21 ottobre 2007

Ballo ad Agropinto: il romanzo corale e antropologico di Giuseppe Lupo

[percorsi -18]
“Hai mutato il mio lamento in danza,
il vestito di sacco in abito di festa”
Salmi 30,12
Solo da una periferia di mondo come Agropinto si poteva spiare un pezzo di paradiso
Giuseppe Lupo è lucano di nascita, ma vive a Milano, ed è uno di quegli scrittori che ha saputo arginare con intelligenza e coraggio il tono elegiaco o malinconico che abitualmente contraddistingue tanta letteratura del distacco e dallo sradicamento. Con giocosità rara e ironica ha costruito un libro dal ritmo narrativo vivace e godibile. Copertina rossa e un disegno coloratissimo che richiama un quadro di Peter Brugel. Si presenta così Ballo ad Agropinto, un romanzo corale e antropologico dal sottofondo favolistico e magico, ambientato di una piccola comunità dell’Appennino Meridionale nel nord della Basilicata.
“Abitavamo alla periferia di Agropinto, in un villaggio di baracche costruite dal governo fascista, dopo il terremoto del 1930, tra pioppi, mandorli, ciliegi, peri, finocchi, cespugli di canne e felci”.
Quella periferia è il Fosso del Pidocchio, un regno di personaggi strani e inverosimili: Gioacchino, Tarzan e Iano, una combriccola di filabustieri che “la notte vegliava e il giorno scialava”, di avventurieri, bevitori, acrobati, incantatori di serpenti, profeti, guaritori, amatori infaticabili, scommettitori litigiosi e screanzati.
Un romanzo più vicino all’affabulazione che al racconto, che utilizza lo spirito umoristico per affrontare il difficile passaggio epocale del dopoguerra e il dramma del "boom economico" in una terra marginale come quella di Lucania.

La storia di Giuseppe Lupo si snoda infatti nell’arco di un quindicennio, dal 1943 alla fine degli ‘50, periodo durante il quale la società contadina, attratta da sogni di facile fortuna emigrò verso il Nord. La vita dei protagonisti si intreccia alle trasformazioni imposte dal progresso e dalle lotte sociali. Attraverso questo microcosmo di vita, l’autore esplora anche i grandi eventi, che hanno segnato la storia del paese: la fine della guerra, il referendum del ’46, l’arrivo della corrente elettrica nei paesi del Sud, i lavori di ampliamento dell’aquedotto pugliese, i comizi elettorali, le lotte politiche tra democristiani e comunisti.

La struttura del romanzo è dinamica, incalzante, i personaggi vivono di “relazioni”, sembrano usciti da un quadro di Brugel e a loro modo sono tutti protagonisti, con le loro storie personali, le loro azioni, la loro arte di arrangiarsi. Tra tutti spicca la figura di Tano Ucciallì, uno stravagante inventore, consigliere, un po’ anche veggente e per questo l'uomo più autorevole del villaggio.
“In fondo allo spiazzo d’erba scorreva il Pidocchio, un ruscello d’acqua opaca e dal sapore ferroso che dava il nome a tutta la zona. Chi beveva, raccontava Tano Uccillì, tornava a berla almeno un’altra volta prima di morire”.
E proprio a lui si deve la costruzione di oggetti stranissimi e complicati, quale il ventilatore spulagrano, lo sciaraballo a pedali, una giostra mastodontica, un nettascarpe a manovella.

Ne emerge un affresco leggero e ironico, picaresco direi, per il tono burlesco e comico della narrazione, per i nomi bizzarri e strani di luoghi e personaggi.

E’ poi interessante ritrovare nella pasta del narrato gli indovinelli, le filastrocche, le tradizioni di un tempo, come ad esempio la lista dei doni nuziali che i cittadini del Pidocchio preparano per le nozze di Tarzan e Maria Incoronata in Contrada Servitore: le batterie di pentole, la caffettiera napoletana, un setaccio per la farina, un paio di corna taurine contro il malocchio, un paiolo di rame, un orciolo di creta, una lanterna ad acetilene, un pitale di metallo smaltato.

Una realtà da cui l’autore non è estraneo, ma in cui si immerge fino a coglierne l’essenza (senza mai abbandonare la narrazione in prima persona) e di cui ci restituisce un mondo fatto di estrema povertà e “emarginazione”, ma di umana bellezza e condivisione delle cose.
E anche quando alla fine del romanzo, una ruspa si arrampica al casello del boschetto, perché è arrivato il giorno della demolizione delle baracche costruite durante il terremoto, seppure tra mille delusioni, opposizioni, partenze, emerge comunque la consapevolezza unanime e solidale dei protagonisti che “solo da una periferia di mondo come Agropinto si poteva spiare un pezzo di paradiso”.
8 Giuseppe Lupo, Ballo ad Agropinto, Marsilio Editore
by Maria Pina Ciancio

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11 marzo 2007

Le Falene poetiche di Nigro nel segno di De Martino

[percorsi -11]
Con Mosche in bottiglia, nel 1975, Leonardo Sinisgalli fissava nell'immagine della poesia-insetto un simbolo di straordinaria capacità semantica. Le sue mosche incarnavano le ambizioni della scienza e gli inganni della memoria. Le Falene (Aragno, pag. 147, euro 12) di Raffaele Nigro, che giungono in libreria esattamente dopo trent'anni dalle mosche sinisgalliane, chiudono il cerchio. Sono esseri dotati di una particolare leggerezza che li rende evanescenti come sogni e, anziché presentarsi in lingua italiana, hanno il passo cadenzato dell'idioma lucano: non quello del dialetto di Albino Pierro, in cui Gianfranco Contini intravedeva addirittura una parlata "neolatina", ma una cadenza appenninica; una parlata certo di consonanti un po' ruvide ma con le vocali che già si aprono alla pianura pugliese, proprio come i fiumi che nei romanzi di Nigro nascono dalle pendici dei monti e si volgono senza rimorso all'Adriatico. Anche le falene, come le mosche, rappresentano il riassunto di una intera esperienza letteraria (come non pensare alle "farfalle" di Montale?) e hanno i connotati degli «eroi omerici e ariosteschi», secondo un'efficace interpretazione cui fa cenno Andrea Di Consoli nella postfazione. Nigro affida alle sue farfalle notturne le ansie di un viaggio a ritroso, ironico, disincantato e struggente, che ha per protagonisti un padre, una madre e un figlio intellettuale, destinato a indossare i panni di un Ulisse dapprima fuggiasco, poi tornato nella geografia del ricordo, che è quella del paese natale, raccontato come isola felice, luogo dell'utopia, archetipo del sogno. Ma l'ipotesi del romanzo familiare non è che uno degli aspetti di questi versi in lingua lucana. Nigro non compie un solitario percorso a ritroso. Le sue farfalle si presentano puntuali a recargli in dote il nome dei compagni di avventura, perfino i poeti di altre epoche. Tutto ciò induce a ipotizzare che i versi di Falene compongano un'allegorica antologia di ritratti. Il testo si chiude con la nuova emigrazione verso il miraggio di una "città del sole", che non ha nulla a che vedere con l'utopia di Campanella, ma che viene salutato dai lucani come una patria promessa. "Era probbie n'atu munn, curu paese / d ru latt e ru mele / ca da lu novcind scappai ind u doimele". La rima miele/duemila fa da epilogo a un secolo e oltre di storia per quella che Ernesto De Martino definiva la "terra del rimorso" e che ora NIGRO fissa nella categoria di "terra stramorta", abitata da un "popolo che si squaglia".
by Giuseppe Lupo
(l'articolo è apparso su Il Mattino, 2005)

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