi per ragazzi sei anni fa e da allora ha continuato a raccontare storie che sono state pubblicate da importanti case editrici nazionali e che hanno appasionato i giovani lettori di tutta Italia. Proprio in questi giorni è uscito un suo nuovo libro "L’ultimo canto del Faraone", il sesto romanzo della serie di Lara Bettini. Tra avventure, fantasia e viaggi nel passato eccovi un’intervista del narratore potentino in esclusiva per LucaniArt.
MPC- Quando hai cominciato scrivere libri per ragazzi e come è cresciuta nel tempo questa tua passione?
CE- Ho iniziato scrivendo un romanzo per un concorso, di cui a scuola vidi il bando. In quei giorni, sei anni fa, mia figlia stava giocando a Tomb raider, la cui eroina è Lara Croft. Fu lo spunto del testo che scrissi per il concorso che poi non ho vinto. Però ormai il romanzo (Game over) era stato scritto, e quindi lo spedii a qualche editore importante, il che era una bella presunzione. Ma ben ripagata: dopo pochi mesi ricevetti una telefonata dalla Le Monnier, che lo accettava. Anzi, l’editor mi sollecitò a scriverne un altro, così nello stesso anno – 2001 – comparvero sia Game over che Le due vite di Aya, libri iniziali della serie con protagonista Lara Bettini. Ancora oggi, a distanza di sei anni, hanno lettori affezionati in tante scuole italiane.

MPC- Sei uno scrittore molto prolifico, hai pubblicato per svariate case editrici decine di romanzi per ragazzi, da cosa traggono spunto le tue storie?
CE- Esagerati! Decine! Una decina sì. Proprio in questi giorni è uscito il sesto romanzo della successione di Lara Bettini (iniziata con Game over), il che vuol dire una media di un romanzo l’anno. Gli altri libri, tra cui Birillo, che sta avendo un certo successo nelle medie e nelle elementari, nascono sempre da piccoli episodi, idee che mi tarlano la testa per giorni, spesso mesi. La coincidenza di tempo e spazio (e quindi i collegamenti con periodi storici per me affascinanti) sono poi il collante di queste idee. Gli aztechi, Giovanna d’Arco, le streghe, Tutankhamon ecc. sono argomenti che mi assicurano lettori, e io scrivo per essere letto. Il che sembra lapalissiano. Ma conosco scrittori che scrivono solo per sé stessi.
Il fatto di avere lettori, con cui mi incontro spesso, che sono incuriositi dalle vicende e dalle trame e che chiedono un’altra avventura di Lara Bettini, e magari mi danno anche lo spunto, è un incoraggiamento.
Sono un narratore, alla fine, più che uno scrittore, per cui sto attento che la trama invischi il lettore e magari sono meno accorto alla scrittura. Se fosse il contrario, sono convinto che non avrei lettori: starei così attento alla prosa letteraria che perderei di vista la trama. Invece i ragazzi si acchiappano con quest’ultima, e piano piano diventano lettori, e passano poi ad altri libri, ad altre storie. Agli scrittori.

MPC- Quasi tutti i tuoi romanzi hanno una trama fantastico avventurosa. Come si coniuga questo aspetto con il “viaggio nel passato delle antiche civiltà” che spesso caratterizza i tuoi lavori più recenti?
CE- Parlavo prima dei periodi affascinanti della storia, quelli che da piccolo mi colpirono. Ecco: ora li utilizzo per questi viaggi di Lara Bettini nel passato o dei personaggi storici nel presente (come il recente L’ultimo canto del Faraone). Non perdo tempo a descrivere le civiltà antiche, cosa che non saprei fare e che i ragazzi non gradirebbero. Però calo i lettori in quelle epoche, li faccio camminare per le strade della Firenze dell’Inquisizione (Quattro parole dal passato), o li faccio partecipare alla caccia del brigante Michele che è alla ricerca di un tesoro, che poi verrà trovato a Lagopesole (Il tesoro dei briganti); oppure il lettore procede con Giovanna d’Arco nella enorme sala nel castello di Chinon senza sapere come sono le fattezze del Re (Giovanna d’Arco: il lupi e il vento).
Quindi è proprio la trama fantastica e avventurosa la base del viaggio in altre civiltà.

MPC- Un tuo recente libro Il barcone della speranza affronta invece una tematica sociale che è quella dell’emigrazione clandestina. Come mai questa nuova scelta?
CE-
È stata una sfida. Le edizioni Raffaello di Ancona, uno dei più diffusi in Italia specie con la collana Il mulino a vento, mi telefonarono e mi proposero di scrivere un libro per loro. Proposi un romanzo con una tematica fantastica, che stavo scrivendo in quel momento. La persona con cui parlavo mi disse che non andava bene: non sapevo scrivere altro? Magari una storia attuale, basata su una tematica sociale?
Ci pensai su per ben due secondi e mezzo; mi venne il tema e lo proposi. L’idea piacque. Ora dovevo scrivere il romanzo. Piacque anche quello. Ora è nelle librerie italiane.

MPC- I libri per ragazzi hanno sempre un valore pedagogico sotteso. Quale aspetto educativo ritorna con maggiore frequenza nei tuoi romanzi?
CE-
Nessuno. Scrivo per essere letto e basta. Valori e messaggi li lascio ad altri.

MPC- Quanto consideri importante l’aspetto ludico e giocoso della scrittura?
CE-
La scrittura è fatica. Stare ore e ore a battere i tasti del computer, dopo mesi di costruzione mentale, di ricerche in biblioteca, di appunti che spesso hanno la tendenza a nascondersi, è una gran bella fatica. Però è anche divertente (e qui sta il gioco), perché vedi che le idee sono diventate concrete, sono diventate parole, vedi che chi ti legge mentre lavori (amici, moglie, figli) si diverte a leggere quello che prima non c’era e ora c’è. Vedi i personaggi che, saltati fuori dalla tua testa, diventano reali, sono lì in carne e ossa, e ti parlano, e ti danno indicazioni.
Nei corsi di scrittura creativa, che svolgo spesso con Lorenza Colicigno, faccio notare ai ragazzi che la grammatica e la sintassi sono gabbie da cui si può uscire con la fantasia, volando sulle parole e spesso dentro le parole, e magari inventandone di nuove. E se qualcuno ha pensato a Gianni Rodari o a Piumini, beh, ecco: la strada è quella.

MPC- C’è qualcuno dei tuoi romanzi a cui sei particolarmente affezionato?
CE-
Come idea sono affezionato a Birillo, che ha un inizio (a detta di molti) clamoroso, e prosegue con continui rovesciamenti di prospettiva, ed ha uno stile leggero e svagato, apparentemente semplice. Come romanzo vero e proprio (Birillo è un libro-gioco) il mio preferito è Giovanna d’Arco: i lupi e il vento, ma anche L’ultimo canto del Faraone non mi dispiace del tutto: in ambedue questi romanzi le figure femminili sono forti e determinate, Giovanna d’Arco nel primo, la tenera moglie di Tutankhamon nel secondo.

MPC- E i tuoi prossimi progetti? Ti va di raccontarci qualcosa in anteprima?
CE- Ho da poco finito un romanzo che si svolge ai tempi di Lorenzo il Magnifico e che gira intorno a un misterioso manoscritto. I protagonisti non sono ragazzi (una volta tanto!), ma c’è un alchimista, uno studioso di grafologia, un priore, lo zar di Russia, il Papa, Lorenzo e Giuliano de’ Medici e il loro avversario Francesco Pazzi. Un romanzo che mi ha impegnato molto sia per le ricerche storiche sia per la stesura, che non è stata semplice. Ora è in mano a un importante editore.Sul piano della pura fantasia, l’anno prossimo dovrebbe vedere la luce un romanzo sulle strane vicende di un piccolo dinosauro che capita in una nostra cittadina, ai nostri tempi, e che viene trovato da un ragazzino. Torna il tema del tempo, che (ora che ci penso) sembra essere una mia ossessione. E pensare che non porto l’orologio!
by Maria Pina Ciancio

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11 marzo 2007

Le Falene poetiche di Nigro nel segno di De Martino

[percorsi -11]
Con Mosche in bottiglia, nel 1975, Leonardo Sinisgalli fissava nell'immagine della poesia-insetto un simbolo di straordinaria capacità semantica. Le sue mosche incarnavano le ambizioni della scienza e gli inganni della memoria. Le Falene (Aragno, pag. 147, euro 12) di Raffaele Nigro, che giungono in libreria esattamente dopo trent'anni dalle mosche sinisgalliane, chiudono il cerchio. Sono esseri dotati di una particolare leggerezza che li rende evanescenti come sogni e, anziché presentarsi in lingua italiana, hanno il passo cadenzato dell'idioma lucano: non quello del dialetto di Albino Pierro, in cui Gianfranco Contini intravedeva addirittura una parlata "neolatina", ma una cadenza appenninica; una parlata certo di consonanti un po' ruvide ma con le vocali che già si aprono alla pianura pugliese, proprio come i fiumi che nei romanzi di Nigro nascono dalle pendici dei monti e si volgono senza rimorso all'Adriatico. Anche le falene, come le mosche, rappresentano il riassunto di una intera esperienza letteraria (come non pensare alle "farfalle" di Montale?) e hanno i connotati degli «eroi omerici e ariosteschi», secondo un'efficace interpretazione cui fa cenno Andrea Di Consoli nella postfazione. Nigro affida alle sue farfalle notturne le ansie di un viaggio a ritroso, ironico, disincantato e struggente, che ha per protagonisti un padre, una madre e un figlio intellettuale, destinato a indossare i panni di un Ulisse dapprima fuggiasco, poi tornato nella geografia del ricordo, che è quella del paese natale, raccontato come isola felice, luogo dell'utopia, archetipo del sogno. Ma l'ipotesi del romanzo familiare non è che uno degli aspetti di questi versi in lingua lucana. Nigro non compie un solitario percorso a ritroso. Le sue farfalle si presentano puntuali a recargli in dote il nome dei compagni di avventura, perfino i poeti di altre epoche. Tutto ciò induce a ipotizzare che i versi di Falene compongano un'allegorica antologia di ritratti. Il testo si chiude con la nuova emigrazione verso il miraggio di una "città del sole", che non ha nulla a che vedere con l'utopia di Campanella, ma che viene salutato dai lucani come una patria promessa. "Era probbie n'atu munn, curu paese / d ru latt e ru mele / ca da lu novcind scappai ind u doimele". La rima miele/duemila fa da epilogo a un secolo e oltre di storia per quella che Ernesto De Martino definiva la "terra del rimorso" e che ora NIGRO fissa nella categoria di "terra stramorta", abitata da un "popolo che si squaglia".
by Giuseppe Lupo
(l'articolo è apparso su Il Mattino, 2005)

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07 marzo 2007

Isabella e le altre: un silenzio di voci sfondato dal “dominio” della parola e della poesia

[percorsi -10]
Quando all’inizio della primavera scorsa ho avuto tra le mani l’ultimo libro di Lorenza Colicigno, ho intuito subito che mi trovavo di fronte a un lavoro vasto, ma soprattutto originale e autentico, costruito secondo lo schema classico della tragedia greca (esordio, atti di recitazione dialogati, exudodus o epilogo). “Canzone lunga e terribile”, così il titolo della sua ultima raccolta datata 1997-2003, mi ha accompagnata in uno dei miei viaggi a Roma. Amo leggere viaggiando. Cinque ore di autobus dal Sinni di Isabella al Tevere, per sfogliare e attraversare mutamenti e trame di un’opera sinfonica alta e sfaccettata, giocata tutta sul recupero della memoria della giovane poetessa Isabella Morra, con cui l’autrice intesse a distanza di quattro secoli un dialogo intimo o meglio un colloquio interiore da donna a donna, intervallato dalla voce fuori campo di un coro che spiega, preannuncia, riassume, enfatizza o semplicemente accompagna “la recitazione”. “In questo quadro contemporaneo – scrive con acume Adele Cambria nella prefazione al libro- Lorenza Colicigno ha forse azzardato la sfida più audace: un dialogo tra ieri e oggi, tra due donne-poete, Isabella e lei stessa, sostenuto da un Coro che ha la funzione classica del Coro nella tragedia greca”.
E così in questo percorso di voci che si incrociano, si intrecciano e si sostengono “la tua carezza cerco che mi accompagni/ il tuo respiro che mi segua nelle pause dell’ispirazione” la voce dell’autrice insegue e accompagna la poetessa di Valsinni in un racconto che osa e va oltre il già detto.
E proprio in quel chiedere, indagare, intuire sul filo di domande e risposte condivise, l’autrice ci restituisce una figura di donna nuova, più interiore, adesa al reale e sicuramente più cosciente e consapevole di se stessa, dei fatti e dell’accadere degli eventi “... pur affamata d’abbracci… mi respinge il mio tempo/ in esili di esili versi”.
Isabella diventa così, metaforicamente, “compagna di pena” di sé stessa e di “innumerevoli voci di donne che scavano/ la loro vita in un solco di solitudine/ -consapevole- per sé e per tutte”, di cui lei come un estremo dono ne raccoglie l’eco. La raccolta richiama infatti alla memoria esperienze comuni e percorsi di storia e di vita di altre donne sottratte alla vita dalla ferocia del pregiudizio: Ester Scardaccione, Silvia Plath, Atonia Pozzi, Giuliana Brescia, Amelia Rosselli, Safiya, accomunate tutte dallo stesso tragico e infimo destino, da una frattura con la vita (estrema e prevedibile) da quella che potremmo più semplicemente definire “la morte annunciata”. Ognuna delle voci femminili è posta ad apertura delle sei stanze che compongono la struttura dell’opera e ognuna di esse assurge a simbolo di un dolore e di una sofferenza “non più taciuta al mondo”, bensì rinnovata, dilatata, condivisa in quel “tutte” che ritorna costantemente e chiude il cerchio “nella mia coscienza/ si rimargina la tua ferita, abisso di tutte,/ lentamente colmato dalle lacrime di tutte”.
Condivisione e pietas, ma non abbandono, né resa nel messaggio di Lorenza, bensì il riscatto salvifico della parola “Siamo in porto, Isabella –recita il coro in conclusione- insieme un lessico, arduo nocchiero/ della diversità, ci conduce/ nell’infinito dominio della poesia,/ dissigillata fonte,/ lì dove nessun castello,/ nessun cervello può confinarci,/ benché disperate./ E mai disperanti.” Un silenzio estremo, lungo e terribile dunque, un libro di voci magistralmente sfondato dalla forza della parola e dalla poesia.
by Maria Pina Ciancio
(l'articolo è apparso su La Gazzetta del Mezzagiorno, 2003)

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25 febbraio 2007

Il “fenomeno” blog pervade anche la Basilicata

[riflessioni -7]
La nuova frontiera della comunicazione ha un nome particolare: blog che altro non è che la contrazione di web log che, se si potesse tradurre, significa “traccia nella rete” dove la rete, ovviamente, è internet.
Come la maggior parte dei fenomeni connessi al web è nell’America che nascono i primi blog, nel 1997, per diffondersi rapidamente dappertutto.
Anche la terminologia legata ai blog si è rapidamente diffusa, oggi è normale familiarizzare con i termini “blogger” colui che gestisce il blog, “bloggare” scrivere, costruire il blog, “blogsfera” il mondo dei blog e dei blogger.
All’inizio i blog erano dei semplici diari privati in pubblica piazza, poi sono diventati interattivi, nel senso che al “post”, il messaggio testuale aperto dal “proprietario” del blog, si è potuto replicare inserendo dei commenti. La tecnologia ha fatto passi da gigante ed ai testi si sono affiancati prima le immagini e di recente i filmati rivenienti dalle telecamere digitali, una vera e propria rivoluzione che ha ulteriormente spalancato la finestra sul mondo.
Il successo vero e proprio è arrivato quando a scrivere hanno cominciato personaggi famosi del mondo del giornalismo, della politica, della cultura, dello spettacolo, dello sport.
A favorire la proliferazione dei blog ha contribuito la messa a disposizione da parte dei principali gruppi editoriali presenti sul web di uno spazio gratuito sui propri server e la semplicità con cui è possibile gestire questo spazio.
Nell’ultimo anno in Italia c’è stato un incremento notevolissimo di blog ed i navigatori hanno mostrato di gradire in maniera inaspettata e clamorosa questa nuova forma di comunicazione. La diffusione della larga banda, con un collegamento pressoché continuo dei personal computer alla rete, ha decretato il successo di questo fenomeno.
Capofila e antesignano dei blogger italiani è sicuramente Beppe Grillo, il comico genovese epurato anni fa dalla Rai ha saputo attrarre attorno al suo diario on line centinaia di migliaia di persone che interagiscono con lui lasciando un numero impressionante di commenti ai suoi post. Fenomeno nel fenomeno è la nascita dei “Meetup Group”, dei veri e propri fans club del Beppe nazionale che portano a livello locale le tematiche proposte sul blog più frequentato d’Italia. In Basilicata sono sorti alcuni “meetup group” a Potenza e a Matera.
Quasi tutte le testate giornalistiche on line hanno attivato uno o più blog sui loro siti e si sono formate delle vere e proprie comunità che discutono, ma sopratutto interagiscono, in maniera sicuramente meno formale di quanto la comunicazione tradizionale consente.
La Basilicata non poteva rimanere estranea a questo fenomeno ed ai primi battistrada del mondo dei blogger si sono affiancati, sopratutto lo scorso anno, nuovi internauti che dibattono, talvolta animatamente, di una infinità di argomenti; il fenomeno, per ora, non ha assunto le proporzioni riscontrabili nel resto d’Italia ma ci sono le condizioni per veder crescere il numero di internauti che creeranno un proprio blog.
E’ difficile quantificare esattamente quanti blog sono stati aperti da lucani, una piattaforma che consente la catalogazione per aree geografiche, Blogitalia, ne ha censiti 100, 63 in provincia di Potenza e 37 in provincia di Matera fra quelli che hanno scelto i loro server. Si può quindi tranquillamente affermare che i blogger lucani sono sicuramente alcune centinaia.
Molti sono i personaggi noti, sopratutto fra i politici, in primis l’eurodeputato Gianni Pittella, “special guest” su “Il Cannocchiale” la piattaforma blog dell’editore de “Il riformista”. Non mancano altri politici eccellenti come il segretario regionale dei DS Piero Lacorazza o il segretario dei Radicali lucani Maurizio Bolognetti.
Oltre che di politica i blogger lucani discutono anche di cultura ed in questo campo è doveroso segnalare l’impegno di Maria Pina Ciancio, più nota con lo pseudonimo di MaPi che gestisce più di uno spazio sul web (Fotoscatti, Lucaniart) e che si muove a proprio agio fra la letteratura, la poesia, la fotografia, la pittura. Una vera ambasciatrice della cultura lucana sul web.
Non mancano i blog gestiti da giovani “tecnocrati” che ben figurano nel panorama globale della rete. Esistono perfino i blog dei lucani “fuori sede”, comunità di universitari sparsi per l’Italia, ed i circoli di lucani disseminati per la penisola.
Un elemento che deve far meditare è la “mortalità” di alcuni blog che dopo pochi mesi di esistenza, per le ragioni più varie, fra le più ricorrenti le crisi esistenziali degli autori, cessano le pubblicazioni, sono scomparsi nel nulla alcuni buoni blog che trattavano argomenti anche molto seguiti, la rete riserva anche di queste stranezze.

Link a blog lucani o gestiti da lucani
http://lucania.ilcannocchiale.it/ Il blog di Maurizio Bolognetti, segretario dei radicali di Basilicata.
www.lucianopetrullo.it Gestito dall’Avv. Luciano Petrullo, esponente di Alleanza Nazionale e Consigliere comunale a Potenza
www.sergioragone.ilcannocchiale.it Il sito-blog, molto visitato, di Sergio Ragone, dirigente della Sinistra Giovanile di Basilicata.
http://giannipittella.ilcannocchiale.it/ Special guest della piattaforma “Il cannocchiale” Gianni Pittella eurodeputato.
http://www.bookcafe.net/blog/ Il blog tecnologico iper-professionale del potentino Giuseppe Granieri
http://www.luachanblog.com/ Il blog, in perenne aggiornamento, del materano
Carlo Magni.
http://fotoscatti.leonardo.it/blog e http://lucaniart.blogspot.com/ Due link in cui Maria Pina Ciancio riversa la sua sensibilità artistica.
http://ciutarije.leonardo.it/foto L’umorismo e la satira nel blog di un lucano fuori sede, Rocco Grieco.
http://www.ambientebasilicata.ilcannocchiale.it/ Qui si parla di ambiente. Il blog dell’Organizzazione Lucana Ambientalista.
http://beppegrillo.meetup.com/171/boards/ Lo spazio del meetup di Beppe Grillo di Potenza.
by Antonio Nicastro

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05 febbraio 2007

Gina Labriola tra lucanità e cosmopolitismo

[riflessioni -6]
I critici lucani, primo tra tutti Raffaele Nigro, insistono per ovvie ragioni campanilistiche sulla lucanità della poetessa Gina Labriola che nessuno, tanto meno lei stessa, può negare, ma è un giudizio quanto mai restrittivo e che non fa onore alla Lucania stessa. La “lucanità” consisterebbe nel pessimismo nel fatalismo e nell’umor nero, cose tutte che, se affiorano - anche spesso - nella sua produzione sono sempre superate attraverso l’ironia, e comunque combattute. Claudio Marabini parla di “arguzia”. Fattore assolutamente positivo è la trasposizione dei ricordi, dei sentimenti, delle sensazioni primigenie in un afflato universale e in ambiente cosmopolita.
Ma in che cose consiste, e dove si trova, questa “lucanità”? L’autrice come abbiamo detto, certo non la nega, ma non vuole farsene un vessillo. Nella prima produzione, quando era in Iran, la lontananza le dava certamente un rimpianto, ed è caduta nel luogo comune degli anni ‘50-‘60: le donne nere, i veli, ecc. Più era lontana e più sentiva vicina la patria lucana, che non le sembrava solo perduta, ma quasi “proibita”.
Ha confessato, in occasione di una presentazione di un suo libro, che la distanza era enorme, i viaggi costosi e le scarse vacanze erano trascorse al mare o in famiglia. Le strade per i paesi, allora erano difficili, e i suoi bambini non sopportavano il lungo viaggio e soffrivano. Soffriva lei, quindi, di “nostalgia”, “dolore per il ritorno” nella sua terra che le pareva, e forse era, quasi impossibile. Nel primo volume (Istanti) su oltre cento poesie, sono presenti solo sette o otto che fanno riferimento alla Lucania, anche se sono tra le più sentite e commosse. In Quasi una dedica c’è il suo fiume: ma somiglia proprio al Sinni, o è soltanto il “Fiume della vita”? Il fiume che attraversa Isfahàn si chiama Zayende-rud che significa appunto “fiume della vita”. Più tardi ci sarà la Senna, e i critici ossessionati dalla ricerca delle “fonti” troveranno pane per i loro denti ricordando l’Ungaretti dei Fiumi.
Reminiscenze letterarie o personali? Il tutto ovviamente si mescola. Si parla di Giovanni, e San Giovanni è il protettore di Chiaromonte: lo ritroviamo nella poesia Il santo patrono, che è proprio il Battista portato in processione. Di altri Giovanni si parlerà altrove: in Spagna, naturalmente, diventa Don Giovanni, poi ritorna a essere il Battista, e in Fantasma con flauto addirittura la situazione è capovolta;
E se per una volta, Salomè,/fossi io a farti cadere la testa?/Io, Giovanni emaciato, nutrito di locuste nel deserto/ senza più sangue nella gola, /tante volte me l’hanno tagliata, e consunta la pelle delle mani /per tanti lavacri nel Giordano. /Se una volta, io mi portassi, /avvolta nei tuoi sette veli, /induriti dal sangue e dagli aromi /nella confusione degli incensi, /la tua testa riccioluta?
C’è il ricordo del Santo protettore ma ancora una volta compare l’“Altra”, in uno scambio di ruoli. Giovanni è una lirica complessa (forse perfino un poco blasfema) in cui si fonde il mito biblico al ricordo delle feste del suo paese. Chi parla è una donna, inutilmente innamorata del Battista:
Non mi guardavi /quando ti portavo /tra le cocche del fazzoletto /il formaggio di pecora /e il pane azzimo /e la corrente / (del Sinni o del Giordano?)/ti illividiva i piedi.
Ne Il santo patrono c’è una descrizione di una festa e di una processione che certamente ricordano alla poetessa le feste e le processioni del suo paese, ma non si capisce (o forse si capisce anche troppo bene) se questo “Santo patrono” sia davvero il Santo protettore di Chiaromonte o ancora una volta un essere irraggiungibile.
Per devozione / occhi di smeraldo ti hanno fatto, /ma io sola so chi sei / e non posso guardarti negli occhi. / Hai un’aureola / che io ti ho fabbricato / con tutto quanto mi restava / non so se latta o oro, / tutta la ricchezza / nella cassa mezza vuota / ereditata da mia nonna. / Passa, / o patrono onnipotente / con tutto il tuo mistero. / Solo le campane, / poiché sono così vecchie, / possono osare / in quest’ora rossa di tramonto / gridare il loro amore / tra i cirri color sangue / forte, quanto più forte batte in petto / nella festa il battaglio del dolore.
Un accenno a Chiaromonte è nella lirica Felicità coniugale, ma è ancora una volta il tema dell’incomunicabilità coniugale e dei sogni che se ne vanno a spasso per conto loro, in un contesto che potrebbe essere qualunque piccolo centro urbano dove si enfatizzano i problemi interiori e sentimentali.
Su questo tema assai frequente, c’è una poesia inedita, citata precedentemente, che l’autrice definisce “gozzaniana”, proposta in una lettura pubblica “nelle sue contrade” ma che non ha mai pubblicato forse perché troppo (almeno apparentemente) autobiografica, o troppo “provinciale”, che fa riscontro a Felicità coniugale già citata, ma scritta molti anni dopo. Ci sono temi ricorrenti, anche se trasformati nel tempo. C’è il ricordo, evidentemente, di “fatti”, storie d’amore ascoltate nell’infanzia, storie di famiglia, ma che potrebbero essere state vissute in un qualunque luogo periferico e un po’ chiuso.
In Alveare di specchi sono pochi i riferimenti alla terra d’origine, lo struggente rimpianto è quasi solo per l’Iran, la patria perduta per sempre. La Lucania non era troppo lontana dalla Spagna, il “mito” si ravvicinava, non era più tanto porto “proibito”. Fa eccezione L’erba vento, scritta nel ’72 (anno dell’importantissimo premio Roberto Gatti), a Bologna dove si trovava in ospedale. Ci sono altre poesie datate dal Sant’Orsola di quella città. La malattia, anche se in via di guarigione, le dava la probabilmente nostalgia del suo paese: L’erba vento
Fuga di tetti d’embrici / Del mio paese / Onda di sangue pallido / Sospiri di camini /Fumo di bosco ucciso / Che sa di muschio e di fungaia / Desiderio placido / D’amplessi con le nubi / Antiche spose nel talamo del cielo / Muri grigi, o miei vecchi muri, / io non sono il fico familiare / cuore ligneo e seni di miele / che sfiora il davanzale con le grosse mani. / Non sono l’edera /Che vi penetra in petto / Con radici di ricordi / Lunghe dita / Di amanti perdute, /che nasconde lucertole / come desideri di sole./ Io sono l’erba vento / Nel vuoto tra due pietre:/ vivo d’un grumo di terriccio / dimenticato tra un amore e l’altro / in una ferita dell’intonaco / ciuffo verde senza addii, / in una frattura tra due embrici / carezza distratta del vento polveroso. / Ma tu ti sei rifatta la facciata / Cemento e asfalto come un muro di città. / Ti sei vestito a nuovo per le nozze: / non ha ancora ferite / il tuo binco intonaco /perché vi posi l’erba vento / una pausa grigia di stanchezza.
Com’è evidente, al ricordo dei suoi tetti e dei suoi muri si sovrappone la metafora dell’“erba vento”, riflesso ancora una volta del sentimento di abbandono.
In Alveare abbiamo però le tre brevi bellissime liriche più note di Gina Labriola, già citate, riprese nella Fenice, poi su seta, e riprodotte perfino in una ceramica sul muro della villa comunale a Chiaromonte: Dal lume di luna, Silenzio punteggiato di stelle, La strada al mio paese. Si può riconoscere Chiaromonte in queste liriche? O si tratta di un paese irreale nella fantasmagoria della poetessa? Si nota ancora una volta il tema della luna, che ricorre di frequente nella sua produzione poetica. Importante la poesia finale della raccolta: La vecchia che filava i sogni.
Ho incontrato la vecchia / che filava i sogni. / Dove?/ Non so se a Rotonda di Potenza / accanto alla fontana / che faceva il contrappunto / alle favole di mia nonna /sotto il suo balcone / o a Kashàn,
[1]/ sotto l’arco a ogiva / accanto al forno del nun lavàsh [2], / un buco arroventato, / la bocca di un demonio / che sputava schiacciate /sottili come idee, / profumati come pani. / La vecchia. / Filava con cento colori / che estraeva dal centro della terra, / in uno zir-zamìn di Kashàn [3] / tra ragnatele di telai / matasse fumanti / dall’odore asprigno. / Il suo occhio era giallo / come la terra di Kashàn. / Il fuso era un cipresso altissimo. / Filava / / /montagne di sogni a matasse / così alte che raggiungevano le nubi. / Anzi, erano le nubi. / Le ho portato i miei sogni / chiusi in sacchi neri di fuliggine / legati con il filo di un ricordo. /“Fammi un tappeto, le ho detto, / un tappeto di Kashàn, / con una rosa nel mezzo /gli asini di Rotonda, /la festa di Sant’Antonio, /i cammelli, / in fila tra le automobili / lungo le strade di Teheran. / Passato e futuro, tessilo insieme. / Mettici tutti i miei corvi / tutti, quelli di Vertunno / e quelli di Gholàk. [4] / “Va bene, ha detto, / ritorna tra cent’anni”. / E le passava tra le mani /la testa di un ragazzo riccioluto. : Le cadevano le ciocche tra le dita, / e lei le annodava nell’ordito / del tappeto di Kashàn. / Sul volto adolescente / lasciava senza sangue /i segni delle unghie aguzze.
Ecco, dunque, magicamente fuse le due patrie, l’Iran e la Lucania, rappresentata questa volta non dal paese natale, Chiaromonte, ma da quello della sua nonna, Rotonda, che le è ugualmente caro.
Qualche cenno ai luoghi e ai miti del suo paese si trova in In uno specchio la Fenice: Padre mio brigante, Sul ciglio dei calachi e Il farmacista di Castelluccio, ma sono allusioni assai vaghe e senza nessuna vera connotazione geografica o storica. Assente quasi del tutto è nelle raccolte poetiche successive, posteriori a In uno specchio la Fenice (Fantasma con flauto e Poesie sur soi/e), nonché nella commedia tutta sul tono surreale.
Con l’età matura e soprattutto con la nascita del primo nipotino, Manuel, Gina Labriola vuole offrire a lui e ai suoi figli, nonché ad altri ipotetici lettori, piccoli e grandi, il ricordo di una patria perduta nel tempo, non più nello spazio, ed ecco Storie della pignatta: un’infanzia tra miti, invenzioni, ricordi in un paese che conserva la realistica struttura antica, che si chiama Montedoro ma che somiglia molto a Chiaromonte, anche se, come dice nell’epigrafe, è inutile cercare questo paese nelle carte stradali. Grande parte in questa storia ha la prozia maga e il monachicchio, con il quale si identifica.
La pubblicazione del libro coincide con i suoi frequenti ritorni al paese natale. Realismo colorato di magia, realtà, ricordo e immaginazione: inesatto sarebbe comunque parlare di “realismo magico” che ha tutt’altra connotazione storica. La Lucania (Chiaromonte, Rotonda, il Sinni, il Pollino) sono “la sua Macondo”. Il riferimento è a Gabriel Garcia Marquez – personalmente conosciuto da Gina Labriola.
Importante nelle Storie del samovàr il raffronto, già citato, tra una leggenda persiana che riguarda l’Imam Rezà di Masciàd e il Beato Giovanni da Caramola, le cui reliquie si venerano a Chiaromonte: entrambi salvano degli animali innocenti dall’ingordigia di rozzi cacciatori. I bambini protagonisti del romanzo fanno i loro commenti:
- Ma io, questo fatto di cacciatori e di animali liberati dai santi, l’ho già sentito! - assicurava Alex il Fantasioso.
Era vero, la storia l’avevo già raccontata io ai miei figlioletti; l’avevo sentita tante volte, quando ero anch’io una bambina: era la leggenda di un povero eremita che viveva in una grotta, su una montagna vicino al mio paese, il beato Giovanni da Caràmola. I cacciatori lo buttarono giù, in un precipizio, perché aveva liberato due caprioli, a lui affidati, quando aveva sentito la loro mamma che li chiamava.
- Forse Giovanni conosceva l’Imàm Rezà... lo aveva incontrato da qualche parte... - suggeriva il Fantasioso, che volava con l’immaginazione fuori del tempo e dello spazio.
- Ma se stava sopra una montagna e faceva l’eremita! - osservava il Ficcanaso.
- Ma l’Imàm Rezà era santo e poteva andare dappertutto! - aggiungeva Firùz - non era niente per lui, volare fino in Italia, a cercare amici suoi! -
Erano proprio due storie simili, ma Giovanni, l’umile eremita del mio paese, non sapeva niente dell’Imàm Rezà. Non ne aveva mai sentito parlare e non conosceva neppure l’esistenza di una città chiamata Masciàd, lontano lontano, al di là delle montagne dove viveva lui. Rezà non sapeva che un suo collega, santo, sì, ma di un’altra religione, avrebbe potuto compiere le stesse buone azioni, all’altro capo del mondo. L’intenzione, però, era la stessa: salvare bestiole innocenti e dare esempio di mitezza e zoofilia.
Com’è evidente, la “lucanità”, pur nella presa di coscienza cosmopolita, non perde la sua freschezza e la sua autenticità.
Storie del pappagallo, specialmente nella seconda edizione, è tutto strutturato tra Iran e Parigi. La Lucania sembra non esserci.
L’Iran non è più quello fiabesco del tempo di Farah Diba ma è quello triste degli esuli che vivono tra rivolta e rimpianti, e questa volta non c’è posto per la sua regione, anche perché la sua patria un tempo lontana e quasi “proibita” è diventata reale, è il suo vasto nido, crogiulo di tutte le sue esperienze: il suo cat-atelier è un sogno realizzato.
A voler frugare bene, però, il pappagallo malizioso qualcosa trova dei ricordi d’infanzia, rivissuti in occasione di un buffo quanto imbarazzante incontro. La poetessa, la professoressa, ormai affermata è ormai sola nel suo rifugio parigino. Incontra per caso (è inutile volerne sapere di più sulle vicende biografiche!) un “paesano” che ha fatto fortuna, e, ricordando “l’infanzia sugli stessi sassi” le vuole offrire la sola cosa che sa di avere più di lei e che lo rende impavido fino alla sfacciataggine, tanto spudorata da sembrare solo un’ingenua rivalsa: Compagno emigrante:
Compagno emigrante, / volevi tendermi il c…, /come si tende una mano fraterna, /o una rosa. / Altro linguaggio non avevi, / O forse era ancora la solita storia: / «Io ce l’ho, e tu no!» /C’era pure la tua macchina nuova, / rutilante sotto il balcone. / Tu, bambino, al paese, /camminavi dietro un ciuco, /a piedi nudi, / ed io ero in braccio alla serva, / in una vecchia Balilla /con il fiocco in testa / (ero io, col fiocco, ma forse, pure, / la vecchia Balilla). / Era forse un’arma da scasso? / O una rivalsa? / Un’altra specie di lotta di classe, / attraverso un tubo gommoso / innocente, dopo tutto, / come sempre, del resto, /che non sa quasi niente / di vendette o di lotte di classe. / E in comune c’era solo / un grande imbarazzo, / forse una grande paura / e neppure ci rendeva fratelli / in terra straniera / il cognome registrato all’anagrafe / dello stesso paese, / l’infanzia sugli stessi sassi.../ ma tu (allora!) eri / a piedi nudi dietro un ciuco, / io in braccio a una serva / in una vecchia Balilla, / (col fiocco in testa).
Non c’è offesa nella proposta indecente del “paesano”, ma una sorta di fraternità in un paese straniero, e, da parte della poetessa, pur nel respingere ovviamente l’ardita offerta, c’è una ironica e perfino affettuosa comprensione.
L’emigrante è un “compagno” che ha fatto fortuna ma che come lei ha conosciuto gli alti e bassi del destino e certamente anche le difficoltà dello spaesamento.
Nella lirica Le tue orecchie, che dovrebbe essere una dichiarazione d’amore, la poetessa dice di amare
Le mani asciutte, calde, / come i mattoni bollenti / che al mio paese si usavano, / avvolti in un giornale o in una pezza, / per scaldarsi i piedi.
Poi, però, dichiara di preferire di lui le orecchie (le tue grandi orecchie a sventola) che sanno ascoltarla senza scacciare via le mosche pungenti delle sue parole.
Sempre nelle Storie del pappagallo c’è un piccolo accenno, solo un aggettivo (basilisco) alla lucanità, che sfugge a prima vista ma è che un indizio sintomatico, molto importante: Lamento dell’usignolo
Ma perché andate raccontando in giro / che sono triste e canto amori morti / solo perché mi piace il fresco della notte? / E perché mi accoppiate con la rosa / e inventate assurdi duetti / con quella prima donna / che conosco appena? / Voi, mi dipingete sulla rosa, / io, per me, preferisco il fresco delle frasche / Se la mia voce sembra triste, / è perché ho questo maledetto / un poco lamentoso / accento basilisco, / ma anch’io posso esser contento / come una gallina dopo l’uovo. / Anch’io posso fare amore, uova, / figli, note, poesie e svolazzi: / come farebbero altrimenti, / i poeti, e i figli dei figli dei poeti, / a raccontare che sono sempre io / quello degli amori morti / e delle uova covate dalla notte?
Gina Labriola è lucana e ama la sua terra. Prova ne siano oltre alla sua opera poetica e narrativa, i suoi lavori di diffusione e traduzione della poesia lucana in Francia (Vedi bibliografia e le pagine sul suo lavoro critico), ma non ama la lucanità come etichetta restrittiva soprattutto se è vista come un fattore di negatività, immobilità e provincialismo. In questa poesia, sempre scherzosa e apparentemente fantastica (come del resto molte altre) si legge un vero e proprio manifesto di vita e di ottimismo: “anch’io posso essere contento come la gallina dopo l’uovo”.
Due volte si parla di “uovo”, tema ricorrente nella poesia di Gina Labriola, simbolo, anche se inconscio, promessa di vita (o di creazione?).
Si può addirittura sospettare nell’intricata psicologia della nostra autrice, un complesso, un disagio: l’accento dialettale “basilisco” è “maledetto”. La poetessa ama il dialetto (o i dialetti), ma non è escluso che si sia trovata a disagio davanti a una programmatica “solarità” di altre regioni (la Campania?), colpevole di essere solo un “cardo spinoso”, originaria del paese dove Cristo non era arrivato e dove le donne continuavano a vestirsi di nero e a parlare con un accento marcatamente provinciale.
A questo proposito c’è una poesia molto “meridionale”, che fa parte della nuova edizione del Pappagallo
[5]: Orgia , ovvero mercato ortofrutticolo a Sarno
Il sole ubriaco / barcolla tra le nuvole / e senza inibizio grida / per richiamarci. / Ci siamo tutti, già ebbri. / Le solanacee in raso viola / sono congestionate, / hanno bevuto troppo. / peperoni sempre più eccitati./ Il sangue cola acido sulle foglie di lattuga. / “Peperoni, splendidi figli del sole, chi siete? / Bandiere, rosse, verdi e gialle? E di quale nazione?”/ “No! Non siamo bandiere / siamo falli in erezione!”/Ne mio cuore c’è un ciuffo / di pistilli viola / serrati in un artiglio di spine. / “Apriti, mi dice il sole, versandomi vino nella gola. / O mio cardo, se non ti decidi, / non sarai né fiore né frutto / e non avrai neanche un bruco / che ti mangi il cuore!” / Lo so. / Ma che farci? / Aspetto qualcuno che mi mangi, / ma con tutte le spine. /
Già tanti anni fa, in un’altra lirica: Ritorno da Istanti d’amore ibernati, è evidente che vuole cancellare l’immagine “nera”, negativa del suo paese e di se stessa, in una malinconica, rassegnata polemica con il suo improbabile compagno:
Perché non hai voluto / che tornassi al mio paese? / Lemuri in vesti bianche / avevano portato fiori gialli / alla stazione. / Temevi che incontrassi le mie streghe, / per filtrare erbe amare? / No. / L’ultima incantatrice, ormai, / riceve la pensione / della previdenza sociale. / Tutte le streghe hanno lasciato i boschi / abitano l’INA casa. / Tutte le prefiche sono morte. / Non c’erano altre prefiche / Al loro funerale. / Le hanno sepolte in silenzio. / Non c’è più nessuno / Che lamenti il nostro amore morto.
I lemuri, gli spiriti degli antenati, portano “fiori gialli” alla stazione. La poetessa vuole deviare, inconsciamente o no: di quale “suo” paese si tratta? A Chiaromonte non c’è la stazione!
I fiori gialli, i crochi, sono simbolo di luce e di stagioni rinnovate. Le prefiche sono morte e le streghe sono ormai borghesucce pensionate; c’è dunque una volontà ben precisa di cancellare l’immagine funebre del suo paese, anche se con un velo di malinconia, un rimpianto: è sola, lontana dal suo paese dove non può tornare, nessuno più potrà piangere con lei sul suo amore morto.
Una “lucanità” dunque, molto controversa e addirittura qualche volta rifiutata e combattuta nei suoi aspetti più evidentemente negativi e comunque sorpassati, a distanza di decenni, e certamente non in maniera programmatica. Un segreto su quanto l’autrice internazional-lucana potrà ancora offrire, se riuscirà – come lei dice – a “moltiplicare per dieci le ventiquattro ore della sua giornata”.
Promette tuttavia, soprattutto a se stessa, che tornerà in Lucania anche con la scrittura.

[1] Città a sud di Teheran.
[2] Pane sottilissimo.
[3] Zir-zamìn = sotterraneo. Stesso significato del lucano catoio.
[4] Vertunno è il nome della fattoria che la sua mamma possedeva nella campagne di Chiaromonte. Vi fa cenno più volte nelle poesie sul suo paese. Gholàk è il quartiere dove abitava, alla periferia di Teheran.
[5] La seconda edizione del Pappagallo è uscita a fine settembre 2006.
(estratto dalla tesi di Laurea "Un sogno di fili di seta - La produzione letteraria di Gina Labriola" di Rosanna Costantino, Università degli Studi di Basilicata, anno accademico 2005/06)
by Rosanna Costantino

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20 gennaio 2007

Poesia Meridiana

[riflessioni -5]
… Se l’uomo ha da morire prima d’avere il suo bene
Bisogna che i poeti siano i primi a morire.
Paul Eluard, tradotto da F. Fortini

Pomarico – Matera – Basilicata – Terra – (Forse) Universo – Da queste parti parlare di poesia significa urlare. Gridare contro. Fare poesia significa stare dalla parte della terra e rompere gli stendardi che il dio dell’impero ci mette nelle mani. Dovremmo innalzarli come vuole o frantumarli con le nostre visioni? Le nostre dannazioni?
Non abbiano nessun posto, che sia più bello degli altri, da custodire. Come vengono alcuni a dirci ogni tanto. Noi piccoli germi del sud. Testimoni di un meridione che canta e balla, senza che abbia bisogno di essere ancora immortalato. Stiamo tappezzando di colori le nostre giornate e non abbiamo nessuna intenzione di rinunciare alla bellezza delle parole. Che è bellezza dei luoghi. E dei non luoghi. Probabilmente. Qui la quotidianità insegna a scrivere e consente di leggere.
Dai nostri corpi sgorgano parole veloci e precise. Quanto le frecce del meridione che strimpella le corde dell’Italia. Dalle bocche di noi, poeti di questo tratto di sogno, scappano parole di mille dialetti. Escono dalle nostre anime termini in lingua italiana o vocaboli donatici da altri popoli. Gli altri paesi ci hanno dato culture. Oggi, di nuovo, giungono culture. Grandi quantità di sostanzioso nutrimento. L’accoglienza ci tinge e non ci permette di non amarla. Dalle nostre parti si dorme e ci si sveglia in tanti modi. E la poesia nasce alla stessa maniera.
Adesso, noi, che non siamo altro che gocce di un pezzo di sud grande quanto il mondo intero, catturiamo i ritmi delle piante e ci assuefacciamo agli odori del mare. Della montagna, delle colline che ci sollevano gli occhi. Adoriamo gli immensi spazi e le loro caratteristiche.
Il passato lo teniamo in questi occhi. Nei nostri occhi. Quello che le anziane donne scure in volto si raccontavano, e in certi dimensioni ancora si raccontano, non sono che spicchi di antica poesia. I pastori ed i contadini lavoravano cantando ed inventando creazioni liriche, in ogni istante. Intrise della loro quotidianità e del loro duro sacrificio. Scalfire il terreno era benedirlo e salutarlo. Possederlo dentro e senza diritto di proprietà, stampato sul braccio.
Ogni uomo è un poeta. Scriveva qualcuno. Ogni poeta è pure un uomo. Lo si è dovuto capire in seguito. E l’hanno dovuto capire i poeti. Almeno quelli agganciati ai movimenti della propria regione natia. Quelli scossi dalle scosse elettrificanti dei coloni, arrivati sempre a bordo di sogni gonfiati ed effimeri. Scomparsi come sono scomparse le loro tentazioni di morte e dolore.
Il dolore è la religione sono due elementi fondamentali della poesia meridiana. Evidentemente, di quella meridiana di tutti i tempi. Se possiamo provare ad indovinare.
Queste due conseguenze del passo zoppicante della società sono caratteri forti dei secoli. Nonostante oggi, della seconda vi sia rimasta solamente (e nei migliori casi) la pratica fine settimanale. Con la cancellazione del valore assoluto di essa. Della sua morale che era contro potere, perfino. Almeno a volte. Della sua importanza reale. Spesso religione e dolore hanno fatto cammini comuni. In certe occasioni, lo stesso.
Il dolore delle donne, il dolore dei poveri, il dolore dei malati. Sono da sempre motivo esistenziale dei meridionali ed hanno avuto, in diverse momenti, funzione addirittura di musa ispiratrice. Quei rumori intensi accompagnavano i meridionali ed i meridionali non potevano separarsi da essi.
La religione, essenzialmente, come pratica antica per la ricerca di una vita migliore. L’aldilà. Una speranza utile alla sopravvivenza, un ultimo ormeggio al quale chiedere aiuto prima di cedere. Aggrappandosi ad essa era praticare una via per la salvezza. Per lo spirito, in particolar modo. Poco per le membra.
E’ sin troppo facile carezzare: Orazio, Morra, Scotellaro, Trufelli. Per apportare argomentazioni sostenenti le tesi proposte. Invece, sarebbe meglio continuare a strappare immagini forti. Da questo emisfero basso basso. Che si chiama Mezzogiorno.
Soupault, anni addietro, dava consigli ai poeti: Sii come l’acqua/quella della sorgente e delle nuvole/puoi essere iridato od incolore/ma che nulla ti fermi/neanche il tempo/Non ci sono strade troppo lunghe/né mari troppo lontani/non temere né il vento /né ancora meno il caldo o il freddo/Impara a cantare/senza stancarti mai/mormora e insinuati/o strappa e travolgi/Balza o zampilla//Sii l’acqua che dorme/che corre che gioca/che purifica/l’acqua dolce e pura/perché essa è la purificazione/perché essa è la vita per i vivi/e la morte per i naufraghi. La sua lirica sa di testimonianza. Eppure, queste righe le sento patrimonio di qualcun altro. Dote di tutti i poeti meridiani. Perché in questo scorcio di sensazioni, il sud di questa piccola nazione, c’è tutto ciò che vale.
L’acqua scivola sul popolo del sud. Per lo meno in Basilicata, il bene più santo è presente in abbondanza. I lucani si accorgono di cosa vuol dire. L’acqua è, per eccellenza, l’Essenza. La prova dell’esistenza del cielo. La prova che esiste una purificazione ed un piccolo spazio incontaminato. Che sia solamente una particella o una gigantesca distesa. Ma vive.
Siamo nati per nascere e nascere ancora. Per ricordare che è necessario un uomo sociale. Un individuo che non solo mangia e beve. Un soggetto che pensa al Sogno di una cosa. Che è scordare la povertà e inondare il presente. Con battiti di anima e dolci note. La poesia è una esigenza di questo territorio. Scrivere poesia è un impegno civile. Come si diceva, bene, in passato.
La poesia meridiana ha bisogno di coltivare felicità. I poeti meridiani hanno bisogno di coltivare felicità. Si deve proporre felicità. Sorrisi come antidoti per i mali. Per tutti i mali. Non vi sono misure intermedie. La solitudine è l’unica alternativa ha questa idea. Non staremo qui ha parlarne.
In alto ormai non abbiamo che una luna puttana. Quella donna procace che circuisce le stelle. Una signora dai seni candidi, lisci; intenta a drogarci e sgualcirci. Questo dobbiamo saperlo. Prima di cominciare. Dobbiamo fare i conti con il Tutto che passa davanti e dentro di noi. Non so se siamo impreparati. Comunque, prepararsi è un’enorme gioia. Un frutto sensuale che si deve ingoiare. Per poi sospirare e rilassarci. Fino a quando i giorni saranno immensi e i desideri saranno diventati poesia e futuro. Attimi più che lunghissimi. Brillanti.
Queste riflessioni non sono dettate dalla presunzione di aver riassunto un intero concetto, in qualche riga. Sono semplicemente un primo (coraggioso forse) tentativo di porre un punto di partenza. Certamente vi saranno molte persone che avranno modo di ampliare il concetto. O confutarne interamente le argomentazioni. E’ fondamentale che lo si faccia. Bisogna aprire il più possibile il dibattito. Nella consapevolezza che dissertare a proposito della Poesia Meridiana significa parlare di qualcosa di anticamente giovane. L’immaginazione necessita la presenza assidua della realtà e della voglia di girarsi continuamente avanti ed indietro. La presente è una sfida a quanti hanno la volontà di procedere nell’intento. Sospirando sempre e spargendo sale sulle nuvole e sulle pietre dei nostri incanti.
by Nunzio Festa

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07 gennaio 2007

Tra parole, gestualità, immagini e suoni la performance di Nicola Frangione a Rionero in Vulture

[riflessioni -4]

Si è tenuta a Rionero in Vulture la performance di uno dei più noti e affermati artisti italiani e internazionali. L’evento brillantemente coordinato dalla critica d’arte Elena Schifino è stato organizzato in sinergia dalle Associazioni Skenè, La Cetra e la Lira, LucaniArt, il Teatro “La Piccola”, la Città di Rionero in Vulture.
Nicola Frangione è un artista poliedrico e sfaccettato, un performer che sperimenta sul palcoscenico la contaminazione di varie tecniche e linguaggi espressivi, dalla poesia alle immagini, dalla musica alla gestualità, tentando un superamento di quelle barriere che solitamente dividono la poesia dalle altre arti performative.
Lucano di origine, vive a Monza, dove porta avanti da decenni un personale e originale lavoro di ricerca nel campo musicale e della poesia, dando da sempre un forte contribuito all'affermazione, in Italia, di questa particolare forma d’arte.
Nella sua performance rapporti orali e trasversalità sonore tenutasi il 4 gennaio al Teatro “La Piccola” di Rionero in Vulture, Frangione ha posto al centro dell’attenzione il corpo, come elemento espressivo fondamentale di quella parola interiore che anima i nostri abissi più inconsci e reconditi
“Il corpo come materia pulsante, come presenza vibrate, come vertigine sensoriale, come nodo inestricabile di misteriose tensioni sa rivelare talvolta quelle voci che animano gli abissi delle infinitudini interiori, esse premono negli alveoli e percorrono gli interstizi risalendo lungo fasci di nervi, affiorano, scabre, da quelle insondabili cavità, dove il flatus si stringe all’anima e con essa si confonde” così descrive la gestualità di Frangione il poeta e performer Giovanni Fontana.
Uno spettacolo che dà “voce” alla parola, quello messo in scena giovedì sera dall’artista, alla parola che diventa azione, consapevole della sua pasta sonora, delle sue rotondità e dei suoi spigoli, alla parola riproducibile e moltiplicabile, esplorata in tutte le sue declinazioni di tono, visive e performative, nel tentativo scardinare il concetto tradizionale di poesia per legarla all’azione, al suono, attraverso la fisicità ambientale e naturale della voce. Ed è in questo processo che il corpo passa da intermediario e diviene oggetto stesso della poesia totale.

“… l’ideale formato della comunicazione sarà la poetica dell’azione
autenticità in funzione per una poesia totale”
(da Introduzione Nomade di Nicola Frangione)

Non solo voce, gestualità, ma anche immagini e musica convergono nella performance di Frangione, in un sottile gioco d’interazione tra parola, gesto e visioni, che ha l’obiettivo di coinvolgere e stimolare il processo intuitivo dello spettatore, creando con esso una circolarità empatica ed emotiva.
Le immagini e i suoni entrano in scena attraverso una videoproiezione che accompagna l’interpretazione partecipata dell’artista lucano. Si tratta di “partiture visive” che vivono in un gioco immaginario e combinatorio di azioni, immagini e narrazioni.
Gioca anche con l’elemento ludico il performer lucano e con una molteplicità di oggetti della quotidianità che si prestano a sfaccettate interpretazioni figurate e simboliche.
L’evento si è concluso con una conversazione “familiare” del pubblico con Nicola Frangione, che ha assecondato le curiosità e le domande dei tanti spettatori presenti in sala ed entusiasti della performance.

by Maria Pina Ciancio

Nicola Frangione
Direttore Artistico del Festival Internazionale di Performance
Art e poetiche interdisciplinari "ART ACTION" di Monza
web-site www.nicolafrangione.it
(foto in alto di Vittoria Pietragalla)

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20 dicembre 2006

II diavolo nel presepe: una favola lucana di Gina Labriola per il Natale

[Percorsi -9]
Un diavoletto buono finisce nel presepe, mentre un angioletto discolo imperversa all’inferno. Il diavolo nel presepe di Gina Labriola è una favola breve, di appena trenta pagine, attraversata da una divertente e leggera ironia, una visione singolare del Natale raccontata a grandi e piccini. Un lavoro davvero accattivante illustrato e curato dalla casa Ed. Interlinea di Novara. Da leggere. Un richiamo al mondo della fantasia, a quei racconti veleggianti fra veglia e sogno nelle zone più remote dell'immaginario. Una prosa vigorosa e poetica al tempo stesso che dal nostro passato recupera miti, leggende, simboli "folletti, diavoli, diavolesse, streghe, briganti", che si contaminano a quelli del presente "ricchi emiri, petrolieri, multinazionali, striscioni pubblicitari" per riproporre l'ironica parafrasi della vita racchiusa nell'irriducibile "dualismo" degli opposti: il bene e il male, il bello e il brutto, l’essere e l’apparire.
Ciò che incanta nell’angelo/diavolo e nel diavolo/angelo è la tendenza a situare il possibile al centro stesso di ciò che agli adulti “organizzatori” sembra impossibile. "Che roba è questa? Un diavolo nel presepe? Un angelo all’inferno?". C’è nel racconto, attraverso la finzione letteraria, la possibilià di invertire l’ordine delle cose, fin quando "qualcuno rimise tutto a posto o credette di aver messo tutto a posto: Albus fu riconsegnato a Rosarosae, all’angiolessa sua madre e costretto a cantar litanie, e Focus, riportato, ammanettato e imbavagliato, a mamma Rubecchia…". E così tutto viene ricondotto alla prassi ordinaria e stereotipata del reale, e la storia di Albus & Focus diventa sottile critica ad una società formale, disattenta, sprecona, rituale, dove però anche gli avvenimenti più “crudeli” si addolciscono carezzati da una lieve e serpeggiante ironia "…chi pianse di più quella notte fu il bambino nella mangiatoia per il gran pasticcio di chi ha spaccato il mondo in due come una mela, senza vedere dove scorre sangue da un mondo spaccato". E mentre tutti sono occupati nei festeggiamenti natalizi, il bambinello tutto rosa nella paglia conclude: "Insegnare dove sono davvero bene e male? Sono tutti occupati in questa bella festa! E per non essere seccati, in questa gran baldoria, va a finire che mi mettono in croce anche quest’anno". Una favola quella di Gina Labriola dai tanti messaggi e valori espliciti ed impliciti, dalle emozioni e sensazioni immediate, da leggere e gustare tutta d’un fiato e …magari da regalare per il prossimo Natale!
by Maria Pina Ciancio

8 Gina Labriola, Il diavolo nel presepe, Ed. Interlinea (Le Rane), Novara 2002, (libro vincitore del Concorso Letterario “Storia di Natale 1999”)

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15 dicembre 2006

Intervista a Massimo Pallottino

[Incontri -2]
Vi proponiamo un'intervista in esclusiva di Massimo Pallottino, esordiente lucano di Rionero in Vulture, che ha da poco pubblicato per la casa Editrice peQuod il thriller Io aspetto nel buio. Approfittando della sua cortesia, abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui parlando di libri, detective, omicidi, progetti futuri, per soddisfare la viva curiosità dei lettori di LucaniArt. MPC

MPC- Cominciamo dagli esordi. Quando e perchè hai cominciato a scrivere?
MP- Ho cominciato a scrivere con una certa intenzione verso i diciassette diciotto anni: le solite poesie di sfogo giovanile (come credo che sia successo in definitiva un po' a tutti i futuri scrittori), avviandomi alla prosa solo dopo i trent'anni. Avevo trentasei anni quando ho terminato il mio primo romanzo d'ambientazione fantastica, tutt'ora inedito.
Riguardo al perchè abbia pensato di scrivere con un certo impegno, francamente non lo so. Credo piuttosto che la risposta alla tua domanda riponga nella vocazione che divampa a un certo momento nella vita di ogni scrittore; e personalmente perché scrivere mi viene piuttosto 'naturale', questo gesto (per i più faticoso, elaborato etc. etc.) nel quale ogni volta sento di esprimere la mia natura più vera.

MPC- Da dove nasce la tua passione per il genere thriller?
MP- La mia passione per il genere thriller nasce dalle letture giovanili della letteratura harboiled americana, da autori come Hammett, Chandler, Cain, e poi dai nostri Sciascia, Scerbanenco, Gadda.

MPC- Il tuo romanzo “Io aspetto nel buio” è ambientato in una clinica fiorentina, svelaci qualcosa in più.
MP- L'ambientazione del romanzo in una clinica fiorentina non è una mossa per così dire studiata; volevo semplicemente ambientare il racconto e due delitti all'interno di un ospedale, dove il protagonista venisse a ritrovarsi dopo che ha smarrito i sensi, ed ecco il perchè di questa scelta.
MPC- Quando scrivi come crei il clima di "thrilling".
MP- Quando scrivo un thriller lavoro esclusivamente sul plot, sulla trama; il clima del romanzo credo che poi si costruisca naturalmente attorno ad essa.

MPC- Ci sono autori o modelli letterari a cui ti senti vicino particolarmente?
MP- I miei modelli letterari, ripeto, sono le mie letture giovanili e fondanti di cui ho già detto.
MPC- Chi pensi possa essere il pubblico di riferimento del tuo romanzo, soltanto appassionati di polizieschi o anche altri tipi di lettori?
MP- Credo che in questo momento storico il thriller possa rivolgersi ad un pubblico di lettori sempre più ampio, non solo agli appassionati del genere poliziesco; e ciò perché esso si configura sempre di più come uno specchio (a volte deformante, orribile etc etc, ma pur sempre terribilmente realistico) attraverso il quale riusciamo a decifrare la complessità sempre maggiore del nostro stare al mondo.

MPC- Hai altri progetti letterari per il futuro, ci puoi anticipare qualcosa?
MP- Posso solo anticipare che il thriller è un genere che mi piace, mi emoziona, e che per il momento non ho deciso di abbandonarlo affatto.
by Maria Pina Ciancio
8 Articolo correlato Freschi di stampa in LucaniArt News

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12 dicembre 2006

Le letture poetiche di Paola Loreto e Stefano Raimondi al LucaniaPoesiaFestival di Rionero

[riflessioni -3]
Con gli interventi di Paola Loreto e Stafano Raimondi si sono conclusi gli appuntamenti inseriti all’ìnterno della manifestazione culturale Voci e Suoni dal Vulture (incontri del LucaniaPoesiaFestival 2006). Le letture dei due poeti si sono tenute l’ 8 e 9 dicembre al Teatro “La Piccola” di Rionero in Vulture, alla presenza di un pubblico attento ed entusiasta che si è lasciato coinvolgere dalla poesia dei due giovani artisti lombardi.
(8 dicembre 2006)
La serata dedicata alla poetessa Paola Loreto è stata introdotta da Stefano Raimondi che ne ha sottolineato la florida attività letteraria e il suo percorso evolutivo. La Loreto ha iniziato il reading leggendo alcune poesie raccolte nella sua opera prima L'acero rosso (Crocetti, 2002) simbolo di bellezza che ritornerà più volte nei suoi versi come approdo temporale e ciclico riappropriarsi del senso fiorito della vita: "Portarti all'acero/ rosso,/ disteso e largo/ nell'orto./ Lucore ardito,/ trasparente nell'aria./ Narratore onnisciente/ di ciò che c'importa". L’autrice, con voce dolce e decisa, ha poi raccontato della sua seconda opera Addio al decoro (Lietocolle, 2006) in cui tenta un’emancipazione dal pudore che avrebbe potuto rappresentare un ostacolo per il verso, per la sua portata di verità, e arriva ad impastare la poesia alla carnalità: "Non serve un inizio,/ di nuovo, perché non/ trascorre adesso. Sei/ dentro di me e sei tu/ il tempo, la luce/ che chiudo negli occhi,/ il senso che sento/ passare la carne". La serata è proseguita intervallata dalla musica dell’Acustic Sound Trio, e dalla lettura di versi inediti che comporranno l’opera “La memoria del corpo” che uscirà presso l’editore Crocetti nel 2007. Paola Loreto ha poi risposto con puntualità e naturalezza alle varie domande poste dal pubblico e ha raccontato della sua passione per la poesia di Emily Dickinson, la quale influenza è leggibile nei suoi versi puliti, verticali e densi. Una poesia di spessore quella della Loreto, che affascina e riempie di quel senso carnale e intimo del vivere, che lambisce le crepe dell’esserci riconoscendole e accettandole in un dettato appassionato e saggio, segno di un’anima evoluta che sa riproporsi appieno nella sua scrittura. Senz’altro come conseguenza di fatti biografici, l’autrice arriva a descrivere quel passaggio di rinascita, che l’accettazione del lutto provoca quando si compie in una vita, e allora chi si incrocia in un destino comune diviene un miracolato: "Li vedi quelli che disgrazia/ li coglie: hanno un solco nella/ faccia che non sanno più/ colmare e gli zigomi alti/ a pelle tesa del tamburo./ Non gli ridono gli angoli degli occhi/ e non gli vengono i secondi pensieri/ perché cercano i primi. Ma vanno sereni. Non c’è strada/ che non abbiano percorso, né meta/ che gli manchi di doppiare". Appare chiara la parola poetica della Loreto, ancor di più negli ultimi componimenti, dove volutamente fuoriesce dalla sua pasta intima e attraversa con sottile ironia il confine fra sé e il mondo, grazie anche ad interessanti nuovi elementi corporali, più volte ritornanti, quali “mani capaci” in viaggio.
(9 dicembre 2006)
E’ stato presentato da Paola Loreto Stefano Raimondi che ne ha tracciato un attento e colorito profilo bio-bibliografico, evidenziando soprattutto le tante iniziative che il poeta sostiene da sempre in modo attivo a favore della divulgazione della poesia tra la gente e i giovani, con interessanti incontri periodici in libreria, nei bar e nelle scuole. Altro aspetto su cui la Loreto si è soffermata nel corso della presentazione è stata l’importanza che la “città”, esplorata in tutti i suoi connotati reali e metafisici riveste all’interno della sua produzione letteraria a partire da Invernale la plachette poetica edita da Lietocolle nel '99, fino alla recente pubblicazione in prosa poetica "Il mare dietro la città".
La lettura di Stafano Raimondi è stata intervallata da annotazioni e riflessioni personali e da intermezzi musicali eseguiti dal gruppo Hot Jazz Trio. Il poeta milanese ha aperto la serata con una toccante e commovente lettura dei versi tratti da La città dell’orto, libro scritto durante la malattia e la perdita del padre “Così non ti ho mai abbracciato/ così sottile e nudo, così legato/ tutto rannicchiato, infastidito/ fin dentro al mio petto./ Non ti ho mai abbracciato così/ e forse tu neppure t’aspettavi tanto/ fiato rotto, tanta pietà.” Un momento magico in cui l’autore ha espresso con i versi tutta la forza, la gioia e le contraddizioni di essere figlio. Una lettura quella di Raimondi che ha sfiorato i toni alti della devozione e della preghiera. La scelta si è poi spostata su un raccontare più lieve e discorsivo, con la presentazione di stralci di prosa-poetica tratti dall’ultimo libro Il mare dietro l’autostrada, un’operetta che lo stesso Raimondi ha raccontato essere legata ai ricordi della sua adolescenza, ai primi amori e alle prime scoperte del corpo, e precisamente all’agosto del 1974 quando le famiglie Milanesi si spostavano in “comitiva” per le vacanze al mare sulla riviera Romagnola “Ci si prepara in tempo, in una notte per partire. Il viaggio sarebbe stato lungo, come tutto il respiro caricato fin sopra i portapacchi. Si parte per il mare al primo colpo di sonno. Si butta tutto dietro il sedile nero della Prinz, anche noi pieni di voglia di arrivare. E’ lì il vero mare che inizia…”. A conclusione di serata Raimondi ha omaggiato il pubblico presente della lettura dei suoi ultimi inediti. Belle e intense poesie in cui ritorna nuovamente quel tema metropolitano tanto caro all’autore, fortemente e fermamente legato alla sua Milano. Versi che il poeta stesso ha presentato come inquadrature in situazione di interni ed esterni della città, osservata e colta nelle sue diverse sfumature, nei suoi drammi e nelle sue tragedie. Versi che il pubblico lucano ha apprezzato in tutta la sua bellezza, consapevole che il linguaggio della poesia ha in sè i connotati del vero e del condiviso.
Con le letture di Paola Loreto e Stefano Raimondi si è concluso a Rionero un appuntamento ormai fortemente consolidato in Lucania e di ampia risonanza nazionale. Il Festival “Voci e suoni dal Vulture” giunto alla sua Terza Edizione è stato organizzato dall’Associazione Culturale La Cetra e la Lyra con la collaborazione con altri Enti, ma soprattutto grazie alla passione e all’entusiamo di Antonio Savella e Antonio Libutti.
(in alto Stafano Raimondi e Paola Loreto- foto by Mapi 2006)
by Maria Pina Ciancio - Maria Luigia Iannotti

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07 dicembre 2006

Nel mondo fantastico e misterioso dell'infanzia di Elliott

[percorsi -8]
Chi di noi non ha desiderato, almeno per una volta nella vita, scomparire, diventare invisibile, per conoscere quello che di noi pensa la gente, magari l’amico più caro?
Ebbene, il nostro desiderio potrà essere soddisfatto dalla lettura accattivante del romanzo La poliziotta bionda e con gli occhiali di Claudio Elliott.
L’autore non ricorre ai simpatici “monachicchi”, che un tempo si divertivano a fare dispetti ed ora sono relegati nelle soffitte impolverate di castelli abbandonati; non ricorre nemmeno alle “maﻻare”, di stampo tutto lucano, che nelle notti di luna piena si ungevano di un unguento speciale e spiccavano il volo, piombando nelle case dei vicini, per vendicarsi di torti ricevuti.
Il nostro Elliott si serve di un ragazzino foruncoloso, che a scuola non eccelle, ma studia per conto suo, con vera passione, chimica organica e fisica, due materie che, unite fra loro, danno origine ad imprevedibili sorprese.
Trascorrendo il suo tempo a fare esperimenti, a provare e riprovare, Marco, il protagonista della vicenda, riesce a scoprire come rendere un organismo invisibile; utilizza questa scoperta per rapinare una banca. In tutti c’è grande sconcerto: nei banchieri, nella polizia e nelle bande che operano nel territorio. Da questo momento si susseguono a tamburo battente diversi colpi di scena e l’atmosfera diventa surreale: una pistola che spunta nell’aria, boccali di birra che si muovono da una parte all’altra del bancone, schiaffi che volano da mani invisibili e così via.
Sono scenette divertenti, che, però, lasciano di stucco chi subisce gli attacchi.
I personaggi sono simpatici, goffi e sui generis. La poliziotta bionda con gli occhiali è davvero strana e facile alla distrazione, ma ha un fiuto particolare e degli sprazzi di genialità, che le permettono di scoprire la verità, grazie all’aiuto del Capitano, di cui è segretamente innamorata. I componenti delle bande dai nomignoli buffi vengono ridicolizzati nella loro organizzazione.
Claudio Elliott riesce a tener desta l’attenzione del lettore con l’intrecciarsi degli avvenimenti e l’aria di suspence nel corso di tutto il racconto. Egli conosce bene il mondo dell’adolescenza, che è fatto di luci ed ombre, di incomprensioni e di evasioni, di affermazione dell’io in contrasto con le istituzioni. Diventa adolescente lui stesso, si diverte ad inventare situazioni strane e fa divertire gli altri. Al di là del semplice e divertente racconto, l’autore affronta anche alcune importanti tematiche, come il sentimento dell’amore, trattato con delicatezza, ed il rapporto dei ragazzi con la famiglia e con la scuola. Non sempre sono gli adolescenti dalla parte del torto, ma spesso sono gli adulti che non riescono a comprenderli e a volte commettono errori irreparabili.
Il testo, ben curato graficamente, alla fine di ogni capitolo è corredato di disegni e di schede didattiche, che ne facilitano la comprensione e l’analisi. Un glossario posto alla fine consente un approfondimento degli argomenti trattati ed una conoscenza dei termini specifici.
Può essere senz’altro adottato come testo di narrativa presso la Scuola Secondaria di primo grado per la molteplicità dei temi che tratta, per la forza magnetica che emana, per lo stile agile ed intenso, per gli spunti di riflessione che abbracciano vari campi, oltre al divertimento assicurato.

by Teresa Armenti

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28 novembre 2006

Da Rionero la poesia di Maria Pina Ciancio incanta il Vulture

[riflessioni -2]
Si è conclusa in un’atmosfera di emozione e commozione la serata del 26 Novembre, dedicata alla poetessa Maria Pina Ciancio accompagnata dal New Music Trio, inclusa negli appuntamenti del Lucania Poesia Festival 2006 a Rionero in Vulture e che quest’anno si svolge dal 22 Novembre al 16 Dicembre.
L’iniziativa che ha riscosso successo di pubblico e di critica in questi anni, è nata nel 2003 grazie alla passione per la letteratura e la musica di un gruppo di amici, tra cui spiccano Antonio Savella e Antonio Libutti, e anche e soprattutto grazie alla loro caparbia volontà di credere nella cultura come ad un alto valore sociale da proporre, e come ad un patrimonio universale da sprovincializzare dal confine lucano, là dove la qualità lo richiede.
Così dall’istituzione dell’Associazione La Cetra e la Lyra è nato il Festival che vede ogni anno la partecipazione dei nomi più imponenti del panorama letterario italiano, tra cui Roberto Saviano, Christian Raimo, Nicola Lagioia, Laura Pariani, Luciano Erba, Paola Loreto, Giancarlo Sissa, Assunta Finiguerra, Gabriele Frasca, Roberto Silvestro e tanti altri ancora.
Nel calendario delle manifestazioni del 2006 ha partecipato anche la poetessa lucana Maria Pina Ciancio di San Severino, una scrittrice attiva da anni, che ha avuto svariati riconoscimenti in campo nazionale. Un’artista eclettica capace di utilizzare la fotografia, la narrativa per ragazzi, la saggistica, il reportage narrativo, il linguaggio del blog con una naturalezza che affascina ed è chiara manifestazione di un vero ed incontaminato talento. Un talento complesso, che da venti anni produce in silenzio e umiltà, e che si è fatto voce di luoghi e di donne nel reading di domenica sera, presso il Centro Sociale "P. Sacco" di Rionero in Vulture, in una sala gremita di gente ipnotizzata e appesa al filo della tensione poetica che l’autrice ha saputo evocare nella sua lettura con forza e intensità fino all’ultimo verso.
Una voce di donna, drammatica e autentica, contraddittoria a tratti, complessa appunto, straordinariamente umana, così l’ha definita Elena Schifino critica d’arte, altro manifesto talento apprezzato dal pubblico nel corso della serata.
Versi pieni di viaggi, di fantasmi, di storie, di donne e di “sguardi di terra annodati alla luna” sono apparsi chiaramente come la sintesi dinamica e svelata di un vissuto che accomuna le tante donne del Sud, che nella parola poetica hanno trovato conforto e coraggio, rabbia e fierezza, cruda espressione di un destino e dolcezza riscoperta di cuore.
La semplicità e l’essenzialità con cui la Ciancio ha letto i versi inediti e alcuni frammenti in prosa poetica, hanno senz’altro incoraggiato il pubblico ad incamminarsi nel lento e necessario viaggio verso se stessi, a cui solo la vera Poesia sa condurre e che l'autrice, da sempre in viaggio "verso Sud", ha sostenuto con l’altruismo, la profondità e la passione vera di donna-madre-figlia, che sa farsi umilmente verso, carezza, gemito strappato e donato alla vita.
Un’iniziativa che senz’altro incoraggia chi ama la scrittura come esperienza viva, che sta appieno in una mappa esistenziale e la determina in parte, che si fonde in essa senza confondersi con essa.
Ci piace constatare che per una volta sono i veri talenti ad avere lo spazio che meritano, e la filosofia adottata dagli organizzatori ce lo conferma, essendo tesa ad una sperimentazione costante, sintomo di crescita, e alla difesa di una scelta libera e consapevole delle persone da interpellare, che non cede dunque alle tante proposte di compromesso a cui spesso la Cultura in questa regione è sottoposta.
Le ricadute a distanza di anni sono già evidenti, il Festival è apprezzato in tutta Italia e il coinvolgimento di nomi sempre più importanti diviene sempre meno difficile per gli organizzatori, che oltretutto hanno il merito di offrire una straordinaria ospitalità agli artisti.
Uno sguardo nuovo sulla Cultura, che finalmente comincia a convincere, che rende sinergica e comunicativa la nostra arte, troppo spesso trascurata e sottovalutata in campo nazionale.
A Maria Pina Ciancio vanno i miei più sinceri auguri e i miei complimenti più vivi.
by Maria Luigia Iannotti

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